Fastlane 2030, Stellantis accelera ma l’Italia resta ai margini
Sessanta miliardi di investimenti e sessanta nuovi modelli entro il 2030, ma per l’Italia restano incognite su Maserati, Lancia e gli stabilimenti.

ANSA
Si chiama Fastlane 2030 e il suo nome evoca velocità, corsia preferenziale e slancio verso il futuro. Il piano industriale che Antonio Filosa ha presentato ieri ad Auburn Hills, Michigan, davanti alla comunità finanziaria internazionale, è il primo firmato dall'amministratore delegato italiano di Stellantis — arrivato alla guida del gruppo nella primavera del 2025 dopo l'uscita traumatica di Carlos Tavares — e promette sessanta miliardi di euro di investimenti, sessanta nuovi modelli e nessuna chiusura di stabilimento in Italia o in Europa. Eppure, a guardarle da vicino, le ombre non mancano. E per l'Italia, in particolare, la luce sembra ancora più fioca.
Il numero che ricorre di più nel piano industriale è 60: sessanta miliardi di euro di investimenti entro il 2030, sessanta nuovi modelli da lanciare nello stesso periodo. Di questi investimenti, trentasei miliardi (il 60%) andranno a marchi e prodotti, mentre ventiquattro miliardi (il 40%) serviranno per le piattaforme, per i motori e le altre tecnologie. Sul fronte dei conti, Stellantis punta a portare i ricavi dai circa 154 miliardi di euro del 2025 a 190 miliardi nel 2030, con un flusso di cassa industriale che dovrebbe tornare positivo nel 2027 e raggiungere i sei miliardi entro il 2030. Cifre ambiziose, come il Presidente Elkann ha definito il piano stesso nella sua introduzione, che però lasciano aperti interrogativi rilevanti: il piano non ha chiarito da dove verrà il finanziamento di quegli investimenti. Nessun dettaglio tecnico è stato fornito sulla struttura finanziaria dell'operazione — se cioè si farà leva sulla generazione di cassa interna, sul debito o su un eventuale aumento di capitale con diritto di opzione, ipotesi circolata in ambienti finanziari ma rimasta senza risposta ufficiale. Per un piano da sessanta miliardi si tratta di una lacuna non trascurabile.
Una delle novità principali riguarda la riorganizzazione dei marchi e l'abbandono della strategia industriale precedente. I 60 nuovi modelli e i 50 aggiornamenti previsti combineranno motori elettrici, ibridi e termici con una retromarcia sostanziale rispetto all'impostazione "all-in sull'elettrico" del precedente piano Dare Forward 2030 che aveva già dimostrato i suoi limiti sul mercato. La maggior parte degli investimenti sarà concentrata su quattro marchi considerati globali — Jeep, Ram, Peugeot e Fiat — mentre altri marchi come Alfa Romeo diventano "regionali", cioè legati ai paesi di origine. DS e Lancia passeranno sotto il coordinamento rispettivamente di Citroën e Fiat come marchi specializzati.
Se si chiede quale sia il contributo concreto dell'Italia al rilancio di Stellantis, la risposta del piano è, per ora, sostanzialmente una: la e-car di Pomigliano d'Arco. Una city car completamente elettrica, dal prezzo-target di quindicimila euro, che dovrebbe uscire dalle linee dello stabilimento campano a partire dal 2028. La prima domanda aperta è di natura temporale: il 2028 è tra due anni e nel settore automotive due anni sono un'eternità in una fase di trasformazione tecnologica così accelerata. Ma c'è un problema più strutturale: produrre a quindicimila euro un'auto dotata di "tecnologie di livello mondiale", per usare le parole del piano potrebbe significa o una compressione straordinaria dei costi di produzione ( e su questo potrebbe dare una mano la nuova piattaforma modulare STLA One) oppure un prezzo che rischia di rivelarsi, al momento del lancio, una promessa non mantenuta. Non è detto che sia impossibile: la velocità con cui l'industria abbatte i costi di batterie e componentistica è ormai nota. Ma presentarla come certezza industriale, con due anni di anticipo, è quantomeno ottimistico.
Il piano, del resto, prevede anche un taglio complessivo della capacità produttiva europea di oltre 800.000 unità. L'obiettivo dichiarato è portare il tasso di utilizzo degli impianti dall'attuale 60% all'80% entro il 2030. Questo riequilibrio è industrialmente sensato, ma nella redistribuzione delle missioni produttive l'Italia non appare in posizione privilegiata.
Il trattamento riservato a Maserati è, a suo modo, emblematico delle ambiguità del piano. Il Tridente mantiene un ruolo nel segmento del lusso con due nuovi modelli annunciati per il segmento E. Ma la roadmap completa del marchio modenese non sarà presentata oggi, né a breve: appuntamento rimandato a Modena, a dicembre 2026. Questo rinvio arriva in un momento delicato: nei mesi scorsi si sono moltiplicate le indiscrezioni su un interesse di BYD per il marchio. Filosa ha ripetutamente escluso vendite di marchi ma i numeri rendono il Tridente vulnerabile: nel 2025 le consegne sono scese a 7.900 unità, con ricavi crollati a 726 milioni di euro. Cassino, dove si produce la Grecale, ha sfornato appena 2.916 vetture nel primo trimestre del 2026, con la fabbrica attiva cinque o sei giorni al mese. In questo contesto, sette mesi di limbo strategico sono un lusso che Maserati non può permettersi.
Ancora più preoccupante è la posizione riservata a Lancia. Il marchio torinese perde la propria autonomia gestionale e viene "affidato" a Fiat come marchio specializzato. Una retrocessione implicita, formulata nel linguaggio neutro della riorganizzazione aziendale, ma significativa nei fatti.
A rendere ancora più evidente la posizione subalterna dell'Italia nel piano è il confronto con quella di Spagna e Francia. Leapmotor porterà la propria capacità produttiva a Madrid e Saragozza, Dongfeng a Rennes, dove nascerà una nuova joint venture europea controllata al 51% da Stellantis per la produzione di Peugeot e Jeep. Queste alleanze concentrano fuori dall'Italia le sinergie industriali più innovative del piano e le tecnologie elettriche più avanzate.
Va riconosciuto a Filosa il merito di aver abbandonato il dogmatismo elettrico del predecessore. Il mix di motorizzazioni previsto nel piano — con trentanove modelli termici o mild hybrid, ventinove BEV, ventiquattro ibridi e quindici plug-in — è una risposta pragmatica alla domanda reale dei mercati. Tuttavia, resta contraddittorio che il gruppo ridimensioni globalmente la scommessa sull'elettrico e affidi all'Italia, come principale novità industriale, proprio e solo una city car a batteria. E il cuore del piano è altrove: il 60% degli investimenti su marchi e prodotti andrà al Nord America, con una crescita dei ricavi prevista al 25% rispetto al 15% europeo.
Tra la mappa degli investimenti e il beneficio che ne trarrà l'Italia c'è una distanza notevole. L'e-car di Pomigliano è un progetto in carta. Maserati e Lancia attendono risposte che il piano non ha dato. Cassino è rimasto senza un piano operativo concreto. Spagna e Francia ricevono le alleanze industriali più strategiche.
Per capire se Fastlane 2030 possa essere davvero la svolta che l'industria italiana aspetta, bisognerà aspettare i fatti che, nell'automotive, si misurano sulle linee e sugli output di produzione, non certo sui comunicati stampa da Auburn Hills.
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