Flotilla in viaggio per Gaza, Diario di bordo per una nuova rotta

ANSA
Pubblichiamo in anteprima dei brevi stralci del libro di Arturo Scotto Flotilla In viaggio per Gaza, Diario di bordo per una nuova rotta (Giunti editore). Il testo si propone di raccontare, attraverso una scrittura in cui emerge delicato e potente il tocco umano, l’esperienza della Flottilla di solidarietà con la cronaca del viaggio: la scelta della partenza, l’organizzazione, la traversata, gli attacchi e infine l’abbordaggio, la detenzione e il rimpatrio. Tuttavia, nel testo c’è molto di più: ci sono gli interrogativi che la scelta di partire ha portato con sé e che diventano l’occasione per una riflessione ad ampio spettro sulla contemporaneità e sulle sue contraddizioni a cui provare a dare risposte innanzitutto con gli occhi del militante della sinistra e, quindi, con quelli dell’uomo delle istituzioni, del parlamentare che cerca di espletare il suo mandato con disciplina e onore nei confronti della Costituzione e della Repubblica.
Tra i pregi del racconto vi è la rappresentazione senza infingimenti del viaggio, dalle difficoltà logistiche alla consapevolezza del peso che le scelte da intraprendere (fermarsi o continuare) si portavano dietro, alla tesa preoccupazione che ha accompagnato gli equipaggi nell’attesa dell’intervento della Marina militare israeliana, alla complessità della gestione delle relazioni di un movimento molto composito, ma che sicuramente ha rappresentato un risveglio globale di partecipazione e solidarietà. In ultimo, Scotto restituisce attraverso la consapevolezza del limite del viaggio della Flottila, la feroce reazione della Marina israeliana, la forza di questa esperienza, che può e deve ricordare che non tutte le pagine della nostra contemporaneità sono scritte da pochi potenti.
Dal primo capitolo (pp. 18-20)
Genova, I dubbi e la decisione. Todo cambia
Il luogo principale di questo racconto è il mare, che offre mille orizzonti. Attraversarlo sarebbe stata una prova molto dura. La sua maestosità scandisce in modo diverso i tempi di vita e gli spazi di relazione; il mare sopporta tutto, prende tutto, nasconde e rivela ogni cosa. Il Mediterraneo è tutt’altro che una frontiera senza posti di blocco. Navigando verso Gaza, abbiamo attraversato il multiverso di questi nostri tempi. Abbiamo incrociato di tutto. I droni, diabolici oggetti del perverso videogioco di spionaggio e guerra che ormai i telegiornali hanno reso familiari a tutti. I cargo che, incuranti della nostra missione, delle sorti di chicchessia, alimentano i nostri porti e i nostri supermercati, o la nostra inflazione. E poi i barconi di migranti, carichi di persone che tentano la fortuna di un approdo disperato a una nuova vita. Sopra di noi, intanto, il traffico dei cieli raccontava altri spostamenti, più agevoli, di esseri umani spesso semplicemente più fortunati. Stessi cieli, stessi mari, diritti radicalmente diversi. Dal mare, la tragedia dell’umanità si presenta molteplice e continua, con o senza i riflettori, ma più reale di quanto possiamo immaginare nelle nostre relative tranquillità: connessioni eterogenee, materiali e immateriali, di mondi collegati ma non necessariamente in relazione diretta tra loro. Violenza, affari, fame passano di lì: abbiamo incrociato vittime e carnefici, sfruttati e sfruttatori. Era plastico che le merci non avessero confini, mentre gli esseri umani quei confini li hanno tatuati sui corpi senza nome e senza teste. Un Cimitero liquido: così il cardinale di Napoli, Domenico Battaglia, aveva definito il Mediterraneo. Questo lavoro non è un libro di storia del conflitto israelo-palestinese, non è un saggio di geopolitica, non ambisce a confrontarsi con l’importante, vasta, critica letteratura sull’argomento anche in riferimento al terrificante attentato di Hamas dell’ottobre 2023 e alla devastante rappresaglia israeliana. Sospesa, o rallentata, dal recente armistizio siglato per la mediazione di Trump con importanti paesi arabi e islamici. Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Pakistan, Turchia, Qatar ed Egitto hanno dichiarato congiuntamente il loro favore alla sospensione della guerra a Gaza, dicendosi disponibili a cooperare con gli Usa per garantire l’attuazione degli accordi.
