Fine vita, il tempo che la politica non può perdere

Le 13.487 firme per «Liberi Subito» rilanciano la battaglia nel Lazio: procedure certe e garanzie nel servizio sanitario pubblico per il suicidio assistito.

Claudio MarottaIl Punto
Eutanasia

ANSA

Ci sono questioni sulle quali il tempo della politica può sembrare quasi irrilevante. Sul fine vita non è così. Ogni ritardo su un tema così delicato pesa direttamente sulla dignità della vita delle persone. L’ho capito, nel mio lavoro istituzionale, nell’autunno del 2023, attraverso la storia di Sibilla Barbieri. Sibilla Barbieri aveva un cancro e aveva richiesto al sistema sanitario del Lazio di poter accedere al suicidio medicalmente assistito. Dopo il diniego della Asl Roma 1, partì per la Svizzera con il figlio Vittorio e con Marco Perduca, per poter compiere una scelta che il nostro ordinamento riconosce a determinate condizioni, ma che continua a incontrare ritardi, incertezze e forti disparità territoriali.

Per questo, all’epoca, depositai un’interrogazione al presidente Rocca per capire cosa fosse accaduto, se la Regione avesse fatto tutto ciò che era nei suoi doveri e competenze. Da quella vicenda ho ricavato una convinzione che da allora accompagna il mio impegno su questo tema: alla sofferenza di una persona le istituzioni non possono aggiungere l’incertezza e l’abbandono. C’è, inoltre, una questione evidente di equità sociale: l’accesso a queste procedure non può essere, nei fatti, appannaggio soltanto di chi ha le possibilità economiche e materiali per partire e andare in Svizzera. Deve poter essere garantito, quando ricorrono le condizioni previste, nel nostro Paese e all’interno del servizio sanitario pubblico.
Fu quello il primo tassello di una battaglia che da allora abbiamo portato avanti con la consigliera Marietta Tidei e altri esponenti dell’opposizione regionale, a fianco dell’Associazione Luca Coscioni, insistendo per affrontare la questione in Consiglio regionale. Nel novembre 2023 abbiamo depositato una proposta di legge. Nessuna pretesa di sostituirsi al Parlamento. Rivendichiamo solo quello che è dovere di ciascuna Regione: dare al proprio servizio sanitario procedure chiare, responsabilità definite e tempi che non dipendano dal caso.

I confini li ha tracciati la Corte costituzionale. Con la sentenza 242 del 2019 ha individuato un’area di non punibilità dell’aiuto al suicidio, a condizioni precise: il paziente deve essere affetto da una patologia irreversibile con prognosi infausta, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili, essere tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale ed essere pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. La Corte ha affidato alle strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale la verifica di queste condizioni. Nel 2025, sempre la Consulta, ha riconosciuto alle Regioni uno spazio per disciplinare gli aspetti organizzativi e procedurali, nel rispetto dei principi stabiliti dalla legislazione statale e dalla stessa Corte. Il Parlamento, però, continua a non approvare una legge. E quando il legislatore non decide, il problema non sparisce: ricade su malati, famiglie, medici e giudici.

Nel Lazio la nostra proposta è ferma. Abbiamo chiesto di discuterla, di portarla in commissione e poi in Aula. Nel febbraio 2025, mentre sollecitavamo la calendarizzazione, la maggioranza ha avuto così poca forza nelle proprie idee che ha vergognosamente abbandonato l’Aula.
Sul fine vita si richiede sempre prudenza. Ma la prudenza non può diventare un modo elegante per non scegliere. I tempi in gioco sono due: quello dei bizantinismi della politica e quello di chi è malato, che può essere breve, doloroso, irrimediabile.

Altre Regioni, intanto, si sono prese questa responsabilità. La Toscana ha aperto la strada e la Corte, pur correggendo alcuni aspetti, ha confermato che le Regioni possono intervenire sull’organizzazione e sulle procedure. Poi la Sardegna, l’Emilia-Romagna e a settembre è stata la volta del Veneto, in cui l’iniziativa è stata capitanata da Luca Zaia.

Se ne può ricavare almeno una lezione: sul fine vita non serve una bandiera da agitare contro qualcuno. Dividere il campo tra chi sarebbe “per la vita” e chi “per la morte” è una caricatura che non aiuta. Una buona legge deve tenere insieme aspetti complessi: proteggere le persone vulnerabili e rispettare la libertà di chi si trova nelle condizioni indicate dalla Corte; garantire le cure palliative senza usarle come alibi; sostenere chi vuole continuare a vivere e non costringere chi ha scelto, liberamente, una strada differente.

Ora la questione torna nel Consiglio regionale del Lazio con più forza. L’Associazione Luca Coscioni ha raccolto nel Lazio 13.487 firme per la proposta di iniziativa popolare “Liberi Subito”. Le firme sono arrivate alla Pisana il 1° ottobre scorso. Non sono la fine della nostra battaglia, ma lo stimolo popolare a continuarla in maniera ancor più decisa e determinata.

Più di tredicimila persone chiedono alla politica di fare il suo dovere: ascoltare, approfondire, discutere, trovare sintesi avanzate e comunque, in definitiva, decidere.

Decidere e legiferare per non lasciare soli i nostri concittadini proprio nel momento più difficile, garantendo ogni scelta all’interno di un percorso pubblico fatto di cura, ascolto, verifiche e garanzie. Cure palliative, assistenza socio-sanitaria e procedure per il fine vita non sono alternative da contrapporre. Sono strumenti diversi attraverso i quali le istituzioni devono accompagnare la persona, rispettandone fino in fondo la volontà e proteggendone la libertà.

Più di tredicimila cittadine e cittadini hanno chiesto al Consiglio regionale di assumersi questa responsabilità. È ora che anche il Lazio risponda.

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