Ex Ilva, intervista a Edo Ronchi: «il piano per salvarla c’era ma fu accantonato»

L’ex subcommissario denuncia le occasioni perdute a Taranto: per ripartire servono forni elettrici, ferro preridotto e una maggioranza pubblica.

Enza PlotinoInterviste
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ANSA

Prima di affrontare la storia dei passi falsi, tanti e gravissimi, che hanno compromesso l'esistenza dell'acciaieria dell'Ilva di Taranto, serve capire quale era 20 anni fa lo stato dell'arte della produzione di acciaio in Italia e perché ad un certo punto la produzione di acciaio primario è entrata in crisi. La persona che meglio può aiutarci a capire cosa sia successo è Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, nominato nel 2013 subcommissario all'Ilva dal ministro dell'Ambiente Andrea Orlando, per affiancare il commissario Enrico Bondi in un ruolo di tutela ambientale.

«20 anni fa - spiega a Rinascita - la produzione italiana di acciaio primario da ciclo integrale era di 11,8 milioni di tonnellate, pari al 37,4% del totale dell'acciaio prodotto (la parte principale era prodotta con forni elettrici e con rottame).Circa il 90% dell'acciaio primario da ciclo integrale era prodotto dai 5 altoforni dell'Ilva di Taranto: circa 9,3 milioni di tonnellate . Le acciaierie Lucchini di Piombino, dotate di un singolo altoforno e l'altoforno della Ferriera di Servola a Trieste, che produceva ghisa, saranno chiuse di li a pochi anni. Dopo il sequestro, nel 2012, dell'area a caldo, disposto dal GIP, per ragioni ambientali e sanitarie, e il successivo Decreto del dicembre 2012, che aveva stabilito la facoltà d'uso degli impianti sequestrati per 36 mesi per attuare le prescrizioni della nuova Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), è stato imposto un tetto massimo alla produzione di 8 milioni di tonnellate annue, successivamente ridotte a 6 milioni di tonnellate, poi scese, dal 2015, sotto i 4,8 milioni per i lavori di rifacimento e sistemazioni in corso . La produzione è ulteriormente peggiorata e, nel 2025, lo stabilimento ex ILVA di Taranto (gestito da Acciaierie d'Italia in Amministrazione Straordinaria) ha toccato il minimo storico di circa 1,8 milioni di tonnellate di acciaio. Prima del nuovo provvedimento di stop all'area a caldo, entro il 28 di ottobre, confermato dalla Corte di Appello di Milano, lo stabilimento ha operato con un solo altoforno in funzione alla volta (prima l'AFO4 e, da febbraio 2026, l'AFO2). In attesa che, il 20 ottobre, si pronunci la Cassazione sullo stop dell'area a caldo, un fatto pare evidente: un'acciaieria di quella dimensione non può reggere con una produzione annua di 1,8 milioni di tonnellate. Sarebbe una fabbrica di debiti, senza prospettive e senza possibilità di ottenere ulteriore credito dalle banche, con perdite mensili dell'ordine di 40/50 milioni, non in grado di autofinanziare né il completamento del risanamento ambientale, né l'indispensabile manutenzione e innovazione dei suoi impianti produttivi, necessarie per reggere il mercato, né di garantire, con ricorsi consistenti alla cassa integrazione, i posti di lavoro . Sarebbe possibile attuare le nuove prescrizioni della magistratura (sulla bonifica dell'amianto e un taglio drastico delle polveri sottili) attivando altri altoforni, sempre con la tecnologia del ciclo attuale basato sul carbone, aumentando la produzione fino ad almeno 6 milioni di tonnellate annue, necessarie per recuperare sostenibilità economica e occupazionale degli impianti? A questo punto mi pare molto difficile e altamente improbabile. Un intervento pubblico sarà comunque necessario, ma occorrerà maggiore attenzione a come utilizzarlo, visti gli attuali risultati. Al netto dei costi della cassa integrazione, negli ultimi 5 anni (2021 al 2026) lo Stato italiano ha speso per l'ex ILVA circa 2,15 miliardi di euro: 1,07 miliardi, versati direttamente alle gestioni commissariali (Acciaierie d'Italia in A.S. e ILVA in A.S.) a partire dal nuovo commissariamento del febbraio 2024 e 1,08 miliardi, tramite Invitalia nel triennio precedente (2021–2023)».

Tutti hanno recitato una parte in questo racconto dell'acciaio di Taranto. Primi tra tutti i governi che dal 2012 si sono succeduti al capezzale dell'ex Ilva senza riuscire, né a definire, né a portare avanti un progetto industriale strategico per uscire dalla crisi.

