Formare al potere, educare al limite: la nuova scuola della democrazia

Dai partiti di massa alle piattaforme, oggi la formazione politica non è scomparsa: è diventata più frammentata e diseguale, separando consenso e responsabilità

RIVRINASCITA_20260608214418899_7c0490d68c8227d3b8c46f5f11629358.jpg

ANSA

1. La politica come problema pedagogico

La democrazia non si trasmette per osmosi. Si insegna, si apprende e si esercita.

Una Costituzione può definire le regole fondamentali della convivenza, ma non può garantire da sola che i cittadini e i loro rappresentanti sappiano comprenderle, difenderle e trasformarle. La qualità di un ordinamento democratico dipende anche dall’esistenza di persone capaci di interpretare la complessità sociale, organizzare interessi differenti mediando tra essi, decidere in condizioni di incertezza e riconoscere i limiti dell’esercizio del potere.

La politica è dunque un sapere pratico. Richiede conoscenze storiche, economiche e giuridiche, ma anche capacità di ascolto, organizzazione, negoziazione e comunicazione. È inoltre una pratica morale, perché le decisioni pubbliche incidono sulla vita di persone che non hanno necessariamente contribuito a prenderle e che possono non condividerle.

L’articolo 49 della Costituzione italiana riconosce ai cittadini il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico alla determinazione della politica nazionale. Quel «concorrere» non può essere ridotto alla presentazione delle liste e alla raccolta dei voti. Presuppone la possibilità di comprendere i problemi pubblici, elaborare proposte, selezionare rappresentanti e preparare persone capaci di assumere responsabilità istituzionali.

Per una parte considerevole del Novecento, i partiti assolsero almeno parzialmente questa funzione. Non erano soltanto organizzazioni elettorali. Costruivano identità, interpretazioni del mondo, linguaggi, comportamenti e percorsi di selezione. Attraverso sezioni di partito, consigli di fabbrica, scuole, associazioni, circoli, giornali, organizzazioni giovanili comprendenti anche lo scoutismo e amministrazioni locali, trasformavano il cittadino in militante e, in alcuni casi, il militante in quadro e dirigente.

Il venir meno di quel sistema è stato studiato soprattutto come crisi della rappresentanza: diminuzione degli iscritti, indebolimento delle appartenenze, personalizzazione della leadership, professionalizzazione delle campagne elettorali e perdita di radicamento territoriale. Minore attenzione è stata dedicata alla crisi del partito come istituzione educativa.

La domanda da cui muove questo saggio è pertanto: in che modo la trasformazione dei partiti, dei sistemi di selezione e della comunicazione pubblica ha modificato i processi attraverso i quali le democrazie formano le proprie classi dirigenti?

La tesi sostenuta è che la formazione politica non sia scomparsa. È diventata meno visibile, più frammentata e più diseguale. Alla pedagogia organizzata dei partiti e dei sindacati si sono sostituiti differenti centri di produzione delle competenze: università, master, fondazioni, think tank, società di consulenza, piattaforme digitali e reti personali dei leader.

Il problema non consiste quindi nell’assenza assoluta di formazione. Consiste nella separazione tra le tecniche necessarie a conquistare il consenso e le capacità indispensabili per esercitare responsabilmente il potere.

Ogni sistema politico contiene infatti una pedagogia, anche quando non possiede scuole formalmente riconoscibili. Insegna implicitamente che cosa conta, quali comportamenti sono premiati, come si costruisce e si mantiene una carriera, quale rapporto si stabilisce con l’avversario e che cosa significhi avere successo.

Accanto al curriculum esplicito — lezioni, programmi, libri e corsi — esiste sempre un curriculum nascosto: l’insieme delle disposizioni apprese attraverso le pratiche quotidiane e i criteri effettivi di selezione.

Una scuola può dichiarare di insegnare il pluralismo e premiare, nei fatti, l’obbedienza. Un partito può proclamare la partecipazione e affidare ogni decisione al gruppo che circonda il leader. Una piattaforma può promettere libertà di espressione e incentivare i contenuti più estremi perché producono maggiore attenzione.

La questione pedagogica è pertanto inseparabile dalla questione del potere: non soltanto che cosa viene insegnato, ma chi insegna, attraverso quali pratiche, con quali risorse e secondo quali criteri di riconoscimento.

2. Educazione, formazione, addestramento e indottrinamento

Per parlare con rigore di pedagogia politica è necessario distinguere quattro processi che spesso vengono sovrapposti, se non addirittura confusi.

L’educazione politica riguarda la formazione del cittadino. Mira a sviluppare la conoscenza delle istituzioni, la capacità critica, la partecipazione alla vita pubblica e il riconoscimento della legittimità delle opinioni differenti. Non è necessariamente legata a un partito. Può avvenire nella scuola, nell’università, nell’associazionismo, nei media e nelle esperienze di partecipazione civica.

La formazione politica prepara all’assunzione di ruoli e responsabilità pubbliche o organizzative. Comprende conoscenze, competenze pratiche, esperienza delle istituzioni, capacità di giudizio e consapevolezza delle implicazioni morali dell’azione.

L’addestramento politico è rivolto all’acquisizione di capacità operative circoscritte: organizzare una campagna, raccogliere fondi, utilizzare una banca dati, mobilitare volontari, gestire i social media o parlare davanti a una pluralità di persone, alla radio e davanti a una telecamera, agendo sul linguaggio verbale e non verbale, compreso il timbro vocale. È una componente necessaria della preparazione politica, ma non coincide con essa. Possedere tecniche elettorali non garantisce la conoscenza delle istituzioni né la maturità etica trasmesse, invece, dall’educazione e dalla formazione politica.

L’indottrinamento, infine, non mira a sviluppare il giudizio, ma a ridurlo. Presenta una determinata interpretazione come indiscutibile, scoraggia il dubbio e identifica l’apprendimento con l’adesione alla linea dell’organizzazione.

La differenza tra formazione e indottrinamento non dipende soltanto dai contenuti trasmessi. Dipende dal metodo: presenza del contraddittorio, libertà di porre domande, possibilità di dissentire e riconoscimento dell’allievo come soggetto autonomo e portatore di idee.

