Ex Ilva, cambiare proprietà non basta
La crisi di Taranto nasce dalla sovraccapacità mondiale dell’acciaio: nazionalizzare può servire solo dentro una vera strategia di riconversione

ANSA
Il modo in cui l’Italia discute dell’ex Ilva — chi debba acquistarla, con quali garanzie, con quale piano industriale — presuppone spesso un implicito errore di scala. Il dibattito tratta infatti come una vertenza aziendale locale ciò che è, con ogni evidenza empirica, il punto di frizione di una crisi strutturale dell’intero mercato mondiale dell’acciaio: una crisi che nessun acquirente, pubblico o privato, italiano o straniero, può risolvere semplicemente entrando nel capitale dello stabilimento di Taranto.
Il dato da cui converrebbe partire è quello diffuso dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) nel suo Steel Outlook 2026: la sovraccapacità produttiva mondiale, già pari a 640 milioni di tonnellate nel 2025, è destinata a salire a 745 milioni entro il 2028. Una cifra che supera l’intera produzione annua di acciaio di tutti i Paesi dell’OCSE messi insieme.
A fronte di una domanda globale che nello stesso periodo crescerà di appena 34 milioni di tonnellate, i produttori mondiali stanno pianificando di aggiungere fino a 139 milioni di tonnellate di nuova capacità. È uno squilibrio strutturale — e non solo congiunturale — e definisce che cosa significhi, oggi, possedere un impianto siderurgico in Europa.
La responsabilità principale di questo squilibrio ha una geografia precisa. La Cina, che produce da sola circa la metà dell’acciaio mondiale, ha esportato nel 2025 oltre 131 milioni di tonnellate di prodotti siderurgici — più dell’intera produzione annua dell’Unione europea — mentre la sua domanda interna di acciaio, frenata da una crisi immobiliare pluriennale, continua a contrarsi.
Secondo le stesse stime dell’OCSE, il produttore cinese mediano riceve sussidi statali pari a quindici volte quelli di cui beneficiano in media i concorrenti nel resto del mondo, in rapporto agli attivi patrimoniali. Un differenziale che rende largamente teorico il concetto stesso di libero mercato dell’acciaio.
Si è visto che, quando le misure antidumping occidentali restringono alcuni sbocchi, la sovraccapacità cinese può alimentare nuovi flussi di investimento e di produzione downstream in Paesi terzi del Sud-est asiatico, dei Balcani e del Medio Oriente. Si creano così margini di elusione o di diversione dei flussi commerciali che consentono a semilavorati di origine cinese di rientrare sui mercati protetti con una provenienza formalmente diversa. È un fenomeno che la nuova regola europea sul luogo di colata — il cosiddetto melt and pour, in vigore dal 1° luglio insieme al nuovo scudo doganale — cerca esplicitamente di contrastare.
In questo scenario, la vicenda dell’Ilva diventa la cartina di tornasole di un dilemma che riguarda l’intera siderurgia occidentale: che cosa produrre e per chi, in un momento in cui il segmento delle commodities siderurgiche — bramme, coils a caldo indifferenziati, prodotti piani di base — è ormai strutturalmente presidiato da chi può vendere a costi minori grazie al sostegno statale e continuerà a esserlo, indipendentemente da quanti dazi l’Europa riuscirà a erigere.
Lo scudo commerciale entrato in vigore a luglio, che dimezza le quote di importazione esenti da dazio e porta al 50 per cento la tariffa sui volumi eccedenti, è la risposta più aggressiva mai adottata finora da Bruxelles in materia. Ma resta una misura che agisce sul sintomo, non sulla causa profonda.
Un dazio protegge la capacità produttiva esistente, ma il suo utilizzo non genera un solo euro di domanda aggiuntiva. Anzi, nella misura in cui alza i costi per i settori manifatturieri a valle — automotive, elettrodomestici, cantieristica, meccanica strumentale — rischia di scaricare su una parte già esposta alla concorrenza internazionale un costo che una politica industriale più ampia dovrebbe distribuire diversamente.
Il caso dell’ex Ilva acquista peso se confrontato con le altre due grandi crisi siderurgiche europee. In Germania, Thyssenkrupp Steel Europe ha scelto la via della contrazione gestita: la riduzione della capacità da 11,5 a un valore compreso tra 8,7 e 9 milioni di tonnellate annue e la perdita di 11.000 posti di lavoro entro il 2030, accompagnate da una possibile cessione parziale del ramo siderurgico e dal dibattito su un eventuale intervento pubblico.