Una riflessione sull'Ilva, prima dell'intervento della magistratura nel 2012, resta importante e non andrebbe rimossa. Per molti anni, tutti i responsabili, con diversi gradi di responsabilità – dai vertici aziendali ,agli organi di controllo e alle istituzioni con ruoli rilevanti (locali, regionali e nazionali) – hanno consentito, favorito, tollerato, ignorato che la più grande acciaieria europea, strategica per la produzione di acciaio in Italia, operasse con rilevanti impatti ambientali e sulla salute, mantenendo e accumulando ritardi nell'adozione di interventi di buone pratiche e buone tecnologie ambientali disponibili, utilizzate in altri impianti europei, nelle diverse fasi del ciclo produttivo per abbattere emissioni atmosferiche, depurare gli scarichi liquidi e migliorare gestione di scarti e rifiuti. Basta leggere le prescrizioni dell'AIA del 2013 per rendersi conto degli enormi ritardi accumulati all'ILVA di Taranto. Se quelle misure fossero state attuate, gradualmente, durante il decennio precedente, non saremmo arrivati a quel punto. In una condizione molto difficile, interviene la magistratura e, per evitare la chiusura, anche il governo si muove, con una nuova AIA per risanare gli impianti, con una gestione commissariale e con primi stanziamenti di risorse pubbliche . Dalla metà del 2013 alla metà del 2014 svolsi la funzione di sub commissario ILVA per l'attuazione delle misure ambientali, insieme al Commissario Enrico Bondi. Durante l'anno di questa mia collaborazione, attuando le prescrizioni vigenti delle AIA e delle misure ambientali aggiunte decise da noi, mettemmo a punto un piano di risanamento ambientale, con interventi tutti definiti, progettati e in buona parte avviati o realizzati: chiusura dei nastri trasportatori e di alcuni edifici, coperture dei parchi, medi e grandi, interventi sull'agglomerato e le cokerie, interventi negli altoforni e nelle acciaierie, monitoraggi e controlli delle emissioni, interventi sugli scarichi idrici, sulle discariche e la gestione dei rifiuti. Il costo degli interventi ambientali era allora stimato in circa 1,8 miliardi di euro, con 570 milioni di ordini emessi in quell'anno. Con il primo pacchetto di interventi realizzati, con alcune misure di gestione e con il fermo di 6 cokerie e di due altoforni, quindi con una riduzione della produzione, gli impatti ambientali furono riportati sotto controllo. Avevamo, inoltre, avviato un progetto per cambiare il ciclo produttivo dell'acciaio primario, per ridurre l'uso del carbone, e, in prospettiva, per potere arrivare ad eliminarlo. L'avvio del cambiamento del ciclo produttivo era basato sull'introduzione del ferro pre-ridotto con gas: un ciclo più pulito e con minore emissione di CO2 (meno 63% nel nostro progetto) ed anche con minori emissioni inquinanti, soprattutto per la riduzione dell'uso delle cokerie. Il ferro pre-ridotto poteva essere inserito direttamente – con un quota fino a circa il 20% - negli altoforni, riducendo l'uso del carbone e poteva essere utilizzato anche in acciaieria, in aggiunta alla ghisa, aumentando la quantità di acciaio prodotta. Il Commissario Bondi presentò, nel maggio del 2014, un "Piano strategico 2014-2020"per l'ILVA - con annesso piano finanziario che indicava le condizioni per un aumento di capitale, per accedere a nuove anticipazioni bancarie e a un prestito ponte che era stato negoziato - che affiancava il piano di risanamento ambientale e che prevedeva interventi di manutenzione e innovazione dei cicli produttivi, compreso l'introduzione dell'uso di 1,7 milioni di tonnellate di ferro preridotto col gas entro il 2020. Un piano strategico industriale quindi c'era, ma fu accantonato: la nuova Ministra dello sviluppo economico Federica Guidi, del Governo Renzi, alla scadenza nel giugno del 2014, infatti, non confermò la nomina di Bondi a Commissario e quel Piano fu lasciato cadere. All'inizio del 2014 vi fu una riduzione dei ricavi, per la riduzione della produzione per le misure ambientali adottate, vi furono anche difficoltà di mercato per l'acciaio, accentuate da alcune scelte industriali precedenti come l'abbandono o la riduzione di produzioni di alta gamma, come malfunzionamenti della centrale elettrica e della linea nastri, causati dalla carenza di investimenti per le manutenzioni negli anni precedenti. Così ci trovammo senza finanziamenti per proseguire negli interventi ambientali programmati e in buona parte progettati. Dal Governo, benché sollecitato, non giunsero finanziamenti aggiuntivi, così, impossibilitato a proseguire nell'attuazione delle misure e delle tempistiche del piano di risanamento ambientale, non accettai la proposta di riconferma della mia nomina e, alla scadenza nel giugno 2024, lasciai l'incarico all'ILVA.