Non mi sottraggo ad alcune valutazioni, opinioni, giudizi sulle più grandi questioni che caratterizzano una vicenda ormai secolare e sulla sua importanza strategica nel contesto internazionale attuale e futuro. Lo farò nel testo, quando l’occasione del diario mi porterà ad aprire finestre di approfondimento su antefatti e fatti delle vicende che emergeranno dal vissuto quotidiano della preparazione e del viaggio stesso. Invito a considerare queste digressioni, più politiche e di carattere generale, come parte del viaggio. Dopotutto, un diario è un ricordo e anche in questa dimensione il tempo non si qualifica nella consueta cadenza cronologica. La mente vola: un particolare può occupare un’eternità, una routine può essere sintetizzata in poche parole. Siamo noi che, cercando il senso delle cose, operiamo una selezione dei fatti per comprendere l’origine di processi e valutare e sostenere le soluzioni più adeguate. Non mi sottraggo a valutazioni, giudizi, prese di posizione sulle grandi questioni che attraversano questa vicenda, sulla sua lunga durata storica e sul suo peso strategico nel mondo di oggi e di domani. Ma non lo farò in modo astratto. Lo farò quando il diario me lo imporrà, quando l’esperienza concreta aprirà una domanda a cui non si può sfuggire.
Quelle che affiorano non saranno digressioni accademiche. Sono pensieri che emergono mentre si cammina, si aspetta, si naviga. Sono ricordi, connessioni, improvvise messe a fuoco. Fanno parte del viaggio quanto le persone incontrate, i luoghi attraversati, le decisioni prese. A volte aiutano a capire, altre volte servono solo a rendere più evidente un conflitto. Un diario non segue una linea retta. Il tempo si deforma. Un dettaglio può diventare centrale, una giornata intera può scivolare via in poche righe. La mente funziona così: seleziona, scarta, ritorna, insiste. È in questo movimento che cerchiamo il senso delle cose, proviamo a risalire all’origine dei processi e a immaginare soluzioni che non siano solo teoriche, ma necessarie. Scrivere questo diario significa accettare questa instabilità. E non fingere di avere risposte quando, in realtà, si sta ancora imparando a fare le domande giuste. Si sta ancora navigando.
Dal sesto capitolo (pp. 99-101)
Nervi saldi: i droni ci attaccano
I droni ci hanno fatto compagnia varie notti nel corso di 250 miglia di cammino. Chi sono? Chi li manda? Chiaramente non c’è la firma, ma qualche sospetto appare legittimo. L’avvertimento è chiaro: rallentate la vostra corsa verso Gaza, rinunciate. Ce lo aspettavamo, ma un po’ più in là, almeno a metà del viaggio, quando ci saremo lasciati alle spalle Creta. Invece oggi è solo il terzo giorno di navigazione piena, mancano più di 700 miglia a Gaza. Nessuna grande preoccupazione, abbiamo giusto intensificato i turni notturni a bordo per maggiore tranquillità tra noi dell’equipaggio. La sera del 21 settembre resto nel pozzetto con Margherita fino alle due di notte, tocca a me fare la guardia notturna, mentre lei segnala alla radio tutti gli spostamenti dei droni, pronunciando dei codici abbastanza incomprensibili rispetto alla latitudine e alla longitudine della nostra barca. Ma ci sta. Avvisiamo i nostri compagni a terra che la loro sinistra presenza si va intensificando e che vanno chieste spiegazioni. Sulla chat di Signal della Flotilla si moltiplicano i commenti, circolano le foto e i video, alcuni dei quali apriranno il giorno dopo i siti di informazione di mezzo mondo. Le quaranta barche si sono disposte in orizzontale quasi per farsi coraggio a vicenda lungo la navigazione ed evitare di trasmettere la sensazione di una frammentazione. Ma già all’alba non si vedeva più nulla, di giorno è raro che si incrocino droni. Elsa è a Napoli da qualche giorno, gli ultimi bagni, l’ultimo sole. Mi ha mandato una bella foto dalla litoranea di Torre, che conservo ancora, mentre fa l’aperitivo sulla spiaggia con i miei genitori sorridenti e rilassati. Sono riusciti a trascinare mio padre fuori casa e questo mi tranquillizza. Emergency, che è molto indietro, ci sorveglia e si mette a disposizione per qualsiasi problema: rifornimento di cibo o gasolio e anche ricovero di persone che non reggono la traversata. Qualcuno non reggerà il mal di mare, qualcun altro è preso da dolorosissimi attacchi di emorroidi o da calcoli renali: ma loro li accolgono e li curano. Sono la nostra scorta e i nostri occhi in mezzo al Mediterraneo. Per il resto, solo cargo commerciali all’orizzonte, sagome lente e massicce, linee scure che scorrono sempre uguali sul confine tra cielo e mare, indifferenti a tutto.
Il 22 settembre ci svegliano i delfini. Sono loro la prima cosa che vedo al risveglio. Un branco bellissimo, cinque o forse sei, che sembrano salutarci. Il mare è calmo, immobile come non era stato da giorni. È il giorno della piazza. Il 22 – come in tutta la settimana precedente e venerdì 19 con la Cgil – la mobilitazione è impressionante e commovente. La prima immagine mi arriva direttamente da mio figlio Enrico che è all’Università. Piazza della Repubblica a Roma è piena già alle nove del mattino, lo slogan è “blocchiamo tutto”, ci sono i cartelloni in bella vista “non stare a casa, fatti Flotilla”. Ormai siamo diventati un brand, mi viene da pensare. Mathieu, che è alla prima manifestazione in vita sua senza i genitori, mi manda una foto con sottobraccio il giornale «Lotta comunista». Lo ha comprato in piazza perché con insistenza avevano cercato di venderglielo. Me lo mostra con orgoglio. Gli rispondo un po’ pedagogicamente che non è esattamente la mia linea, ma non insisto più di tanto. È una cosa che mi rende in ogni caso felice.
Giovani dappertutto, qualche scontro nella stazione di Milano che diventa immediatamente sui quotidiani della destra la notizia principale: propal uguale violenti. «Il Giornale» titola: “Delinquenti per Gaza”. Un dossier del centro studi di Fratelli d’Italia accusa “maranza, anarchici e antagonisti”. Ovvero gli immigrati di seconda e terza generazione. È un’equazione insopportabile quanto falsa: la marea di donne e uomini che manifestano è pacifica, la gestione dell’ordine pubblico invece è ballerina. Piantedosi parla di rischi per la sicurezza, crea allarmismo a gettone perché evidentemente così gli è stato ordinato. La strategia della tensione comincia ad alimentarla direttamente il Governo e questo appare inquietante. Anziché provare a interpretare quella domanda di giustizia, cercano di criminalizzarla. Nulla di nuovo per chi conosce la storia di questo Paese. Persino dopo che i principali paesi del Commonwealth – Canada, Australia e Gran Bretagna – scelgono la strada del riconoscimento dello Stato di Palestina, Meloni va in TV ad attaccare l’opposizione, raccontata sempre più come un fastidio. Lo slittamento trumpiano della destra italiana – a maggior ragione dopo il gravissimo omicidio dell’attivista di estrema destra Charlie Kirk– viene ulteriormente rafforzato e salda il vittimismo tradizionale con minacce autoritarie sempre meno lievi. Anche questo spiega il disallineamento dell’Italia sulla tragedia di Gaza: l’unica funzione svolta dal nostro governo è quella di indebolire qualsiasi forma di pressione nei confronti di Bibi Netanyahu e la sua svolta genocida.
Dal sedicesimo capitolo (pp 217-218)
Dopo la Flottilla
Abbiamo forse coltivato l'illusione che l'ondata di solidarietà per Gaza potesse, da sola, cambiare le cose. Che potesse costringere chi governa a guardarsi allo specchio, prima di agitare le pau-re. Siamo tornati alla casella di partenza. Tutto attorno a noi appare come una sconfitta bruciante. Eppure siamo arrivati a trentacinque miglia da Gaza: un risultato tutt'altro che scontato, che racconta insieme i limiti e la forza di quell'esperienza. Rabbia, perché abbiamo sfiorato la possibilità di aprire uno squarcio nel blocco navale illegale. Orgoglio, perché nessuno avrebbe scommesso che saremmo arrivati fin lì.
Gli attivisti della Global Sumud Flotilla hanno avuto tra le mani una forma inedita di potere. Non potevano esercitarla fino in fondo. Era presto, era difficile, forse era oltre le possibilità materiali. Era prima di tutto una missione umanitaria. Eppure, a un certo punto, persino i governi più distanti hanno dovuto farci i conti, riconoscendo la Flotilla come una soggettività politica, non come una galassia confusa. Il potere dominante, però, lo contrasti solo se riesci a incidere nelle scelte. Un movimento deve misurarsi con questo nodo, se non vuole restare sospeso, senza peso reale. Non per aggiungere un partito a un altro. Ma per trasformare l'indignazione e i valori in una proposta di mondo, capace di governare i conflitti. Significa riabilitare l'idea di strumenti comuni, di un nuovo multilateralismo, di una riforma radicale delle Nazioni Unite. Se non ci si misura a questa altezza, vinceranno le scorribande di gangster vecchi e nuovi, convinti che l'unica morale possibile sia quella dei soldi e degli eserciti.
C’è stato un tempo in cui sembrava possibile che questa logica tramontasse. Una parentesi breve, spezzata dall'invasione dell'Iraq. Eppure le crisi scompaginano sempre l'ordine delle cose. Questa crisi racconta la fine di un mondo. E senza retorica: non salveremo le democrazie alzando nuove barriere e preparando conflitti permanenti. L'Occidente è stato molte cose: fascismo e colonialismo, ma anche movimento operaio, femminismo, libertà, costituzioni repubblicane. Uno spazio di conflitto e di possibilità, non un destino. È questa consapevolezza che può renderci di nuovo adulti. È la lezione che porto via dalla Flotilla. David Grossman scrive: "Sentivo che stavo finalmente facendo lo sbaglio giusto”. Tutto qui.