Nel Regno Unito, Tata Steel ha invece seguito la strada del sussidio condizionato alla riconversione: 500 milioni di sterline di fondi pubblici su 1,25 miliardi di investimento per sostituire gli altiforni di Port Talbot con un forno elettrico, con una capacità più contenuta e circa 2.800 posti di lavoro persi. Tre Paesi, dunque, e tre possibili risposte emergenti allo stesso problema: contrarre la capacità, finanziare la riconversione o intervenire sulla proprietà, come nel caso italiano.
È in questo quadro che va collocata, senza enfasi eccessive in un senso o nell’altro, l’ipotesi della nazionalizzazione, tornata negli ultimi mesi al centro del dibattito politico e sindacale italiano. L’argomento a suo favore ha una logica interna solida: nessun investitore privato che risponda a una funzione di rendimento sul capitale ha, in condizioni di sovraccapacità mondiale, un interesse strutturale a mantenere in vita una capacità produttiva che, nel segmento delle commodities, è quasi per definizione meno redditizia di quella dei concorrenti sussidiati.
È uno schema che l’Italia ha già osservato con ArcelorMittal, il cui progressivo disimpegno dopo il 2019 è oggi oggetto di un contenzioso davanti al Tribunale di Milano. Il gruppo franco-indiano ha progressivamente spostato l’Ilva fuori dal perimetro del proprio bilancio consolidato, riducendo gli investimenti dichiarati fino ad azzerarli. Una dinamica che si può ragionevolmente imputare alla volontà di comprimere la produzione di un concorrente diretto per sottrargli quote di mercato a livello europeo.
Solo un soggetto che non risponda a quella stessa logica di breve periodo — lo Stato, in ultima istanza — potrebbe permettersi di trattare l’Ilva come un’infrastruttura strategica da riconvertire nel tempo, anziché come una posizione da valutare esclusivamente sulla base del rendimento atteso.
Ma l’argomento simmetrico, quello dei limiti della nazionalizzazione, merita lo stesso peso analitico. Il vincolo europeo sugli aiuti di Stato riflette la preoccupazione che la proprietà pubblica di un impianto strutturalmente in perdita si traduca in un finanziamento perenne di quella perdita.
Uno Stato azionista che si limitasse a sostituire il capitale privato mancante, continuando a produrre le stesse commodities indifferenziate di sempre, non risolverebbe il problema di fondo: lo sposterebbe dal bilancio di un investitore privato a quello della fiscalità generale, senza cambiarne la natura.
In questo senso, la nazionalizzazione non è da intendersi come soluzione definitiva, ma al più come una precondizione istituzionale. È necessaria a garantire un orizzonte di programmazione che nessun fondo di investimento trimestrale può offrire, ma non è sufficiente se non viene accompagnata da una ridefinizione del prodotto e da una politica della domanda che oggi, tanto in Italia quanto nel dibattito europeo sul Piano d’azione per acciaio e metalli, resta largamente assente.
Il vero nodo, allora, non è tanto la forma della proprietà quanto la direzione della riconversione: uno spostamento del baricentro produttivo verso i segmenti in cui la sovraccapacità cinese pesa meno — acciai speciali e leghe per difesa e aerospazio, semilavorati decarbonizzati per l’edilizia e le infrastrutture energetiche, prodotti ad alto valore aggiunto per una filiera della transizione che l’Europa intende costruire in casa propria.
Questo spostamento dovrebbe essere accompagnato da una leva che nessuna misura tariffaria può replicare: la domanda pubblica stessa. Appalti per infrastrutture, reti elettriche e riarmo europeo vincolati a una quota di acciaio prodotto e decarbonizzato internamente, contratti per differenza sul carbonio che rendano l’acciaio verde competitivo rispetto a quello convenzionale e requisiti di contenuto locale nei grandi programmi di investimento pubblico sono strumenti che uno Stato azionista sarebbe nella posizione naturale di attivare, ma che restano concettualmente indipendenti dalla forma proprietaria dell’impianto.
Il punto, in definitiva, non è stabilire se lo Stato debba tornare azionista di uno stabilimento che il mercato ha già mostrato di non saper gestire secondo logiche compatibili con l’interesse nazionale. Il punto più ampio è che nessuna soluzione puramente proprietaria può bastare da sola in un mercato mondiale nel quale l’offerta eccede la domanda e continuerà a farlo per tutto il resto del decennio.
La nazionalizzazione può essere una condizione utile e forse necessaria per dare a quella riconversione un orizzonte temporale credibile. Confondere le due cose — trattare il cambio di proprietà come se fosse già la soluzione, anziché la cornice entro cui la soluzione dovrebbe essere scritta — è il rischio più concreto che il dibattito italiano corre oggi, da qualunque parte politica lo si osservi.
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