Inerzie, superficialità, disinteresse, incompetenze, disastro ambientale. E spreco. Tanto, tantissimo spreco di denaro, di tempo, di energie in una città, che pare destinata a pagare un prezzo alto sia in termini di salute, che di occupazione. Potrebbe essere una storia emblematica della parabola dell'Italia, un Paese che da troppo tempo ha smesso di guardare al futuro.

Di quello che accadde dopo che lasciai l'ILVA non ho più avuto notizie dirette. Ho appreso dalla stampa dei ritardi che si sono accumulati e di una crisi che si è aggravata. Quello che posso dire, per conoscenza diretta, è che se non fosse stato rimosso il Commissario Enrico Bondi - persona di eccezionali qualità e capacità – e se fosse continuato l'appoggio del governo al piano industriale da lui presentato e al piano di risanamento ambientale che stavamo realizzando, invece di tentare improbabili vendite che si sono rivelate un fiasco, oggi saremmo in condizioni diverse e migliori. Ci sarebbe dovuto essere un maggiore investimento di risorse pubbliche? Probabilmente, ma oggi avremmo avviato una conversione industriale per produrre all'Ilva un acciaio più pulito e in condizioni di competitività industriale. Perché si interruppe quel percorso? Per diverse ragioni, a me non sempre chiare . Una dato, tuttavia, mi è parso rilevante: la polarizzazione fra quanti ritenevano che non si potesse produrre acciaio pulito a Taranto e quanti erano convinti che non si potesse produrre acciaio senza l'uso del carbone e bollavano la strategia del pre-ridotto come fantasia, ha minato le basi di quel nostro progetto. Una parabola che indica incapacità di guardare al futuro? Condivido. Visto che non possiamo fare a meno dell'acciaio e che non possiamo produrlo solo con i rottami (per ragioni quantitative perché una parte rimane a lungo nelle costruzioni e in varie produzioni ed anche qualitative perché alcune tipologie di acciaio richiedono interventi possibili solo in processi primari) non farlo pulito da noi significa importarlo, prodotto altrove, spesso in condizioni ambientali peggiori. Visto che per ogni tonnellata di acciaio prodotto col carbone si generano circa due tonnellate e mezza di emissioni di CO2, non porsi in modo tempestivo, non arrivando in ritardo, il problema della decarbonizzazione della produzione di acciaio primario, in presenza di una crisi climatica che ha raggiunto livelli gravi e pericolosi, significa illudersi di aggirare una sfida ineludibile mettendo la testa nella sabbia.

Quattordici anni fa e otto governi fa c'era, ancora forte, l'aspirazione a voler cercare di risolvere il conflitto fra lavoro e salute e riaffermare l'importanza strategica dell'acciaio primario in Italia. Oggi, dopo otto Governi, sette presidenti del Consiglio, otto ministri dell'Industria, otto ministri dell'Ambiente, sette viceministri e venti sottosegretari, non si è cavato un ragno dal buco. Tu hai avuto, insieme a Bondi, un ruolo importante nel risanamento dell'Ilva e il piano che avete presentato è stato l'unico e l'ultimo atto per salvare gli impianti sequestrati, superare le prescrizioni ambientali e cercare gli investimenti necessari ad abbattere l'inquinamento e passare dal carbone al preridotto col gas per produrre acciaio pulito.

Il minerale di ferro è disponibile come ossido di ferro; per produrre acciaio serve ferro ricavato riducendo l'ossido di ferro. Questa riduzione, che nel ciclo tradizionale viene realizzata col carbone generando grandi quantità di CO2, può essere fatta anche con il gas, con e con minori emissioni di CO2 ed anche di inquinanti, soprattutto per la riduzione dell'uso delle cokerie. Il ferro-preridotto può essere comprato sul mercato internazionale, mentre se ne avviava la produzione costruendo un impianto a Taranto e dotandosi di un'adeguata fornitura di gas. Senza questa adeguata fornitura di gas il progetto non è possibile. L'uso del gas naturale per la pre-riduzione apre la strada ad alcune evoluzioni tecnologiche che oggi non sono mature, per ragioni di costi elevati, ma lo saranno in pochi anni: la cattura, il riutilizzo e/o lo stoccaggio della CO2 generata con l'uso del gas, l'uso di biometano e biocarburanti in quantità elevate, fino all'impiego di idrogeno verde, o di suoi derivati, prodotti con fonti energetiche rinnovabili. La disponibilità massiccia di ferro pre-ridotto consentirebbe di non dover più utilizzare le tecnologie, impattanti, delle cokerie e degli altoforni, ma di produrre acciaio primario con un forno elettrico, meglio se alimentato da elettricità generata con fonti rinnovabili.