Nella realtà, questi processi possono coesistere. Le scuole dei partiti di massa potevano contemporaneamente alfabetizzare, educare, formare, addestrare e disciplinare. Anche le accademie contemporanee possono trasmettere competenze utili e, nello stesso tempo, conformare i partecipanti a un linguaggio predefinito.

La domanda corretta non è dunque se le vecchie scuole fossero semplicemente positive o negative. Occorre domandarsi quale equilibrio stabilissero tra:

  • appartenenza e autonomia;
  • dottrina e giudizio;
  • disciplina e dissenso;
  • sapere ed esperienza;
  • efficacia politica e responsabilità morale.

3. Democrazia, esperienza e responsabilità

John Dewey considerava la democrazia non soltanto una forma di governo, ma una modalità della vita associata e dell’esperienza condivisa. Non si diventa democratici imparando esclusivamente una serie di norme. Lo si diventa partecipando a pratiche nelle quali si coopera, si affrontano problemi comuni e si impara dalle conseguenze dell’azione.

Questa impostazione permette di comprendere perché la formazione politica non possa ridursi alle lezioni frontali. Un’organizzazione educa attraverso il modo in cui conduce una riunione, distribuisce la parola, affronta il dissenso, seleziona i responsabili e analizza i propri errori.

Un partito nel quale le decisioni vengono prese da pochi insegna la passività anche quando organizza corsi sulla partecipazione. Un’organizzazione che permette agli iscritti di discutere, verificare e modificare le proposte insegna la democrazia attraverso la propria forma di vita.

Paulo Freire ha criticato il modello «bancario» dell’educazione, nel quale l’insegnante deposita nozioni in un allievo considerato passivo. A esso contrappone una pedagogia dialogica e problematizzante, nella quale chi apprende diviene soggetto dell’interpretazione e della trasformazione della realtà.

Applicata alla politica, questa distinzione è decisiva. Una scuola democratica non dovrebbe consegnare risposte già confezionate. Dovrebbe mettere i partecipanti nelle condizioni di formulare domande, riconoscere i rapporti di potere, analizzare i problemi e costruire giudizi autonomi.

Il dirigente non deve essere un semplice ripetitore della linea. Deve saper comprendere quando la linea non descrive più la realtà, quando una decisione produce effetti ingiusti e quando la lealtà verso l’organizzazione entra in conflitto con la responsabilità verso le istituzioni.

Hannah Arendt colloca la pluralità al centro della vita pubblica. La politica esiste perché esseri umani differenti agiscono e parlano all’interno di uno spazio comune. Il potere non coincide semplicemente con il comando: nasce anche dalla capacità delle persone di agire insieme.

Formare politicamente significa imparare ad abitare la pluralità. Non basta possedere una visione del mondo. Occorre saper agire in presenza di altri che non condividono la stessa storia, gli stessi interessi e le stesse convinzioni.

Una pedagogia democratica non elimina il conflitto. Insegna a impedirne la trasformazione nell’annientamento simbolico o materiale dell’avversario.

Max Weber ha mostrato che la politica espone a una tensione permanente tra convinzioni e conseguenze. L’etica della convinzione impedisce di considerare ogni mezzo legittimo; l’etica della responsabilità obbliga a valutare gli effetti prevedibili dell’azione.

La formazione politica deve quindi insegnare non soltanto a perseguire finalità, ma a interrogarsi sulle conseguenze. Un provvedimento può essere coerente con un programma e produrre effetti socialmente distruttivi. Una comunicazione può essere legalmente consentita e moralmente manipolativa. Una decisione può favorire la propria parte e danneggiare la credibilità dell’istituzione.

L’etica pubblica non coincide con la purezza personale. È la capacità di rispondere delle decisioni assunte in condizioni di incertezza e conflitto.

Jürgen Habermas consente infine di comprendere il valore democratico della comunicazione. Le domande che emergono dalla società devono poter raggiungere i luoghi della decisione, mentre le decisioni istituzionali devono essere motivate e sottoposte alla discussione pubblica.

Comunicare politicamente non significa soltanto persuadere. Significa rendere possibile la comprensione, permettere il controllo e riconoscere agli interlocutori la capacità di giudicare.

4. Le dimensioni della formazione politica

Il saggio analizza la formazione politica attraverso quattro dimensioni.

La prima è la dimensione cognitiva: ciò che il cittadino o il dirigente deve conoscere. Comprende la Costituzione, le istituzioni, la storia politica, l’economia, l’amministrazione, le trasformazioni sociali, le relazioni internazionali e le nuove tecnologie.

La seconda è la dimensione pratica: ciò che deve saper fare. Ascoltare, rappresentare, negoziare, organizzare, leggere un bilancio, redigere una norma, valutare una politica pubblica, condurre una riunione e affrontare una crisi.

La terza è la dimensione etica: il modo in cui deve esercitare il potere. Riconoscere i conflitti d’interesse, motivare le decisioni, accettare il controllo, distinguere il legale dal legittimo, rispettare l’avversario e assumersi la responsabilità delle conseguenze.

La quarta è la dimensione comunicativa: il modo in cui costruisce la relazione pubblica. Argomentare, ascoltare, rendere comprensibile la complessità, comunicare l’incertezza e utilizzare responsabilmente dati, immagini, emozioni, piattaforme e intelligenza artificiale.

Una formazione completa dovrebbe integrare tutte e quattro le dimensioni.

Una scuola che trasmette soltanto dottrina produce appartenenza senza sufficiente autonomia. Una scuola che insegna soltanto tecnica produce efficacia senza orientamento. Una scuola che parla esclusivamente di etica rischia di produrre moralismo incapace di agire. Una scuola concentrata sulla comunicazione può formare ottimi candidati e pessimi governanti.

A queste dimensioni deve aggiungersi una competenza trasversale: la riflessività politica.

Essere riflessivi significa saper osservare criticamente la propria azione, riconoscere la posizione di potere dalla quale si parla, valutare gli effetti prodotti sugli altri e sottoporre a verifica le convinzioni della propria parte.

La riflessività non coincide con l’indecisione permanente. È la disponibilità a considerare fallibile il proprio giudizio anche quando una decisione deve essere assunta.

Sul piano cognitivo impedisce che il sapere diventi una dottrina chiusa. Sul piano pratico trasforma l’esperienza in apprendimento. Sul piano etico obbliga a interrogarsi non soltanto sulla legalità degli strumenti, ma sulla loro compatibilità con la qualità della democrazia. Sul piano comunicativo richiede di considerare l’interlocutore non come un bersaglio, ma come una persona capace di giudicare.

