Fenomenologia della fragilità, dalla classicità ai giorni nostri.
Con Umana fragilità, Aurelio Musi ricostruisce la storia di un sentimento che ci rende uguali: dai miti greci alla croce, fino alle inquietudini moderne.

ANSA
Il libro di Aurelio Musi, storico accademico e giornalista di fama internazionale, da pochi mesi in libreria, mi ha sedotto sin dal titolo: Umana fragilità. Storia di un sentimento in Occidente (Colonnese editore). Figuratevi poi quando ho scoperto che nell’ultima pagina di questo sintetico ma densissimo testo era riportata una lunga citazione di un mio breve saggio a impronta autobiografica, di alcuni anni fa, dal titolo Elogio della fragilità (Mimesis). Fatta salva la comprensibile sbandata narcisistica che ha appannato la mia lucidità (solo per pochi minuti), ho potuto verificare, attraverso una lettura piacevolissima, che l’opera colma una lacuna editoriale veramente imponente.
Di fragilità, infatti, si parla e si scrive troppo poco. Nella stagione post-umana dell’ipercompetitività selvaggia, infatti, per essa non c’è spazio. O si hanno i numeri per gareggiare e vincere, o si è messi da parte, a ingrossare le fila apatiche dei rassegnati e dei vinti. Il libro di Musi parla un’altra lingua. Riconosce alla fragilità l’importanza che merita e ne racconta la fenomenologia storica. Un fatto senza precedenti che è anche uno dei meriti principali di questo libro. Lo fa senza l’arroganza degli apprendisti superuomini che delle debolezze umane sorridono con sprezzante superiorità. Ma anche senza la dolciastra bonomia di chi ritiene quest’ultima quasi una “fortuna”, capace di produrre solo gentilezza, empatia e amore. È con l’autorevolezza e il disincanto scientifico dello storico, autore di decine di saggi, ultimi fra questi Il medico a rovescio e Controrinascimento malinconico, che Aurelio Musi ci guida in un viaggio ulissico che dall’antico ci porta al moderno; un viaggio alla ricerca di una condizione umana primigenia che apprendiamo essere un “sentimento” fondativo e strutturale.
È nell’età classica che della fragilità si comincia a parlare. Del resto che cos’è il thauma di Aristotele, quello che genera la filosofia (ma anche l’arte e la tecnica), che della cultura classica greca è un principio fondativo, se non lo sgomento che sgorga dalla coscienza di essere creature “carenti” (Gehlen), fragili e conseguentemente vulnerabili di fronte a una realtà che ci sovrasta e ci minaccia?
La Grecia classica, attraverso le sue tragedie e i suoi miti, ci trasmette la solitudine dell’eroe ma anche quella dell’essere inadeguato (carente appunto) rispetto alla natura, rispetto alle sue stesse passioni che sovente lo sovrastano e lo fanno cozzare contro quell’ideale di misura (métron) che informa di sé tutta l’antichità. L’uomo che diventa vittima della sua ybris viene punito dagli dei, proprio a causa del suo tentativo di rivolta dal vincolo dei suoi limiti. La cultura di Roma antica è ancora più severa: condanna la fragilità in maniera definitiva. E contrappone a essa l’ideale astratto di una forza che riconosce solo il diritto del vincitore.
Con il cristianesimo tutto cambia. Cristo muore sulla croce e in questo tragico frangente nobilita la fragilità, anzi la esalta perché è attraverso di essa che Dio si fa uomo. Scrive Musi: «La rivoluzione cristiana muta i termini del problema. Per Agostino la condizione umana può essere rappresentata come una guerra civile tra volere e non volere: senza la totale immersione dell’io in Dio la fragilità umana prenderebbe il sopravvento. Le Confessioni sono precisamente il faticoso percorso che conduce l’uomo a conquistare l’endiadi Io-Dio». Una nuova e inedita prospettiva si apre.
Si arriva quindi al Medioevo, lunga stagione in cui la fragilità è esperienza quotidiana della fine, come accade durante la peste, che produce la disperazione ma anche la reazione irrazionale e liberatoria della follia, l’incoscienza della festa nella quale si danza freneticamente sull’orlo dell’abisso. È la volta di Erasmo: del suo libero arbitrio e del suo Elogio della follia. E di Lutero e della sua tristitia inemendabile se non attraverso l’amore di Dio, il quale, comunque, dall’uomo rimane lontano pur decidendone le sorti attraverso il dono munifico della grazia. Nel frattempo il Rinascimento, trionfalmente, nel suo “rimettere al centro l’uomo”, non fa che attualizzare le forme della sua instabilità.
Il viaggio continua e arriva alle soglie dell’Illuminismo e del Romanticismo. Musi magistralmente si sofferma su Montaigne che per alcuni aspetti dell’Illuminismo è il precursore: «Filosofare è imparare a morire è uno dei Saggi più belli di Montaigne. La sua assoluta originalità sta soprattutto nella relazione (…) fra la coscienza della fragilità-finitudine umana e la sua razionalizzazione attraverso la visione del circolo vita/morte/vita». Del resto, l’angoscia della morte è il vero motore interno della caducità. Lo stesso che durante il Romanticismo contribuisce a far esplodere gli eccessi dello Sturm und Drang.
Uomini e donne di vetro è un capitolo del saggio di Musi particolarmente intrigante che ci racconta la fenomenologia storica del fascino del cristallo, tanto bello e seduttivo quanto fragile e inconsistente, fino a giungere a Lo zoo di vetro di Tennessee Williams, a L’uomo di vetro. La forza della fragilità (2008) di Vittorino Andreoli e a La donna di vetro di Olivia Gobetti (2024). E a concludere con il “glass ceiling”, la metafora relativa a quella volta di cristallo insuperabile che imprigiona le aspirazioni di chi è discriminato perché è donna o portatore di una fragilità aggiuntiva rispetto a quella che tutti ci connota.
Consapevole della sommarietà di una ricostruzione fatalmente incompleta, non posso che concludere questa recensione sottolineando il valore di una rivisitazione diacronica sintetica, ma estremamente accurata e seduttiva, di un sentimento costitutivo e connotante della natura umana. Non un difetto quindi, non uno stigma, ma un tratto ontologico che ci contraddistingue e ci rende uguali. Che questa condizione, individuale e collettiva, possa essere all’origine di riscatti personali e di grandi movimenti rivoluzionari è una possibilità che va conosciuta e valorizzata.
Si tratta di un “potere nascosto” di cui mi sono occupato, con sorprendente quanto casuale sincronia con il prezioso lavoro di Musi, nel mio ultimo saggio: Teoria della fragilità (Diarkos). È un onore per me aver suscitato la curiosità di un grande intellettuale che, con questa sua imperdibile ultima opera, della fragilità ci ha ricostruito e consegnato la storia, portando a termine un’opera di grande valore storico, letterario e pedagogico.
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