Niente è andato come doveva a Taranto e la decarbonizzazione inseguita nel 2012 e diventata lettera morta dopo pochi anni di tentativi falliti. Già quando la ArcelorMittal, rileverà l'ex Ilva, nel 2017, farà sapere che le tecnologie sono obsolete, vecchie. Ti sei fatto un'idea di quello che è potuto succedere da allora?

AncelorMittal è un grande produttore di acciaio che, come gli altri produttori concorrenti, è interessato alla rete di mercato dell'ILVA, in Italia e all'estero: rete che può rifornire anche con i suoi impianti, non necessariamente con l'acciaio prodotto a Taranto. Perché mai AncelorMittal avrebbe dovuto investire molti soldi suoi per avere proprio a Taranto uno dei suoi impianti più avanzati, dell'acciaio decarbonizzato? Non ho mai creduto realistica l'ipotesi di cedere il risanamento ambientale, il rilancio, la conversione industriale e la salvaguardia dell'occupazione dell'ILVA ad un soggetto industriale straniero. Dopo il risanamento e il rilancio fatti con soldi nostri sarebbe stato possibile, ma forse allora non sarebbe più conveniente per noi.

**E arriviamo all'oggi. Stiamo attendendo la pronuncia della Cassazione sulla chiusura dell'area a caldo. Se confermasse questa chiusura cosa potrebbe succedere? Potrebbe proseguire un'attività basata solo sulla lavorazione a freddo di bramme provenienti dall'estero? Se fosse invece riaperta l'area a caldo che potrebbe succedere? In entrambe i casi, con chiusura dell'area caldo o no, sarebbe ancora possibile e a quali condizioni una produzione pulita di acciaio primario all'ILVA di Taranto? **

La superficie occupata dall'ex ILVA di Taranto è molto estesa. Sono circa 1.500 ettari: si gira in macchina percorrendo circa 50 Km di strade interne asfaltate. La bonifica di un sito di queste dimensione richiede risorse ingenti. L'esperienza decennale della bonifica dei siti contaminati documenta che quando i siti sono abbandonati e non sono più produttivi, le risorse per le bonifiche scarseggiano e i tempi diventano infiniti. Anche ai fini della bonifica, anche parziale del sito, è quindi essenziale mantenervi attività produttive. Gli occupati diretti di Acciaierie d'Italia in AS sono circa 8.000 che operano direttamente nello stabilimento di Taranto (su un totale nazionale di oltre 10.000 addetti del gruppo), con una parte significativa in cassa integrazione straordinaria. Vi sono poi altri 1500 lavoratori, rimasti in capo alla precedente gestione commissariale, in cassa integrazione o impiegati in attività di bonifica. Vi sono poi, almeno altri 5.000 lavoratori impiegati nelle aziende appaltatrici (manutenzione, logistica, pulizie industriali, trasporti e servizi) e altri 5000 nell'indotto indiretto delle forniture esterne legate al ciclo produttivo. Tenere anche la metà di questa occupazione solo con l'acciaieria che lavora le bramme acquistate, senza più produzione dell'area a caldo non mi pare possibile: il progetto del mantenimento della sola area a freddo comporta un grave impatto occupazionale, per molte migliaia di lavoratori. Non conosco il progetto industriale, ma dubito che, comprando bramme d'acciaio all'estero, senza consistenti investimenti di rinnovamento dell'acciaieria di Taranto, si possa avere un impianto industriale redditizio. È in ogni caso avremmo rinunciato a produrre acciaio primario in Italia. Pur tenendo conto che l'accumulo dei ritardi è ormai pesante, che per le forniture di gas ci sono problemi anche locali e che il gas oggi è particolarmente costoso, potrebbe, tuttavia, essere ancora la soluzione migliore della crisi dell'ex ILVA quella di investire in una ripartenza con uno o più forni elettrici che utilizzano ferro pre-ridotto, prodotto in loco col gas o acquistato all'estero, possibilmente solo per un periodo di avvio. Una soluzione oggi possibile solo con una partecipazione pubblica italiana maggioritaria per assicurare il controllo del piano industriale, stabilità d'indirizzo e risorse finanziarie adeguate, cercando anche il contributo, di una quota minoritaria, di capitale privato.

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