La formazione politica può quindi essere definita come l’insieme delle pratiche attraverso le quali una persona sviluppa la capacità di conoscere, agire, giudicare e comunicare nello spazio pubblico, sottoponendo il proprio potere al pluralismo, alla responsabilità e al controllo.

5. Metodo, casi e periodizzazione

Il saggio adotta un metodo storico-comparativo qualitativo.

Il caso principale è l’Italia. Le organizzazioni considerate rappresentano differenti culture e modalità formative: PCI, mondo cattolico e Democrazia cristiana, il socialismo vissuto attraverso le compagini del PSI e del PSDI, culture repubblicana e liberale, MSI, CGIL, CISL e UIL.

Le categorie del quadro, del mediatore, del riformatore, del cittadino delle istituzioni, del militante identitario e del rappresentante del lavoro sono tipi ideali costruiti a fini interpretativi. Non descrivono integralmente organizzazioni attraversate da correnti di pensiero, differenze territoriali e trasformazioni generazionali.

Il confronto internazionale è organizzato intorno a tre modelli principali:

  1. la Germania delle fondazioni politiche pluraliste;
  2. la Francia del doppio circuito tra partiti e alta amministrazione;
  3. gli Stati Uniti della professionalizzazione competitiva delle campagne.

La Cina viene utilizzata come caso di contrasto autoritario. Regno Unito e Spagna sono richiamati come esperienze complementari.

La ricostruzione italiana viene inoltre articolata in quattro fasi:

  • 1945-1968: costruzione e consolidamento;
  • 1968-1980: contestazione e apertura;
  • 1980-1994: professionalizzazione e crisi;
  • dal 1994: personalizzazione e piattaformizzazione.

Questa periodizzazione impedisce di considerare la Prima Repubblica come un blocco uniforme. La formazione del dopoguerra, orientata alla ricostruzione delle organizzazioni e all’alfabetizzazione politica, non coincide con quella degli anni Ottanta, già investita dalla televisione, dalla specializzazione e dall’indebolimento delle appartenenze.

Il confronto utilizza per ogni caso le stesse domande:

  • chi organizza la formazione?
  • chi può accedervi?
  • che cosa viene insegnato?
  • quali metodi vengono utilizzati?
  • quale rapporto esiste tra formazione e carriera?
  • quale spazio è riconosciuto al dissenso?
  • quale concezione del potere viene trasmessa?

6. Le pedagogie politiche della Prima Repubblica

6.1 Il PCI e la pedagogia del quadro

Il modello più formalizzato fu quello del Partito comunista italiano. L’Istituto di studi comunisti di Frattocchie costituiva il vertice di un sistema articolato di scuole nazionali e territoriali. Nei primi programmi figuravano storia d’Italia, storia del PCI e del partito bolscevico, economia politica, materialismo storico, organizzazione del partito, lingua italiana e autobiografie.

La presenza della lingua italiana e dell’autobiografia è pedagogicamente significativa. La scuola non trasmetteva soltanto una dottrina. Interveniva sulla capacità di leggere, scrivere, raccontare la propria esperienza e collocarla entro una storia collettiva.

Il soggetto che si intendeva formare era il quadro: una persona capace di interpretare la realtà sociale, organizzare altri militanti, parlare in pubblico e collegare una vertenza locale a una strategia generale.

La forza del modello risiedeva nell’integrazione tra conoscenza e organizzazione. Il sapere non era separato dall’azione. Si studiava per comprendere un territorio, dirigere una sezione, costruire un’iniziativa e intervenire nella società.

Per molti militanti provenienti da ambienti popolari, la scuola rappresentava anche un’occasione di crescita culturale. Persone escluse dai percorsi di istruzione più lunghi potevano acquisire competenze linguistiche, storiche e politiche.

Quella stessa integrazione limitava però l’autonomia. Il sapere era orientato dalla strategia del partito e la valutazione della persona riguardava anche la sua affidabilità organizzativa.

Frattocchie mostra pertanto l’ambivalenza di ogni pedagogia politica forte: può essere contemporaneamente strumento di emancipazione e dispositivo di conformità.

6.2 Il mondo cattolico e la pedagogia della mediazione

La formazione della classe dirigente democristiana non era concentrata in una scuola centrale. Avveniva attraverso un ecosistema composto da FUCI, Azione cattolica, ACLI, parrocchie, AGESCI, associazioni professionali, università e amministrazioni locali.

La FUCI e il Movimento laureati furono luoghi di formazione di una parte significativa della futura classe politica cattolica. L’Azione cattolica sviluppò inoltre una pedagogia scandita per età, responsabilità e livelli organizzativi, nella quale l’esempio dei compagni e la vita collettiva avevano un ruolo non meno importante delle lezioni.

Il soggetto ideale era il mediatore: colui che doveva collegare dottrina sociale, interessi territoriali, associazionismo e istituzioni.

L’apprendimento era progressivo. Un giovane poteva iniziare in un gruppo studentesco o parrocchiale, assumere responsabilità associative, entrare in un’amministrazione locale e proseguire verso incarichi più importanti.

Questa pedagogia insegnava il rapporto con il territorio, la gradualità delle responsabilità e la necessità della mediazione. L’attività politica era preceduta da esperienze nelle quali si apprendevano il servizio, l’organizzazione e il rapporto con una comunità.

Anche il modello cattolico presentava limiti: il peso delle gerarchie, la selezione attraverso reti relazionali, il predominio maschile e il rapporto non sempre lineare tra autonomia politica e autorità ecclesiastica.

La sua specificità consisteva però nel non separare la formazione politica da una più ampia educazione della persona. Il rischio era il paternalismo; la risorsa era l’idea che il potere dovesse essere inserito entro un orizzonte di responsabilità morale.

6.3 Socialisti e socialdemocratici: la pedagogia del riformatore

Nel mondo socialista la formazione era più distribuita. Passava attraverso centri studi, riviste, organizzazioni giovanili, federazioni, sezioni territoriali e amministrazioni locali.

