Fine vita in Sardegna: dall’Accabadora al diritto di scegliere
Dalla figura dell’Accabadora alle leggi regionali sul suicidio medicalmente assistito: la compassione e l’autodeterminazione al centro di un dibattito che il Parlamento continua a rinviare.

Archivio Rinascita
L’Accabadora, antica figura sarda di cui ci ha lasciato testimonianza Michela Murgia nel suo libro omonimo, evoca un ruolo femminile enigmatico, carico di mistero, aprendo interrogativi su un aspetto della cultura sarda unico e arcano. Non poteva che essere la Sardegna, una delle prime Regioni ad accogliere, votare e approvare la legge sul fine vita e l’applicazione delle procedure sui tempi per l’assistenza al suicidio medicalmente assistito.
In questa terra ricca di storia e complessa nei suoi rituali, la forza della compassione, della misericordia e dell’umanità che allevia le sofferenze dei morenti, ponendo loro fine attraverso l’atto di “finire” il loro dolore, è una pratica antica, che ha sempre rimandato al rapporto più profondo tra vita e morte, spiegandolo attraverso “colei che finisce”. L’Accabadora, per l’appunto, una donna a cui veniva affidato un potere controverso, problematico, così come è oggi l’accettazione del fine vita, di decidere quando e come una persona debba concludere il proprio percorso terreno.
Oggetto di studio e di dibattito tra svariati studiosi, questa pratica ha visto, nel tempo passato, figure femminili, donne compassionevoli, svolgere un ruolo di conforto nelle famiglie con malati terminali e intorno a queste donne sono nati racconti, leggende che hanno voluto cercare spiegazioni razionali o elaborazioni mitiche per un atto che ha sempre avuto significati profondi ma anche spiegazioni contingenti, difficili da poter mettere in dubbio. Nelle antiche comunità rurali sarde, le famiglie si trovavano ad affrontare numerosi problemi di assistenza ai malati non autosufficienti, poiché l’accesso ai luoghi di cura (i moderni ospedali) era limitato, quando inesistente del tutto.
Michela Murgia lo ha raccontato nel suo mirabile romanzo. Attraverso uno sguardo intimo e coinvolgente sulla vita nelle comunità rurali sarde, ha provato a spiegare il ruolo dell’Accabadora, quella figura di conforto, chiamata ad alleviare situazioni di estrema sofferenza, quando il malato non aveva più speranza di guarigione. È lei a “portare la fine” in modo misericordioso.
Secondo alcune fonti, le ultime pratiche attribuite a un’Accabadora sarebbero avvenute nel XX secolo. Superstizione, realtà, non si ha nessuna conferma dell’una o dell’altra spiegazione. Sappiamo però che la storia della cultura sarda è ricca di racconti tradizionali che intrecciano i grandi temi della vita e della morte con cui le antiche comunità, soprattutto rurali, dovevano fare i conti quotidianamente. Ecco perché è quasi naturale che la cultura sarda si senta pronta ad accogliere una legge che introduce forme di fine vita. Il rispetto per le persone, per i propri cittadini e le proprie cittadine passa anche attraverso atti compassionevoli, misericordiosi e soprattutto umani.
In Italia, in materia di fine vita, ai sensi della legge 219/17, un malato potrebbe scegliere il rifiuto delle terapie o l’interruzione previa sedazione profonda, oppure, se ha le condizioni previste dalla sentenza 242/19 della Corte Costituzionale, potrebbe accedere all’aiuto alla morte volontaria, ma, nonostante i ripetuti solleciti della Corte, con cui ha chiesto al legislatore di intervenire sulla materia, nel quadro della legge sul fine vita, il Parlamento non ha mai emanato una legge che preveda per le persone malate il diritto di autodeterminarsi nel proprio fine vita, inclusa la possibilità di accedere all’eutanasia. Sono anni, purtroppo, che la politica non decide nulla su questo tema così importante e così vicino alla vita e alla sofferenza delle persone. Anzi, forse l’unica decisione che è stata presa è stata proprio quella di “non decidere”.
