Energia, il voto americano mette un freno a Trump

Petrolio, gas e guerra in Iran: la maggioranza democratica sfida l’agenda energetica del presidente. Per l’Europa gli effetti non saranno immediati.

Michelangelo MetaFlusso Quotidiano
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ANSA

La vittoria democratica alle elezioni di midterm ridisegna gli equilibri interni al Paese, segnando una decisiva battuta d’arresto all’agenda politica trumpiana nel settore energetico e ambientale. Temi cardine delle consultazioni, il carovita e gli elevati prezzi del diesel, che hanno punito l’amministrazione presidenziale alla luce della destabilizzazione dei mercati globali in seguito alla guerra in Iran.

La prospettiva energetica appare quella più interessante nella delineazione dei futuri scenari politici, considerata l’interdipendenza delle borse mondiali e l’elezione di esponenti progressisti nei posti chiave delle istituzioni americane, fortemente contrari alle attuali politiche di settore. Il controllo del Congresso conquistato dai democratici pone ora un serio problema alla continuazione dell’Energy Dominance voluta da Trump, incentrata su deregulation nel settore dell’oil & gas e sul massiccio sfruttamento di idrocarburi per il fabbisogno nazionale.

Da tale punto di vista si prospetta un acceso scontro con l’opposizione progressista, con particolare riferimento alla discussione del Permitting Bill previsto per il 9 novembre sulla realizzazione di grandi progetti energetici e alle indagini promesse dai democratici sulle agevolazioni fiscali attuate da Trump nei confronti dei colossi petroliferi.

L’aspetto più delicato da affrontare rimane tuttavia il dossier iraniano e i prezzi globali dell’energia. Il controllo di entrambe le Camere prospetta per i progressisti un maggiore potere contrattuale nella prospettiva di un’eventuale cessazione delle operazioni militari. In tale prospettiva, se è plausibile che un accordo con Teheran possa alleviare le tensioni geopolitiche e stabilizzare i mercati, è anche vero che i possibili benefici sulle economie europee si misurerebbero in tempi sicuramente non immediati.

La nuova maggioranza democratica non sarebbe sufficiente a imporre un ritiro unilaterale al presidente: superare un veto presidenziale richiederebbe, per Costituzione, la maggioranza di circa due terzi di entrambe le Camere e quindi il supporto di una parte degli esponenti repubblicani. Una prospettiva sicuramente più favorevole per l’Europa, ma ancora condizionata dall’andamento della guerra e dalla strategia militare statunitense.

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