L’archivio del PSI documenta l’attività di un Centro studi e documentazioni economico-sociali, costituito negli anni Sessanta, incaricato di organizzare gruppi di lavoro e curare pubblicazioni. Il fondo conserva inoltre materiali di strutture dedicate all’organizzazione, alla cultura e all’elaborazione economica e sociale.

Il pluralismo delle correnti rendeva più difficile la costruzione di una pedagogia uniforme. Al tempo stesso, favoriva l’incontro tra riformismo, autonomismo, cultura sindacale e socialismo municipale.

La figura ideale era quella del riformatore: colui che traduceva valori socialisti in amministrazione, programmazione economica e servizi pubblici.

Il comune, la regione e l’impresa pubblica funzionavano come luoghi formativi. La politica veniva appresa affrontando concretamente urbanistica, trasporti, sanità, scuola e organizzazione dei servizi.

Il PSDI sviluppò anche un’esperienza formalizzata nella scuola di Gavinana. Il suo archivio conserva corrispondenza e materiali organizzativi relativi alla scuola, oltre alle carte di diciassette commissioni di studio dedicate, tra l’altro, a programmazione economica, credito, scuola e Mezzogiorno.

La pedagogia socialista aveva il merito di collegare elaborazione culturale e amministrazione. Il suo limite fu la difficoltà di costruire continuità organizzativa, soprattutto quando il partito divenne sempre più dipendente dalle funzioni di governo e dagli equilibri interni.

6.4 Le culture laiche: cittadinanza, istituzioni e competenza

PRI e PLI non disponevano di apparati formativi paragonabili a quello comunista. La loro pedagogia era affidata soprattutto a organizzazioni giovanili, circoli, riviste, fondazioni e comunità intellettuali.

L’archivio del PRI comprende la documentazione della Federazione giovanile, del Movimento femminile e delle redazioni della Voce repubblicana e dell’Almanacco repubblicano. Ciò restituisce l’immagine di una formazione diffusa, legata alla cultura mazziniana, al dibattito pubblico e alla memoria istituzionale.

Il soggetto ideale era il cittadino delle istituzioni: laico, consapevole dei doveri civici, attento alla qualità dello Stato, alle autonomie e all’integrazione europea.

Nel mondo liberale, la Gioventù liberale dichiarava esplicitamente l’obiettivo di formare una nuova classe dirigente colta, laica, moderna ed europeista.

La pedagogia liberale privilegiava la cultura giuridica ed economica, l’autonomia individuale e la limitazione del potere. Il suo rischio era l’elitismo: la valorizzazione della competenza poteva tradursi nella riproduzione di ambienti socialmente ristretti.

PRI e PLI mostrano tuttavia che una scuola politica non richiede necessariamente una sede residenziale. Una rivista, una tradizione culturale e una comunità di discussione possono esercitare una funzione formativa duratura.

6.5 Il MSI e la pedagogia identitaria

Anche il Movimento sociale italiano sviluppò propri dispositivi formativi. L’INSPE fu promosso come organismo rivolto alla preparazione dei quadri e dei dirigenti giovanili, affiancato da organizzazioni, campi e riviste.

La finalità prevalente era preservare un’identità politica e garantire continuità a una comunità collocata ai margini dell’arco costituzionale.

Questo modello non può essere considerato normativamente equivalente alle pedagogie delle culture antifasciste che avevano contribuito alla costruzione della Repubblica. Il rapporto con l’eredità fascista e con il pluralismo costituzionale costituisce una differenza decisiva.

La sua inclusione nell’analisi è però necessaria perché mostra che la formazione non è democraticamente positiva per il solo fatto di esistere. Può essere utilizzata anche per consolidare comunità chiuse, costruire narrazioni vittimarie e trasformare l’avversario in un nemico permanente.

Ogni pedagogia politica deve quindi essere valutata in base alla concezione della persona, del dissenso e del potere che trasmette.

7. I sindacati come scuole di rappresentanza

7.1 La CGIL: studio, conflitto e trasformazione sociale

I sindacati furono grandi istituzioni educative della Repubblica. Formavano persone provenienti dal mondo del lavoro, spesso già militanti del PCI e del PSI, chiamate a parlare in nome di altri, organizzare conflitti, interpretare i processi produttivi e negoziare decisioni collettive.

Nella CGIL ebbe un ruolo rilevante l’Ufficio studi confederale. Vittorio Foa ne fu uno dei protagonisti e Bruno Trentin vi entrò nel 1949. L’Ufficio contribuì all’elaborazione del Piano del lavoro, collegando analisi economica, conoscenza delle trasformazioni produttive e progetto di cambiamento sociale.

La figura pedagogica centrale era il rappresentante del conflitto. Il dirigente doveva leggere i rapporti di forza, ascoltare i lavoratori, organizzare la mobilitazione e trasformare una domanda particolare in una proposta generale.

Il conflitto non era considerato una patologia da eliminare, ma una dimensione costitutiva della società da rendere politicamente produttiva.

Questa pedagogia insegnava che rappresentare non significa sostituirsi. Il dirigente sindacale doveva mantenere una relazione continua con le persone in nome delle quali negoziava.

La forza del modello consisteva nel rapporto tra conoscenza tecnica, esperienza concreta e responsabilità collettiva. Il rischio era la subordinazione del giudizio individuale alla linea confederale o partitica.

7.2 Il Centro Studi CISL: una microstoria pedagogica

Il Centro Studi CISL di Firenze offre un caso particolarmente utile perché permette di osservare concretamente l’organizzazione della formazione.

Il primo corso lungo per dirigenti iniziò il 15 ottobre 1951, poche settimane prima del primo congresso confederale. L’archivio conserva verbali dei colloqui di ammissione, schede dei corsi e dei corsisti, dispense, appunti, fotografie, resoconti e materiali relativi alle riunioni interne.

Non si trattava quindi di un’attività occasionale. La formazione era integrata in una politica dei quadri e accompagnava la costruzione del «sindacato nuovo».

Il modello didattico combinava un taglio quasi universitario con tutoraggio, assistenza e lavori di gruppo, adattando l’insegnamento alle esigenze della formazione degli adulti.

Un episodio è particolarmente significativo. Prima che la contrattazione aziendale fosse pienamente riconosciuta e diffusa, il Centro organizzò un percorso per preparare esperti e assistenti alla contrattazione. Nel 1958 furono selezionati giovani destinati a conoscere il sindacato e poi a operare nei territori. La formazione non seguiva semplicemente una trasformazione già avvenuta: cercava di anticiparla e renderla possibile.

