Extraprofitti, tasse, realtà: le allergie di Antonio Tajani

ANSA
Secondo le stime di Transport & Environment (T&E), otto grandi compagnie petrolifere hanno generato in Europa, nel primo semestre del 2026, 7,5 miliardi di euro di extraprofitti. Il calcolo nasce dal confronto tra gli utili rettificati registrati da Shell, BP, TotalEnergies, Eni, Orlen, Repsol, Omv e Moeve nei trimestri segnati dal conflitto tra Stati Uniti e Iran (avviato il 28 febbraio con l'operazione Epic Fury) e quelli ottenuti dalle stesse aziende nello stesso periodo del 2025. La cifra attribuibile all'Ue-27, pari a 7,495 miliardi, rappresenta il 42% del totale mondiale, stimato in circa 17,9 miliardi di euro: 1,6 miliardi nel primo trimestre e 5,9 nel secondo. Tra le singole compagnie la polacca Orlen guida la classifica con 2,075 miliardi, mentre Eni, controllata da MEF e CDP, si ferma a 551 milioni. Di fronte a questi numeri, che ben inquadrano il contesto nel quale si collocano le aziende che operano in Italia, Antonio Tajani si è detto «contrarissimo a qualsiasi ipotesi di tassa sugli extraprofitti […] in un momento difficile da parte delle aziende del settore». Come è evidente, è in effetti un momento difficilissimo per le aziende del settore. A Tajani irritano le parole. La parola “tasse”: «Quando sento la parola tasse mi viene l'orticaria», ha detto il ministro degli Esteri. Ed "extraprofitto": «Non voglio sentire la parola extraprofitto perché mi sa molto di Unione Sovietica». Appena compare anche solo l'ombra di una misura che invoca uno Stato capace di redistribuire una parte dei guadagni, Tajani sente odore di comunismo. Se a qualcuno, di fronte alla pompa di benzina, dovessero rimanere dubbi su come valutare la vicenda, un criterio resta sempre disponibile: pensare a Tajani e alla sua idiosincrasia per la realtà.
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