Faten, Ceuta e l’Europa che non vede più l’essere umano

La morte di Faten El Azizi racconta il fallimento di un’Europa che riduce le migrazioni a sicurezza, legalità e confini, dimenticando storia e dignità.

Antonio GuizzettiApprofondimenti
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ANSA

Una fotografia che negli ultimi giorni mi è rimasta fissa nella mente è quella di una giovane ragazza che indossa una maglia da calcio, probabilmente quella dell’Atlético Madrid, e sorride alla telecamera, con un campo da calcio alle sue spalle e un palo della porta in lontananza.

Faten Ben Omar El Azizi è annegata il mese scorso mentre cercava di attraversare l’enclave spagnola di Ceuta. Giocare in una lega di calcio femminile in Marocco e lavorare a tempo parziale in un cimitero, dove adesso è sepolta, non le erano sufficienti. Così prese la decisione che quel passaggio valesse il rischio.

Quella di El Azizi è solamente una delle 150 storie di persone che, lo scorso mese, sono annegate o sono state schiacciate a morte durante una fuga al confine tra il Marocco e Ceuta. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, nel 2025 più di 3.500 persone sono morte o scomparse mentre cercavano di raggiungere l’Europa attraverso Ceuta.

Qual è la risposta umana naturale a una tragedia come quella di Ceuta? Dolore? Shock? Forse tanta rabbia per le circostanze che hanno spinto migliaia di persone a decidere che rischiare la morte fosse preferibile a restare nei luoghi in cui vivevano con le proprie famiglie.

Poi, ascoltando la reazione di gran parte dell’establishment politico europeo, compreso il leader della sinistra spagnola Pedro Sánchez, la rabbia diventa vergogna. Sánchez ha definito l’afflusso di massa di immigrati una violazione dell’integrità territoriale spagnola, utilizzando un vocabolario così povero da non permettergli di dire niente oltre a «sicurezza» e «legalità».

La premier italiana Giorgia Meloni ha parlato di immigrazione illegale e difesa delle frontiere; Friedrich Merz ha chiesto al Marocco di riprendere i migranti illegali e ha sottolineato la necessità di proteggere le frontiere esterne dell’Unione europea; il Portogallo ha richiamato l’integrità del sistema Schengen, mentre Finlandia e Danimarca si sono anch’esse concentrate sui controlli di frontiera e su Schengen.

Ovviamente anche Donald Trump doveva intervenire e ha usato la parola «invasione». I termini possono variare da Paese a Paese, ma l’istinto di escludere e demonizzare le migrazioni è inequivocabilmente sempre uguale.

L’affermazione nota e ovvia è che attraversare illegalmente un confine sia, in effetti, illegale. Ma un atto illegale non rende un essere umano illegale, anche se questo è diventato il modo dominante di definire queste persone. Non c’è nulla di giuridicamente concreto e permanente nello status di illegalità attribuito a un migrante. Non è una caratteristica intrinseca della persona, ma uno status prodotto dalle leggi sull’immigrazione di un Paese e dalla loro applicazione. I diritti naturali di queste persone, che definisco come diritti politici e che esistono indipendentemente da qualsiasi governo, sono gli stessi di quelli di tutti noi, vale a dire i cosiddetti diritti legali.

Il secondo argomento comune riguarda la sicurezza e la criminalità. Gli «illegali» infrangono la legge e rendono pericolosi i Paesi ospitanti nei quali vanno a vivere. Empiricamente, tuttavia, le prove non supportano questa semplice relazione tra immigrazione e maggiore criminalità. Diversi studi, incluso uno del 2022 che ha esaminato 21 Paesi europei, intitolato «I May Be an Immigrant, but I Am Not a Criminal», non hanno riscontrato alcuna relazione tra immigrazione e crimini violenti. Allo stesso modo, le ricerche basate sui dati provenienti da 30 Paesi dell’OCSE non dimostrano che l’aumento dell’immigrazione comporti una crescita dei crimini violenti o di quelli contro la proprietà.

Negli Stati Uniti, inoltre, un ampio corpus di ricerche rileva che gli immigrati generalmente commettono crimini in percentuali inferiori rispetto alle persone nate nel Paese. Lo dimostrano anche le ricerche che prendono in considerazione gli immigrati senza documenti. Al di là della terminologia e delle statistiche, perché siamo arrivati a trattare la migrazione come un’anomalia da affrontare rapidamente e con mano di ferro, anziché come un movimento che ha plasmato il corso della storia e della società?

Le persone si muovono da migliaia di anni, trasformando i paesaggi linguistici e culturali di interi continenti, molto prima che il moderno Stato-nazione insistesse sul fatto che tutti apparteniamo a un luogo e che, quindi, abbiamo bisogno di un permesso per entrare in un altro Paese.

La migrazione è un fenomeno umano antico, ma il discorso che oggi la circonda è confinato all’interno di un quadro di confini sorprendentemente ristretto. L’ironia è che, per gran parte della storia moderna, erano gli europei a muoversi. Milioni di persone hanno attraversato l’Atlantico, si sono stabilite nelle Americhe, si sono trasferite in Australia e Nuova Zelanda, hanno viaggiato attraverso l’Africa e l’Asia e, nei Paesi in cui si sono fermate, hanno costruito nuove famiglie e nuove vite.

Questa storia non viene descritta usando il vocabolario oggi riservato ai migranti che arrivano in Europa. La mobilità europea veniva presentata come esplorazione, insediamento, opportunità e costruzione di un impero, anziché come una minaccia per le società che ricevevano quelle persone. E questo nonostante l’espansione coloniale abbia sterminato i popoli indigeni in molte parti del mondo.

Possiamo davvero tralasciare il fatto che il colonialismo europeo, gli interventi ripetuti, le malattie, le guerre e le decisioni finanziarie e di politica estera abbiano contribuito a plasmare molte delle condizioni dalle quali nasce la migrazione del XXI secolo?

Siriani, afghani, egiziani, iracheni, palestinesi e libici, tra gli altri, non sono semplicemente apparsi dal nulla ai confini dell’Europa. I loro viaggi sono segnati da guerre, sconvolgimenti politici, disuguaglianze economiche e relazioni storiche alle quali l’Europa e gli Stati Uniti hanno spesso partecipato, talvolta in modo decisivo.

Naturalmente, la politica occidentale non è l’unica causa della migrazione. Ma il movimento delle persone tra l’Europa e gli Stati Uniti, da un lato, e il resto del mondo, dall’altro, non può essere completamente separato dalla storia dell’intervento e dell’estrazione occidentale.

Tutto questo è importante perché il linguaggio che usiamo non è astratto. Influenza il modo in cui vediamo le persone che migrano. Parlare di confini e sovranità non può significare spegnere la nostra capacità di vedere l’essere umano dall’altra parte, né ignorare i fattori che hanno costretto queste persone a intraprendere viaggi tanto pericolosi.

Ecco perché continuo a pensare a Faten Ben Omar El Azizi. Se la nostra risposta alla sua morte inizia e finisce con la domanda se avesse il diritto legale di oltrepassare una linea tracciata su una mappa, allora ciò che emerge non riguarda soltanto i limiti della politica migratoria. Riguarda anche la nostra incapacità di riconoscere in un altro essere umano la stessa dignità che chiediamo per noi stessi.

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