La figura ideale era il contrattualista, capace di comprendere il diritto, l’economia e l’organizzazione produttiva e di tradurre tali conoscenze in accordi.

La microstoria del Centro Studi mostra un punto essenziale: la formazione è pedagogicamente efficace quando non si limita a spiegare una politica, ma prepara le persone necessarie a realizzarla.

CGIL e CISL svilupparono enfasi differenti. La prima privilegiava maggiormente il rapporto tra conflitto e trasformazione sociale; la seconda l’autonomia organizzativa, la professionalizzazione e la contrattazione. Entrambe riconoscevano però che la rappresentanza non può essere improvvisata.

7.3 La formazione UIL per il riformismo sindacale

Anche la UIL sentì la necessità di promuovere iniziative per il proprio apparato sindacale, composto, al pari delle altre due organizzazioni, da delegati, quadri e dirigenti.

La differenziazione originaria prende avvio dall’idea di garantire l’autonomia culturale e politica dei propri iscritti dalle forti influenze partitiche dell’epoca, in una logica riformista che, nel tempo, ha caratterizzato l’organizzazione sindacale per il suo orientamento socialista e socialdemocratico.

Il percorso di studi verte soprattutto sulla logica del «sindacato dei cittadini» e, accanto alle tematiche contrattualistiche, vengono fornite competenze tecniche riferite, in particolare, alla pubblica amministrazione.

8. Ciò che le organizzazioni insegnavano senza dichiararlo

Le scuole, le sezioni e le organizzazioni collaterali non trasmettevano soltanto nozioni. Insegnavano una relazione con il tempo, la collettività e la responsabilità.

La prima lezione era il tempo lungo. La carriera politica non coincideva generalmente con l’immediata esposizione pubblica. Prevedeva attività di base, incarichi intermedi, errori e verifiche.

La seconda era la mediazione. Il militante doveva confrontarsi con persone reali, interessi differenti e vincoli organizzativi. La proposta politica nasceva dall’incontro tra un’interpretazione generale e la concretezza dei territori.

La terza era la responsabilità collettiva. Un dirigente non parlava soltanto a nome proprio. Era inserito in una storia, in un’organizzazione e in una comunità che potevano chiedergli conto delle decisioni.

La quarta era la materialità della politica. Organizzare una riunione, diffondere un giornale, preparare una manifestazione o gestire un’amministrazione rendeva evidente che la politica non consiste soltanto nella produzione di opinioni.

Sarebbe tuttavia sbagliato idealizzare quel mondo.

La gavetta non era sempre apprendimento: poteva diventare attesa passiva e fedeltà al dirigente. La disciplina non era sempre responsabilità: poteva trasformarsi in conformismo. La continuità organizzativa non era sempre memoria: poteva produrre immobilismo.

Le strutture erano prevalentemente maschili, gerarchiche e socialmente selettive. Il controllo dell’accesso ai percorsi formativi poteva coincidere con il controllo delle candidature.

Il valore di quelle esperienze non risiede quindi nella loro riproducibilità. Risiede nel principio che le sosteneva: la politica richiede preparazione e non dovrebbe affidare la selezione soltanto alla notorietà, alla ricchezza o alla capacità di attirare attenzione.

9. Dalla pedagogia organizzativa alla campagna permanente

La crisi delle scuole di partito non comincia improvvisamente con Tangentopoli. Deriva da trasformazioni più profonde: indebolimento delle appartenenze di classe, secolarizzazione, frammentazione del lavoro, declino degli iscritti, centralità della televisione, professionalizzazione delle campagne e personalizzazione della leadership.

La sezione è stata progressivamente sostituita dallo staff; il militante dal sostenitore intermittente; il funzionario dal consulente; il giornale di partito dal contenuto digitale.

Questa trasformazione non ha eliminato l’apprendimento. Ha prodotto un nuovo curriculum implicito.

La prima lezione della campagna permanente è che esistere politicamente significa essere visibili. Ciò che non circola nei media tende a non essere riconosciuto.

La seconda è che la rapidità prevale sulla riflessione. Il ciclo comunicativo richiede reazioni immediate anche quando le informazioni sono incomplete.

La terza è che la riconoscibilità personale prevale sulla mediazione organizzativa. Il leader deve apparire coerente, emotivamente leggibile e nettamente distinto dagli altri.

La quarta è che vincere il conflitto comunicativo diventa più importante che comprenderlo. L’avversario non è un interlocutore con il quale potrebbe essere necessario costruire una decisione, ma un ostacolo alla mobilitazione del proprio pubblico.

Il sistema contemporaneo tende quindi a formare persone capaci di occupare lo spazio pubblico, non necessariamente di amministrarlo.

Non significa che i politici del passato fossero sempre più competenti o moralmente migliori. Significa che il nuovo ambiente seleziona qualità differenti.

Notorietà, velocità, semplificazione e polarizzazione sono immediatamente visibili. Prudenza, ascolto, scrittura normativa e capacità di compromesso sono più difficili da rappresentare e misurare.

Si produce così una separazione tra il professionista del consenso e il responsabile delle istituzioni, tra chi gestisce il mero potere e chi amministra la «cosa pubblica».

10. La comunicazione come ambiente pedagogico

La comunicazione non è uno strumento esterno alla politica. È uno degli ambienti nei quali oggi si apprende che cosa sia la politica.

Televisione, piattaforme, podcast, newsletter e applicazioni di messaggistica non si limitano a diffondere contenuti. Modellano il comportamento degli attori.

Ogni formato contiene una pedagogia.

Il talk show insegna la contrapposizione rapida. Il video breve premia il messaggio immediatamente comprensibile. Le piattaforme fondate sulle interazioni favoriscono contenuti capaci di suscitare reazioni. La comunicazione diretta del leader riduce il peso delle mediazioni giornalistiche e organizzative.

Le reti digitali hanno anche ampliato le possibilità di partecipazione. Permettono a gruppi prima marginalizzati di prendere la parola, costruire campagne e stabilire relazioni senza aderire stabilmente a una grande organizzazione.

La partecipazione digitale, tuttavia, non garantisce continuità dell’apprendimento. Una mobilitazione può ottenere grande visibilità senza costruire strutture capaci di conservare memoria, formare responsabili e trasformare le domande in politiche pubbliche.

