Fondo di coesione per l'energia: così gli errori del governo li pagano i territori

L’Italia paga la dipendenza fossile e l’inerzia sul PNRR. Ora il governo cerca risorse nella coesione, ma senza investimenti strutturali resterà emergenza.

RIVRINASCITA_20260606095301146_727db5a01c9f37d8848d1c7353c1be48.jpg

ANSA

L'Italia dipende strutturalmente dai combustibili fossili che arrivano attraverso colli di bottiglia geopolitici. Lo sapevamo nel 1973, lo abbiamo rivisto nel 2022 con il gas russo, lo paghiamo oggi con Hormuz. La differenza rispetto al passato è che nel mezzo avevamo finalmente gli strumenti per cambiare rotta e non li abbiamo usati.

Quello strumento si chiamava PNRR. L'Italia aveva a disposizione 194 miliardi di euro, con il 39%, vincolato alla transizione ecologica. Una dotazione senza precedenti, costruita apposta per ridurre quella dipendenza strutturale dai combustibili fossili che oggi ci presenta il conto. Secondo le elaborazioni di OpenPNRR e Openpolis su dati governativi, al dicembre 2024 ne era stato speso meno di un terzo. E quel dato è gonfiato dall'ecobonus edilizio: il 92% dei fondi verdi erogati erano andati ai bonus sulle case, lasciando praticamente intatti tutti gli altri investimenti sulla transizione.

Il caso più eloquente è quello delle Comunità Energetiche Rinnovabili. Il PNRR stanziava 2,2 miliardi per portare energia rinnovabile nei comuni sotto i 5.000 abitanti, un modello distribuito capace di rendere le aree interne produttrici di energia pulita invece che vittime della crisi energetica. Alla fine di settembre 2025, il ministro Foti ha presentato al Senato una rimodulazione da 14 miliardi in cui le CER perdevano il 64% della dotazione, ridotta a 795 milioni. La motivazione: i tempi non permettevano di spendere tutto. Da novembre 2025, OpenPNRR certifica la misura come "in ritardo".

Oggi, con Hormuz che brucia e le bollette che salgono, la cabina di regia a Palazzo Chigi ha varato un'ulteriore rimodulazione da 2 miliardi su efficienza energetica, CER e treni elettrici. È quello che si sarebbe dovuto fare tre anni fa, farlo adesso, a scadenza quasi spirata, è l'ammissione che nel frattempo non c'era nessun piano.

Ed è in questo vuoto che si inserisce la proposta del vicepresidente Fitto del 29 maggio scorso: usare la flessibilità dei fondi di coesione per far fronte al caro-energia. Una proposta che, a prima vista, potrebbe sembrare pragmatica. A guardarla meglio, è lo strumento sbagliato usato nel momento sbagliato per le ragioni sbagliate.

I fondi di coesione non sono una riserva di liquidità da cui attingere in caso di emergenza. Nascono per ridurre le disuguaglianze territoriali, per finanziare infrastrutture, sviluppo locale, risorse idriche, riqualificazione idrogeologica. Le Regioni che avevano programmato quegli investimenti si troverebbero a vederli sottratti per coprire l'incapacità di programmazione del governo nazionale. Un gioco a somma zero in cui a perdere sono sempre i territori più fragili. Nella revisione a medio termine dei fondi di coesione ho proposto misure strutturali contro la povertà energetica, bocciate - ironia della sorte - proprio da chi le propone oggi. Il problema non è la destinazione per quanto mi riguarda, è la logica. Usare la coesione come salvagente dell'ultimo minuto non risolve la dipendenza fossile, non recupera il ritardo sulle rinnovabili, non costruisce nulla di duraturo.

E nel frattempo, sul fronte del Patto di stabilità, Bruxelles ha risposto picche alla richiesta di flessibilità per finanziare accise e sussidi ai carburanti: sì agli investimenti in rinnovabili, no al sostegno al modello fossile. Ma c'è un nodo politico che il governo preferisce non nominare: lo spazio di manovra sull'energia, lo 0,3% del PIL all'anno, circa 7 miliardi per l'Italia, è incassato dentro la clausola di salvaguardia per la difesa. Per accedervi, Roma dovrebbe prima attivare quella clausola, impegnandosi formalmente sull'aumento delle spese militari. Il governo aveva scelto un'altra strada, i prestiti europei del programma SAFE, e ora si trova davanti a un bivio scomodo: per avere margini sulle rinnovabili, deve prima dire sì al debito per le armi.

La logica dell'emergenza perpetua ha un costo: permette a ogni esecutivo di non programmare nulla e di presentare ogni crisi come imprevedibile, quando è invece la conseguenza diretta di scelte rinviate. Il PNRR non si ripeterà: la prossima programmazione comparabile partirà nel 2028 e le premesse della Commissione UE - che punta a tagliare e accorpare i fondi per il clima e i territori a favore della difesa - sono allarmanti. Proprio per questo, con la mozione nazionale che presenteremo come Alleanza Verdi e Sinistra in conferenza stampa il prossimo venerdì 12 giugno a Roma, ribadiremo che bisogna arrivarci con una rotta radicalmente diversa: obiettivi europei vincolanti sulla transizione energetica, investimenti strutturali sulle rinnovabili e sulle aree interne, fine della logica del rattoppo e della militarizzazione del bilancio UE. Hormuz ci ha mostrato, ancora una volta, dove porta l'alternativa.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati
Fondo di coesione per l'energia: così gli errori del governo li pagano i territori - Rinascita