D’altra parte, è da almeno 42 anni, e cioè da quando nel 1984 fu presentata la prima proposta di legge di iniziativa popolare, che in Parlamento “non si trova mai il tempo” di discutere di diritti e fine vita. Questo vuoto legislativo ha spinto alcune Regioni a intervenire, tra le quali ultima in ordine di tempo il Veneto, che ha approvato la sua legge sul fine vita.
Nel febbraio 2025 la Toscana era stata la prima Regione ad approvare una legge sulle modalità per l’accesso al suicidio medicalmente assistito, attuando le sentenze della Corte, e pochi mesi dopo è intervenuta anche la Sardegna. Il governo di Meloni ha impugnato entrambe le leggi davanti alla Corte costituzionale, che, nel caso della Toscana, ha poi dichiarato legittima la legge regionale, al netto dell’incostituzionalità di alcuni articoli.
Per la destra di Governo, Fratelli d’Italia in testa, non è ammissibile la disciplina del suicidio medicalmente assistito. Secondo la maggioranza, lo Stato deve rafforzare l’assistenza alle persone malate, le cure palliative e il sostegno alle famiglie, senza trasformare l’aiuto al suicidio in una procedura garantita dal Servizio sanitario nazionale. Per la Meloni il compito dello Stato non deve essere “favorire percorsi per suicidarsi”, ma ridurre la solitudine e le difficoltà delle persone con gravi patologie e delle loro famiglie, anche attraverso cure palliative, assistenza domiciliare e sostegno ai caregiver.
Belle parole propagandistiche, salvo poi lasciare le famiglie, i malati e i servizi abilitati all’assistenza privi di risorse, soli a dover combattere contro la burocrazia lenta e inconsistente, le carenze del Servizio Sanitario nazionale e l’assoluta mancanza di assistenza pubblica, con un privato assetato di profitti, che detta modi e tempi.
Tutte mancanze che impattano sulla fase terminale dell’esistenza di una persona, ovvero quel periodo in cui una malattia incurabile, un grave decadimento delle funzioni vitali o uno stato clinico irreversibile preannunciano l’avvicinarsi della morte. Non si tratta solo di un momento biologico, ma di un passaggio esistenziale, carico di effetti medici, giuridici, etici e affettivi.
In questa fase diventano centrali le decisioni relative ai trattamenti sanitari da adottare o sospendere, alla gestione del dolore, alla volontà del paziente espressa direttamente o per mezzo di un fiduciario, e in alcuni casi estremi, anche alla richiesta di anticipare la morte tramite pratiche come il suicidio medicalmente assistito o l’eutanasia.
Un coacervo di implicazioni, all’interno di un contesto in cui si è sviluppata una crescente consapevolezza culturale intorno al diritto all’autodeterminazione, inteso come possibilità per ogni individuo di decidere in modo informato e consapevole sulla propria vita e sulla propria morte e in cui le lacune normative, le tensioni tra visioni etiche differenti costringono a riflettere su cosa significhi davvero rispettare la persona umana nel momento più fragile della sua esistenza.
Il concetto di dignità si pone al centro di questo dibattito. Morire con dignità significa non solo evitare la sofferenza fisica, ma anche poter decidere in che modo affrontare la fine della vita, senza essere costretti a subire trattamenti sproporzionati, invasivi o contrari alla propria volontà.
Non possiamo nascondere la contrapposizione che sottende a tutta la discussione politica ma anche culturale su questo tema e che vede una tensione fortissima tra libertà individuale e valore assoluto della vita, una dicotomia che attraversa tanto le riflessioni giuridiche quanto quelle morali. Da una parte, si rivendica il diritto dell’individuo a scegliere liberamente il proprio percorso, compresa la possibilità di rifiutare cure o di anticipare la morte in casi estremi; dall’altra, si teme che l’affermazione di tale libertà possa portare a una svalutazione della vita umana, specialmente nei soggetti più deboli o vulnerabili.
Una dicotomia che coinvolge etica e morale portando a uno stallo politico e culturale da cui si può uscire solo scegliendo la libertà di cittadini e collettività ad autodeterminarsi. Questa la stella polare a cui le leggi di uno Stato di diritto dovrebbero adeguarsi. E poi… la compassione ritorni a essere un sentimento che, dentro e fuori le religioni, diriga il nostro agire sociale. Ne servirà sempre di più in questa fase drammatica e disumana della storia!
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