L’ambiente digitale produce quindi un paradosso: amplia l’accesso alla parola, ma non assicura l’accesso alla responsabilità.

10.1 Persuasione e manipolazione

Ogni comunicazione politica cerca di persuadere. La persuasione diventa manipolazione quando ostacola deliberatamente la capacità dell’interlocutore di comprendere, giudicare e ponderare.

La distinzione riguarda almeno quattro comportamenti:

  • occultare informazioni rilevanti;
  • diffondere contenuti falsi;
  • sfruttare vulnerabilità attraverso dati personali;
  • costruire artificialmente una percezione distorta del consenso.

La comunicazione democratica non deve rinunciare alle emozioni. Paura, speranza, indignazione e solidarietà fanno parte dell’esperienza politica. Deve però evitare che l’emozione venga utilizzata per sospendere il giudizio.

Semplificare è necessario. Falsificare non lo è.

10.2 Algoritmi e intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale generativa rende ancora più urgente una formazione critica. Permette di produrre rapidamente testi, immagini, analisi e contenuti personalizzati, ma rende più difficile riconoscere origine, autenticità e intenzione dei messaggi.

Una scuola politica contemporanea deve insegnare a utilizzare questi strumenti e, nello stesso tempo, a comprenderne i limiti.

La competenza digitale non consiste soltanto nel sapere come ottenere attenzione. Consiste nel sapere quando una tecnica non dovrebbe essere utilizzata, quali dati non dovrebbero essere raccolti e quali forme di persuasione compromettono l’autonomia del cittadino.

11. La diseguaglianza nell’accesso alla formazione

La trasformazione della formazione politica ha anche una dimensione sociale.

Il partito di massa, pur con tutti i suoi limiti, poteva offrire strumenti culturali e percorsi di responsabilità a persone prive di elevati titoli di studio o risorse economiche. La sezione, il sindacato e l’associazione costituivano talvolta canali di mobilità politica.

Nel sistema contemporaneo, master costosi, tirocini non retribuiti, disponibilità illimitata di tempo e reti personali possono restringere l’accesso.

La diseguaglianza educativa diventa così diseguaglianza politica.

I dati italiani mostrano una relazione molto forte tra istruzione e partecipazione: nel 2024 dichiarava di non informarsi mai di politica l’11,3% dei laureati, contro il 24,4% dei diplomati e il 41,2% delle persone con al massimo la licenza media. Permangono inoltre differenze di genere e territoriali: si informava settimanalmente il 54,1% degli uomini e il 42,5% delle donne, mentre i livelli di partecipazione risultavano più bassi nel Mezzogiorno.

Le diseguaglianze non riguardano quindi soltanto il diritto formale di partecipare. Riguardano l’accesso alle conoscenze, alle reti, al tempo e alle esperienze attraverso le quali una persona può diventare rappresentante.

L’OCSE rileva che la partecipazione civica continua a essere condizionata dal livello di istruzione, dal genere e dall’origine socioeconomica. Un’educazione democratica inclusiva deve quindi essere progettata anche come strumento di riduzione delle distanze partecipative.

La formazione non può diventare una nuova credenziale riservata alle classi già privilegiate. Una pedagogia democratica deve ampliare la platea di coloro che possono immaginarsi nelle istituzioni.

12. Modelli internazionali

12.1 Germania: pluralismo e continuità

La Germania ha sviluppato un sistema di fondazioni politiche collegate alle principali culture partitiche, ma giuridicamente distinte dai partiti.

Esse svolgono attività di educazione civica, ricerca, formazione, cooperazione internazionale e sostegno agli studenti. Dopo una pronuncia della Corte costituzionale federale, nel 2023 il finanziamento pubblico è stato posto su una specifica base legislativa.

Il modello tedesco tenta di mantenere insieme identità politica e interesse pubblico. Le fondazioni non sono neutrali, ma operano all’interno di un sistema pluralistico e regolato.

La forza del sistema è la continuità: la formazione non viene attivata soltanto durante le elezioni.

Il limite è il rischio che ciascuna fondazione riproduca la cultura della propria area politica senza sottoporla a sufficiente critica interna. Il pluralismo tra le istituzioni non garantisce automaticamente il pluralismo all’interno di ciascuna istituzione.

12.2 Francia: il doppio circuito del partito e dello Stato

La Francia presenta un modello a due livelli.

Da una parte, i partiti hanno organizzato scuole, stage e università estive per militanti e quadri. Dall’altra, la preparazione delle élite è stata affidata a istituzioni dedicate alla formazione amministrativa.

Sciences Po nacque nel 1872 con l’obiettivo dichiarato di formare nuove élite dopo la crisi politica e morale provocata dalla guerra del 1870.

L’École nationale d’administration, fondata nel 1945, è stata sostituita nel 2022 dall’Institut national du service public, oggi incaricato del reclutamento e della formazione iniziale e continua dei dirigenti superiori dello Stato.

Il modello francese mostra la distinzione tra formazione del dirigente politico e formazione del funzionario.

La sua forza è la competenza amministrativa. Il rischio è la distanza sociale e culturale tra l’élite tecnicamente preparata e la società che deve governare.

La competenza, quando non è accompagnata dall’esperienza della pluralità sociale, può trasformarsi in tecnocrazia.

12.3 Stati Uniti: la professionalizzazione della campagna

Negli Stati Uniti la formazione politica è largamente privatizzata e distribuita tra organizzazioni ideologiche, università, fondazioni e centri specializzati.

Il Leadership Institute propone una Campaign Academy intensiva rivolta a candidati, consulenti, staff, volontari e attivisti. I contenuti comprendono strategia, comunicazione, raccolta fondi, contatto con gli elettori e mobilitazione.

Nell’area progressista, Arena Academy prepara nuovi e più esperti membri degli staff alle competenze necessarie per condurre campagne moderne, mentre re:power offre percorsi dedicati a strategia, bilancio, raccolta fondi, organizzazione sul territorio e gestione dei volontari.

Questo sistema produce innovazione e capacità operativa. Permette di acquisire rapidamente competenze verificabili.

Il rischio è che la campagna diventi una professione autonoma rispetto al governo. Si può imparare dettagliatamente come vincere senza ricevere una preparazione equivalente su come amministrare, deliberare e rendere conto.

