Europa e medie potenze: un’alleanza per rilanciare il multilateralismo
Nel confronto tra Stati Uniti e Cina, l’autonomia europea passa da un’alleanza con le potenze intermedie per rilanciare le istituzioni e la cooperazione globale

ANSA
L’Unione europea è alla faticosa ricerca di un ruolo più autonomo nel nuovo scenario globale, non più unipolare e segnato dalla competizione tra USA e Cina. L’autonomia strategica europea, se non vuole ridursi a un velleitario quanto improponibile disegno autarchico, deve essere in grado di interagire con un diversificato arco di medie potenze che possono essere cointeressate a un nuovo ordine globale fondato sul multipolarismo e a un rilancio, su basi nuove, del sistema multilaterale.
Potenze emergenti come India, Brasile, paesi del Golfo, Sudafrica e Turchia, e paesi membri del G20 legati all’Occidente, come Giappone, Canada, Australia e Corea, esercitano un’influenza diplomatica, economica e militare autonoma, rifiutando di subordinarsi ciecamente alle due superpotenze.
Alcune di esse, in particolare India, Sudafrica e Brasile, intendono mettere in discussione il sistema di regole e organismi internazionali stabilito all’indomani della Seconda guerra mondiale e reclamano più spazio per il Sud globale nei fori decisionali mondiali.
Se le medie potenze non interagiscono, rischiano di subire le decisioni delle due grandi potenze. Ciò che le renderebbe candidate ideali alla promozione di un nuovo ordine è la loro propensione alla cooperazione invece che alla coercizione, al multilateralismo invece che all’unilateralismo, alla mediazione piuttosto che all’escalation dei conflitti.
Il primo ministro canadese Carney, nel suo discorso all’ultima edizione del World Economic Forum di Davos del gennaio scorso, che tanta eco ha avuto nel dibattito internazionale, in risposta all’atteggiamento immotivatamente aggressivo di Trump nei confronti del Canada, ha fatto appello all’insieme delle potenze intermedie (middle powers), ossia quei paesi che non hanno la massa critica o militare delle superpotenze, come USA o Cina, ma dispongono di una forte rilevanza economica, strategica e istituzionale.
Carney riassumeva la sua visione sul ruolo delle medie potenze con un efficace passaggio del suo discorso: «Le medie potenze devono agire insieme perché, se non siamo seduti al tavolo, rischiamo di finire nel menù».
In tale prospettiva, il primo ministro canadese proponeva accordi e partenariati a geometria variabile, sulla base delle possibili convergenze concrete: con l’Europa sul piano della difesa, con i paesi del Sud globale nel campo di uno sviluppo sostenibile delle materie prime critiche, con l’insieme delle potenze medie per una riforma e un rilancio dell’Organizzazione mondiale del commercio.
Il limite di tale, pur encomiabile, visione del ruolo delle medie potenze risiede nell’eterogeneità degli interessi e dei principi da esse rivendicati. Concezioni diverse dei sistemi politici, differenti background storici e visioni non sempre coincidenti, anche sulle forme che il multilateralismo dovrebbe assumere, rischiano di minare l’efficacia del ruolo di tale categoria di paesi nello sviluppo di un nuovo sistema internazionale.
Tuttavia, vi può essere un fondamentale denominatore comune per le medie potenze che non vogliono soccombere al dominio bipolare: la tutela e il rilancio, su basi nuove, dell’architettura internazionale esistente. Sarebbe praticamente impossibile eliminare le attuali organizzazioni internazionali per sostituirle con altre. La sciagurata iniziativa trumpiana del Board of Peace sta naufragando, provocando ulteriori danni alla già tragica situazione a Gaza e nei territori occupati.
Il bagaglio di competenze acquisite e l’autorevolezza delle Nazioni Unite e delle istituzioni correlate nei settori degli aiuti umanitari, dell’assistenza ai rifugiati, della sorveglianza sanitaria, della sicurezza alimentare e delle operazioni di mantenimento della pace non possono essere dispersi. Andrebbero, al contrario, rinnovati e rilanciati.
Inoltre, oggi è in grave crisi anche il sistema di aiuti e programmi per la riduzione della povertà nel mondo, in particolare a seguito del drastico taglio delle risorse in tale settore da parte degli Stati Uniti. Anche in questo campo le medie potenze dovrebbero unire gli sforzi per contrastare tale declino nei programmi di cooperazione allo sviluppo. Sul climate change, a fronte del ritiro degli USA dall’Accordo di Parigi del 2015, i paesi che restano legati a quegli impegni devono fare fronte comune per far avanzare l’agenda di contrasto al cambiamento climatico.
Infine, le medie potenze dovrebbero essere impegnate a far avanzare l’agenda per la riforma delle Nazioni Unite e, quando il Consiglio di sicurezza dell’ONU è bloccato dai veti dei membri permanenti, dovrebbero avvalersi maggiormente dell’Assemblea generale per prevenire e contribuire alla soluzione dei conflitti, riaffermare i principi giuridici internazionali, istituire commissioni d’inchiesta e condannare i paesi che violano le norme.
L’Europa ha il potenziale per porsi come un punto di riferimento di questo arco di paesi interessati a un sistema internazionale multipolare. Già in questi ultimi anni sono stati intensificati i rapporti con alcune delle più rilevanti potenze emergenti, con la conclusione di accordi di libero scambio e partenariati strategici con l’India, il Mercosur e i paesi del Sud-est asiatico e, sul piano della difesa, con progetti di collaborazione con Canada e Giappone.
L’Europa potrebbe inoltre contribuire a una rinnovata agenda per lo sviluppo con i paesi del Global South, utilizzando nuovi strumenti messi in campo negli ultimi anni, come il Global Gateway, con un focus sull’Africa.
Anche nello sviluppo dei partenariati strategici riguardanti commercio, materie prime critiche ed energia, l’Unione europea dovrebbe mirare a promuovere interdipendenze diversificate, allo scopo di evitare di ricorrere a un’unica fonte, sia per gli approvvigionamenti sia per i mercati e gli investimenti.
L’Europa sarà in grado di perseguire la sua autonomia strategica se avrà la forza di esprimersi in una dimensione integrata in politica estera e se riuscirà a interagire e a sviluppare un’agenda comune con le medie potenze per un rilancio del multilateralismo e per un ordine globale più equo, stabile e sostenibile.
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