La tecnica elettorale non è il problema. Il problema è la sua separazione dalla formazione istituzionale ed etica.

12.4 Cina: competenza e fedeltà

La Cina costituisce un caso di contrasto. La rete delle scuole del Partito comunista combina formazione ideologica, aggiornamento amministrativo e selezione dei quadri.

La preparazione è integrata nella carriera politico-amministrativa. Ciò rafforza la continuità e la capacità dell’apparato, ma subordina la competenza alla fedeltà politica e non riconosce il pluralismo come principio costitutivo.

Una democrazia non può assumere questo modello. Può tuttavia ricavarne un ammonimento: nessun sistema che consideri strategico il governo di una società complessa lascia la preparazione dei propri dirigenti alla completa improvvisazione.

12.5 Regno Unito e Spagna: esperienze complementari

Il Regno Unito conserva un modello più distribuito. Nel Labour esiste ancora la figura territoriale del responsabile dell’educazione e della formazione politica, incaricato di sviluppare conoscenze, capacità organizzative e competenze di campagna degli iscritti.

La forza del modello britannico è l’integrazione tra apprendimento locale e partecipazione pratica. La debolezza è la dipendenza dalle risorse delle singole organizzazioni territoriali.

In Spagna, il PSOE ha rilanciato nel 2026 la Escuela Jaime Vera come spazio rivolto ai quadri e alla militanza, con l’obiettivo dichiarato di combinare identità socialdemocratica, competenze politiche e buon governo.

Il caso spagnolo mostra la possibilità di ricostruire una scuola di partito nell’età digitale. Resta però aperta la questione decisiva: una struttura promossa dall’organizzazione forma persone capaci di dissentire oppure riproduce il linguaggio della leadership?

13. Che cosa si è perso e che cosa si è guadagnato

Il confronto non restituisce una semplice storia di decadenza.

DimensionePartiti e sindacati di massaFormazione contemporanea
CognitivaCultura generale, storia, ideologia, istituzioniConoscenze più specialistiche e professionalizzate
PraticaOrganizzazione territoriale, amministrazione, rappresentanzaCampagna, dati, comunicazione, gestione degli staff
EticaResponsabilità verso l’organizzazione e la comunitàCodici e regole più formalizzati, ma spesso separati dalla pratica
ComunicativaOratoria, stampa, relazione direttaMedia digitali, targeting, video, gestione della reputazione
RiflessivaPossibile ma limitata dalla disciplinaPossibile ma limitata dalla velocità e dalla competizione
AccessoPiù radicato socialmente, ma gerarchico e maschilePiù aperto formalmente, ma condizionato da reddito, istruzione e reti

La vecchia formazione offriva continuità, esperienza e responsabilità collettiva, ma poteva limitare il dissenso e riprodurre apparati chiusi.

La nuova formazione offre specializzazione, flessibilità e accesso a conoscenze internazionali, ma tende a frammentare le competenze e a distribuire in modo diseguale le opportunità.

Il punto non è scegliere integralmente tra i due modelli. È ricomporre ciò che ciascuno separa.

Una pedagogia democratica deve recuperare dal passato il tempo lungo, l’esperienza, il territorio e la responsabilità, senza riprodurre conformismo e chiusura. Deve assumere dal presente la professionalità, la tecnologia e la pluralità dei percorsi, senza ridurre la politica a competizione comunicativa.

14. Come valutare una formazione politica

Il successo di una scuola politica non può essere misurato soltanto dal numero dei partecipanti che diventano candidati o vengono eletti.

Un’elevata percentuale di eletti potrebbe dimostrare non la qualità pedagogica, ma il controllo esercitato dalla scuola sull’accesso alle candidature.

La valutazione dovrebbe riguardare almeno cinque risultati.

14.1 Competenza istituzionale

Il partecipante deve comprendere le istituzioni, le procedure e i vincoli dell’azione pubblica. Deve saper distinguere il programma elettorale dall’atto amministrativo e la volontà politica dalla possibilità giuridica.

14.2 Autonomia di giudizio

La persona formata deve saper mettere in discussione le convinzioni della propria organizzazione e riconoscere un errore anche quando ciò comporta un costo interno.

14.3 Capacità di rappresentanza

La formazione deve migliorare la capacità di ascoltare, interpretare e restituire domande sociali, soprattutto quelle dei gruppi meno visibili.

14.4 Responsabilità

Il partecipante deve saper motivare le decisioni, rendere conto degli effetti e accettare il controllo.

14.5 Rispetto del pluralismo

Una formazione democratica deve accrescere la capacità di riconoscere l’avversario come soggetto legittimo.

Una ricerca pubblicata nel 2025, condotta su oltre 41.000 persone in 33 paesi, ha mostrato che brevi interventi di educazione civica possono ridurre l’effetto negativo della polarizzazione sulla disponibilità a sostenere un candidato antidemocratico del proprio partito. L’effetto osservato non dimostra che ogni intervento educativo sia efficace né che i risultati durino indefinitamente, ma conferma che la formazione può incidere sul rapporto tra appartenenza partitica e principi democratici.

La prova più esigente per una pedagogia politica è precisamente questa: formare persone capaci di scegliere la democrazia anche quando entra in conflitto con la convenienza della propria parte.

15. Per una pedagogia democratica del limite

L’Italia non ha bisogno di restaurare Frattocchie né di istituire un’unica scuola statale della politica.

Una struttura centralizzata rischierebbe di essere controllata dalla maggioranza di turno e di trasformare la formazione democratica in formazione governativa.

È preferibile un ecosistema pluralista composto da partiti, università, fondazioni, sindacati, enti locali e organizzazioni civiche.

I programmi potrebbero avere identità culturali differenti, ma dovrebbero rispettare quattro principi comuni.

Pluralismo

La formazione deve rendere visibili i propri presupposti e garantire il confronto con posizioni differenti.

Accessibilità

Borse, rimborsi, modalità ibride e sedi territoriali devono impedire che la formazione sia riservata a chi possiede già reddito, tempo e relazioni.

Integrazione tra teoria e pratica

Conoscenza delle istituzioni, laboratori, simulazioni ed esperienze sul territorio devono essere collegati. La pratica deve essere accompagnata da tutoraggio e riflessione.

Valutazione indipendente

I programmi devono essere sottoposti a verifiche che non dipendano esclusivamente dall’organizzazione promotrice.

Un nucleo comune potrebbe comprendere:

  • Costituzione e istituzioni italiane ed europee;
  • storia delle culture politiche;
  • economia e finanza pubblica;
  • amministrazione e valutazione delle politiche;
  • rappresentanza e gestione dei conflitti;
  • comunicazione pubblica;
  • dati, piattaforme e intelligenza artificiale;
  • etica pubblica e prevenzione dei conflitti d’interesse.

La formazione non dovrebbe diventare un requisito giuridico per candidarsi. La rappresentanza politica non può essere subordinata al possesso di un titolo.

Dovrebbe però diventare una responsabilità pubblicamente verificabile dei partiti. Chi chiede ai cittadini di affidargli il governo dovrebbe mostrare come prepara, seleziona e valuta le persone alle quali assegna responsabilità.

16. Obiezioni e limiti

L’interpretazione della crisi politica come crisi pedagogica incontra almeno quattro obiezioni.

La prima sostiene che il declino delle scuole di partito abbia liberato la partecipazione da organizzazioni gerarchiche e ideologicamente chiuse.

L’obiezione è fondata. Le strutture della Prima Repubblica limitavano spesso il dissenso, riproducevano gruppi dirigenti maschili e subordinavano l’autonomia personale alla continuità dell’apparato.

Il saggio non propone il ritorno a quelle strutture. Distingue tra il principio dell’apprendistato e le forme storiche attraverso le quali veniva organizzato.

La seconda obiezione riguarda la professionalizzazione. Consulenti, università e centri specializzati possono aumentare la qualità delle competenze e correggere il dilettantismo degli apparati.

Anche questa obiezione deve essere accolta. Il problema non è l’esistenza delle competenze professionali, ma la loro frammentazione. La formazione diventa insufficiente quando prepara dettagliatamente alla raccolta del consenso e soltanto marginalmente all’amministrazione e alla responsabilità.

La terza obiezione riguarda gli ambienti digitali. Le piattaforme hanno abbassato alcune barriere d’ingresso e permesso a soggetti marginalizzati di comunicare.

Il saggio non interpreta la digitalizzazione come semplice decadenza. Essa amplia la possibilità di espressione, ma non garantisce continuità organizzativa, elaborazione collettiva e trasformazione delle domande in decisioni.

La quarta obiezione investe l’idea stessa di pedagogia democratica. Chi stabilisce che cosa debba essere insegnato?

Per questa ragione una pedagogia democratica non può fondarsi su un’unica dottrina. Deve riconoscere il pluralismo delle culture politiche e limitarsi a esigere alcune condizioni comuni: rispetto dei diritti, rifiuto della violenza politica, trasparenza, possibilità di dissenso, responsabilità e accettazione dell’alternanza.

Il criterio non è una neutralità assoluta, che nessuna formazione può garantire. È la possibilità di rendere visibili e discutibili i propri presupposti.

Il saggio presenta anche un limite metodologico. Le figure del quadro, del mediatore, del riformatore e del rappresentante sono tipi ideali. Non descrivono integralmente organizzazioni attraversate da differenze territoriali, generazionali e culturali.

La tesi dovrebbe essere considerata indebolita qualora una ricerca più approfondita dimostrasse che le vecchie organizzazioni separavano sistematicamente teoria, pratica ed etica quanto o più degli attori contemporanei; oppure che i nuovi sistemi formativi integrano stabilmente competenze elettorali, istituzionali e morali meglio dei partiti di massa.

Una teoria che non indica le condizioni della propria smentita rischia di trasformarsi in nostalgia argomentata.

Conclusioni. Formare al potere, educare al limite

La politica continua a educare.

Educano i partiti attraverso i propri criteri di selezione. Educano i media attraverso i formati. Educano le piattaforme attraverso gli incentivi algoritmici. Educano i leader attraverso i comportamenti che, agli occhi dei sostenitori, li rendono legittimi.

La scelta non è tra formazione e spontaneità. La spontaneità stessa viene modellata da ambienti, tecnologie e rapporti di potere.

Durante la Prima Repubblica esistevano differenti pedagogie. Il PCI formava il quadro; il mondo cattolico il mediatore; il socialismo il riformatore; le culture repubblicana e liberale il cittadino competente; il MSI il militante identitario. CGIL, CISL e UIL formavano, con metodi differenti, il rappresentante del lavoro.

Nessuna di queste pedagogie era neutrale. Nessuna era priva di contraddizioni. Tutte, però, riconoscevano che la classe dirigente non nasce spontaneamente.

Il loro declino ha lasciato spazio a un sistema meno visibile. Oggi la formazione viene organizzata da università, fondazioni, consulenti, piattaforme, think tank e centri privati.

Questo sistema può produrre competenze elevate, ma distribuisce in modo diseguale le opportunità e tende a privilegiare la capacità di competere rispetto a quella di governare.

La questione decisiva diventa allora: chi forma coloro che eserciteranno il potere, per quali finalità, attraverso quali pratiche e sotto quale controllo democratico?

Una nuova pedagogia non deve preparare soltanto persone capaci di vincere. Deve formare persone capaci di comprendere ciò che non conoscono, ascoltare chi non rappresentano ancora, correggere una decisione sbagliata e rendere conto delle conseguenze.

Deve insegnare la comunicazione, ma anche il silenzio necessario all’ascolto. La leadership, ma anche la collegialità. La decisione, ma anche il dubbio. Il conflitto, ma anche il riconoscimento dell’avversario.

Deve insegnare l’uso del potere, ma soprattutto il suo limite.

Il senso del limite non è rinuncia alla decisione. È comprensione del fatto che le istituzioni devono poter essere abitate anche da chi verrà dopo e da chi possiede idee differenti.

La formazione politica raggiunge il proprio scopo democratico quando rende una persona più capace di servire un’istituzione, non semplicemente più abile nel servirsene.

Riaprire le scuole della politica non significa tornare a Frattocchie. Significa ricostruire luoghi nei quali la competenza sia unita alla responsabilità, la convinzione al giudizio, la comunicazione alla verità e la leadership al senso del limite.

Non per formare custodi di una dottrina.

Per formare persone capaci di esercitare il potere senza diventarne prigioniere.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati