Emma Bonino e la sinistra: chi ha cambiato chi?

Dal marciapiede alle istituzioni: la storia di Emma Bonino, l’incontro con la sinistra e un metodo radicale che continua a vivere oltre le appartenenze.

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ANSA

È la mattina di Pasqua del 2019. Sono a piazza Venezia con mio figlio Michele. C’è una manifestazione per Radio Radicale, minacciata dal taglio dei fondi della convenzione. Massimo Bordin è morto da poche ore e il vuoto che ha lasciato sembra occupare fisicamente la piazza: dagli altoparlanti esce la sua voce, è l’intervento di circa due mesi prima al congresso italiano del Partito Radicale (uno dei suoi ultimi interventi pubblici), in cui — già visibilmente segnato dalla malattia — con lucidità e determinazione spiega chi tenta di spegnere Radio Radicale e perché lo fa. A pochi metri da noi c’è Emma Bonino. È seduta, piccola, quasi ripiegata dentro un cappottino leggero e chiaro. Dico a Michele: «Vedi, c’è Emma Bonino». La guarda. «Non l’avrei riconosciuta… è piccola». «Sì, Miche’, è piccolina. Ma è forte, tenace, come sanno essere i radicali». Quella frase l’ho scritta il giorno dopo, il 22 aprile 2019, in un lungo post su Facebook. Non la ricostruisco oggi. Era esattamente così.

Emma è già malata da alcuni anni. A un certo punto Rita Bernardini si avvicina, la prende per mano, la aiuta ad alzarsi. Se la mette accanto. La accompagna al microfono. Emma si schermisce, quasi a dire che non è necessario che parli. Rita continua a tenerle la mano. La lascia soltanto quando Emma comincia il suo intervento, un intervento appassionato, lucido, pieno di riferimenti importanti. Sono esattamente davanti a me. Mi commuovo. Non tanto perché penso che una stretta di mano possa cancellare divisioni politiche profonde. Quelle divisioni esistono. E le conosco. Mi commuovo perché due persone che appartengono ormai a pezzi differenti di una stessa storia, per qualche minuto, stanno semplicemente lì. Una accanto all’altra.

Quella sera scrivo su WhatsApp a una persona per me molto cara: «La cosa più bella di oggi, per me che sono sempre più irrimediabilmente sentimentale, è stato vedere Rita che ha preso Emma per mano, e l’ha invitata a parlare, e l’ha tenuta per mano finché non ha iniziato a parlare». La risposta arriva asciutta, come era nel suo stile. «Irrimediabilmente radicale». A scrivermelo è Laura Arconti. Ci tornerò. Perché forse, per raccontare Emma Bonino, bisogna partire da qui. Non da una carica ricoperta. Non da un’elezione. Da una donna fisicamente minuta, apparentemente brusca, che viene accompagnata verso un microfono. E da una domanda. Che cosa significa, davvero, essere radicali?

Prima della sinistra

Emma Bonino nasce politicamente prima che abbia senso domandarsi se sia di destra o di sinistra. La sua storia pubblica comincia dal corpo delle donne. Nel 1974 vive personalmente l’esperienza dell’aborto clandestino. Entra in contatto con l’Aied e poi con il Cisa, il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto fondato da Adele Faccio. È lì, ha raccontato lei stessa, che sente per la prima volta le parole «disobbedienza civile». Non si tratta di rivendicare astrattamente un diritto. Si tratta di infrangere pubblicamente una legge considerata ingiusta, assumendosene le conseguenze. Emma accompagna donne da Milano a Firenze per abortire. Il Cisa non lavora clandestinamente: dichiara quello che fa. La disobbedienza è parte dell’azione politica.

È una differenza fondamentale. Il radicalismo che Emma incontra non insegna soltanto che esistono diritti da conquistare. Insegna che il potere deve incontrare un limite. Il potere dello Stato sulla persona. Il potere della maggioranza sulla minoranza. Il potere della legge quando la legge diventa sopraffazione. La persona. Il diritto. Il limite al potere. Dentro questa triade c’è già, in qualche modo, quasi tutta Emma Bonino. Nel 1976 entra alla Camera con Marco Pannella, Adele Faccio e Mauro Mellini. Sono quattro deputati radicali. Lei ha ventotto anni. Molti anni dopo ricorderà perfino gli zoccoli rossi con i quali entra in Parlamento, segno più di inesperienza che di provocazione. È già un passaggio decisivo. Perché il marciapiede entra nell’istituzione. Ma non per smettere di essere marciapiede.

Il corpo e lo Stato

Qui sta, credo, una delle chiavi della storia radicale che più mi interessa. Non il rifiuto delle istituzioni. Il loro uso. Pannella, Bonino, Spadaccia appartengono a una cultura che può essere durissima con lo Stato e contemporaneamente avere un rispetto quasi sacrale delle sue forme quando quelle forme garantiscono diritto, controllo, pubblicità delle decisioni. Gli scioperi della fame, le autodenunce, le manifestazioni apparentemente provocatorie non mirano alla distruzione delle istituzioni. Mirano, nella loro intenzione dichiarata, a «costringerle a funzionare», a rispettare le regole che lo Stato medesimo ha dato e si è dato. È anche per questo che Radio Radicale diventa qualcosa di più di una radio di partito: trasmettere integralmente i lavori del Parlamento significa sostenere che il cittadino debba poter ascoltare ciò che accade nelle istituzioni senza la mediazione di qualcuno che scelga per lui cosa è importante. È il contrario dell’antipolitica. È una concezione esigente della politica. Ed Emma la porta con sé per cinquant’anni.

Dal corpo al mondo

Poi la scala cambia. La battaglia non riguarda più soltanto il corpo della donna italiana. Riguarda la fame. Nel 1982 il Partito Radicale conduce la campagna contro lo sterminio per fame. Emma incontra anche Enrico Berlinguer: il segretario del Pci si esprime a favore dei punti centrali della proposta sulla fame nel mondo. Le distanze politiche non impediscono l’interlocuzione. È un metodo che tornerà continuamente. Non domandare prima all’interlocutore a quale campo appartenga. Domandargli se, su quella cosa, è disposto ad assumersi una responsabilità.

In quegli anni Teleroma 56 è uno dei luoghi attraverso i quali quella presenza radicale entra nelle case romane. Pannella, Bonino e gli altri possono occupare per ore uno spazio televisivo discutendo di fame, pensioni, giustizia, diritti. Gli archivi di Radio Radicale conservano ancora quelle lunghissime trasmissioni. Qualche anno dopo lavorerò proprio a Teleroma 56, ne ho già scritto in un altro articolo pubblicato su questa testata. Proprio in riferimento a quell’articolo voglio precisare una cosa: Emma Bonino non l’ho frequentata come Marco Pannella. Con Marco ho avuto momenti personali, discussioni, telefonate, incontri che appartengono alla mia vita. Con Emma no. Ma Emma, nella mia storia, c’è sempre stata.

Una radicale transnazionale

Alla fine degli anni Ottanta il Partito Radicale sceglie la dimensione transnazionale. È una scelta difficile persino da spiegare oggi, mentre la politica sembra aver riscoperto con violenza la centralità dei confini e degli Stati nazionali. Nel 1988 Emma discute già apertamente della costruzione di un soggetto politico transnazionale. La logica è radicale nel senso più letterale. Se i diritti appartengono alla persona, non possono fermarsi alla frontiera. Se la pena di morte è una violazione della dignità umana, non diventa accettabile perché applicata in un altro Stato. Se una donna subisce una mutilazione genitale, non può bastare invocare una tradizione. Se un governo massacra i propri cittadini, la sovranità nazionale non può trasformarsi automaticamente in impunità. Dal corpo della donna allo Stato di diritto. Dallo Stato di diritto al diritto internazionale. È una linea del tutto coerente. La logica è ferrea.

Il 1994

Poi arriva il 1994. E qui non serve riscrivere la storia per renderla più comoda. I radicali di Pannella scelgono l’interlocuzione con Silvio Berlusconi e con il nuovo schieramento che sta nascendo. La Lista Pannella sostiene quella prospettiva politica; Berlusconi incontra pubblicamente Pannella ed Emma e parla dei radicali come di una possibile «frontiera aperta sulla sinistra». Bonino partecipa a quella scelta. Io continuo a pensare che sia stato un errore. Lo pensavo allora e lo penso oggi. Ma sarebbe altrettanto sbagliato utilizzare quella scelta per costruire retrospettivamente un’Emma diversa da quella reale. Emma non la subisce. La condivide.

E pochi mesi dopo è proprio il primo governo Berlusconi a indicarla, insieme a Mario Monti, come rappresentante italiana nella Commissione europea. Questo è uno dei punti nei quali la biografia di Bonino obbliga la sinistra a fare i conti con una storia che non può essere trasformata in genealogia. Emma non viene dalla sinistra. Non nasce nel Pci. Non nasce nel socialismo. Non diventa progressivamente una dirigente di quel campo perché qualcuno l’ha convertita. La sua traiettoria è diversa. Ed è proprio questo a rendere interessante ciò che accadrà dopo.

L’Europa, Sarajevo, Kabul

Dal 1995 al 1999 Emma Bonino è commissaria europea. Ha responsabilità, tra l’altro, sugli aiuti umanitari, sulla pesca e sulla politica dei consumatori. La Commissione europea ricorda il suo coinvolgimento diretto nelle crisi dei Balcani, del Ruanda e dell’Afghanistan. È qui che la dimensione internazionale smette definitivamente di essere un’estensione della politica italiana. Diventa il centro. Sarajevo. I Grandi Laghi africani. L’Afghanistan dei talebani. La giustizia internazionale. La pena di morte. Le mutilazioni genitali femminili. «Non c’è pace senza giustizia» nasce dalla campagna radicale dei primi anni Novanta e farà della lotta contro l’impunità uno dei suoi cardini.

Roma, 1998

Nel 1998 Roma ospita la Conferenza diplomatica che porterà allo Statuto della Corte penale internazionale. Emma è commissaria europea. Partecipa alla battaglia politica e diplomatica per arrivare a uno statuto capace di dare alla nuova Corte autonomia e forza. Il 17 luglio lo Statuto viene approvato. Kofi Annan arriva a Roma. Nella conferenza alla FAO e poi in Campidoglio ci sono diplomatici, ministri, delegazioni internazionali, protagonisti di anni di lavoro per costruire il primo grande tentativo di giurisdizione penale internazionale permanente. Quasi trent’anni dopo, la sera del 14 settembre 2026, Marco Cappato torna proprio a quella scena durante la veglia civile per Emma. La ricorda dall’altra parte della porta. Fuori dalla conferenza ci sono i radicali, i cartelli sandwich, la manifestazione. Ci sono Kofi Annan, ambasciatori, ministri. Marco Pannella in quei giorni è ricoverato. Ed Emma? Emma è commissaria europea. Ma è contemporaneamente lì, nella battaglia radicale.

Cappato usa un’espressione che mi sembra una delle definizioni più efficaci dell’intera sua vita politica: «un metodo da militante da marciapiede». Portato dentro le istituzioni. Non il marciapiede contro il Palazzo. Non il Palazzo che addomestica il marciapiede. Il marciapiede dentro il Palazzo. Cappato dice che proprio questo ha fatto la differenza: l’aver trasformato il metodo militante in efficacia istituzionale. Cisa. Marciapiede. Parlamento. Commissione europea. Nazioni Unite. Corte penale internazionale. Non sono Emma diverse. È lo stesso metodo che cambia scala. E Roma, in quella storia, conta. Il sindaco è Francesco Rutelli.

Rutelli, o la contaminazione delle persone

Anche Rutelli viene dal Partito Radicale. Nel 1980 ne è segretario nazionale, giovanissimo. Poi attraversa l’esperienza verde, diventa sindaco di Roma nel 1993 e governa la città costruendo una classe dirigente nella quale convivono provenienze diversissime. Con lui lavorano figure provenienti dalla storia comunista romana come Goffredo Bettini, Roberto Morassut, Gianni Borgna. È un altro tipo di contaminazione. Non solo quella dei programmi. Quella delle persone. Persone che arrivano da tradizioni diverse e scoprono di poter costruire insieme un pezzo di politica.

Io quegli anni li vivo lavorando a Teleroma 56. Di nuovo: Emma non è una mia frequentazione quotidiana. Ma il mondo nel quale si muove è anche il mio mondo. Radicali, socialisti, comunisti, cattolici democratici, ambientalisti, pezzi della società civile romana si incontrano, litigano, si contaminano. Non diventano uguali. Ed è questo il punto. Dopo la morte di Emma, Rutelli la definirà «un’icona dell’incontro tra idealismo e pragmatismo», ricordando però anche le contraddizioni e le distanze politiche che non erano mai scomparse. È un buon modo per evitare l’agiografia.

Una scelta di campo

Passano gli anni. Nel 1999 la Lista Bonino ottiene un risultato sorprendente alle elezioni europee e manda al Parlamento europeo, tra gli altri, Emma, Pannella, Cappato e Della Vedova. Poi vengono altre stagioni. La Rosa nel Pugno. Il secondo governo Prodi, nel quale Emma è ministra per le Politiche europee e il Commercio internazionale. Il Senato. Nel 2013 Enrico Letta la chiama alla Farnesina. Il decreto di nomina del 28 aprile la indica come ministra degli Affari esteri. Quello che mi interessa, però, non è costruire un curriculum. È osservare una traiettoria. Nel corso degli anni Emma individua con sempre maggiore chiarezza nel campo riformista, europeista e progressista il proprio interlocutore politico. Non perché smetta di essere radicale. Proprio perché continua a esserlo.

Nel PD, senza diventare PD

Arriva poi un tempo in cui Emma Bonino è anche parlamentare nel gruppo del Partito Democratico. Nel 2009 il Senato la presenta come vicepresidente dell’assemblea, appartenente al gruppo PD. Eppure nessuno potrebbe seriamente sostenere che Emma sia diventata una dirigente democratica. I radicali sono stati eletti nelle liste PD (una stagione che vivo con gioia, sul piano personale), ma non sono «del» PD. La sua posizione mi sembra particolarmente interessante. Non appartenenza passiva. Interlocuzione esigente. Il rapporto con il PD è sempre stato fatto di vicinanze e distanze, convergenze e critiche. Ma progressivamente appare sempre meno casuale. Perché alcuni elementi diventano discriminanti. L’Europa. Lo Stato di diritto. I diritti civili. La politica internazionale. Il rifiuto del nazionalismo. Le garanzie democratiche.

Non è una coincidenza se nel 2022, quando Carlo Calenda rompe l’accordo con il PD, +Europa rimane dentro la coalizione costruita da Enrico Letta. Il patto iniziale era stato sottoscritto da Letta, Calenda e Benedetto Della Vedova; dopo lo strappo di Azione, +Europa sceglie di restare. Non è equidistanza. È una scelta.

Due modi di essere radicali

Qui si arriva anche alla storia più dolorosa. Il rapporto tra Pannella e Bonino si spezza. Non provo a ridurre una separazione umana e politica così complessa a una formula. So soltanto che per chi aveva conosciuto quel mondo fu difficile assistervi. Marco ed Emma erano stati per decenni una coppia politica irripetibile proprio perché diversissima. Pannella era il creatore continuo di conflitto, linguaggio, possibilità. Emma possedeva una straordinaria capacità di trasformare l’intuizione radicale in obiettivo politico, negoziato, istituzione. Uno apriva continuamente spazi. L’altra sapeva attraversarli. Non è una graduatoria. Sono funzioni diverse. Ed è anche per questo che la separazione fu così dolorosa.

Nel maggio del 2026, dieci anni dopo la morte di Pannella, Emma dirà ancora che Marco le aveva «segnato la vita come nessuno», ricordando tra le loro battaglie comuni il referendum, il federalismo europeo, gli Stati Uniti d’Europa, la pena di morte e la Corte penale internazionale. Le fratture non cancellano ciò che è stato.

Il paradosso del metodo

C’è però un paradosso che non voglio nascondere. Il dialogo con l’altro, anche con l’avversario più lontano, è uno dei tratti più profondi del metodo pannelliano. Eppure, negli ultimi anni, Marco sembra applicarlo con maggiore difficoltà proprio dentro il mondo radicale. Nel 2010 si apre la lunga frattura con Massimo Bordin, che lascia la direzione di Radio Radicale ma continua a esserne una voce imprescindibile. Pannella stesso sa quanto grande sia ormai il seguito di Bordin: può polemizzare duramente con lui, ma non può davvero cancellarne il ruolo e la forza simbolica.

Negli anni successivi cresce anche la distanza con i dirigenti più giovani di Radicali Italiani, Mario Staderini in particolare. Al congresso di Chianciano del 2013 quella divisione diventa quasi plastica: non più soltanto un dissenso politico, ma una disputa su chi rappresenti davvero la continuità della storia radicale. Poi arriva Emma. Nel luglio del 2015 Marco dice pubblicamente che si comporta come se si fosse dimessa dal Partito Radicale, che non opera più da militante radicale, che parla con tutti tranne che con loro. Sono parole durissime, rivolte alla persona con la quale aveva condiviso quarant’anni di battaglie.

È una contraddizione che mi ha sempre colpito. Il metodo era stato proprio quello di non negare la legittimità dell’interlocutore. E invece, nelle lacerazioni interne, perfino Pannella finisce talvolta per mettere in discussione non soltanto le scelte, ma la stessa legittimità politica di chi gli è stato più vicino. Forse è uno dei paradossi più umani di quella storia. Perché proprio Emma, che quel metodo lo aveva imparato da Marco, negli anni successivi sembra praticarlo con una continuità persino maggiore: continua a parlare con mondi diversi, a cercare interlocutori, a distinguere il dissenso dalla delegittimazione. Non è una superiorità morale. È una differenza politica.

La legittimità dell’altro

È qui che torna uno dei tratti più profondi del metodo pannelliano: la legittimità dell’altro. Non la sua innocenza. Non la sua ragione. La sua legittimità. Emma conserva molto di questa impostazione. È forse una delle ragioni per cui interlocutori provenienti da mondi lontanissimi dal suo hanno potuto riconoscerne il ruolo. Cattolici. Comunisti. Liberali. Conservatori. Socialdemocratici. Non perché le differenze spariscano. Perché l’avversario non è automaticamente un nemico da espellere dallo spazio pubblico. È una concezione oggi tutt’altro che scontata.

Un altro Papa

C’è un filo curioso che attraversa questa storia. Negli anni della campagna contro lo sterminio per fame, il mondo radicale arriva a cercare l’interlocuzione con Giovanni Paolo II. Decenni dopo, il rapporto tra Emma e un altro Papa diventa personale. Il 5 novembre 2024 Francesco, tornando dall’Università Gregoriana, cambia percorso e va a casa di Emma, appena rientrata dopo un ricovero per problemi respiratori. Le porta rose e cioccolatini. La saluta in piemontese: «cerea». Emma racconterà la propria emozione e il Papa la definirà un esempio di libertà e resistenza. I due si erano già incontrati e Francesco l’aveva contattata negli anni precedenti anche durante la malattia. Non è una riconciliazione ideologica. Emma Bonino non diventa cattolica. Francesco non diventa radicale. È qualcosa di più interessante. È il riconoscimento dell’altro nonostante la distanza. Di nuovo: la legittimità dell’altro.

Dopo Marco

Quando Marco Pannella muore, nel 2016, il problema dell’eredità radicale esplode in tutta la sua evidenza. Chi è l’erede? La domanda, forse, è sbagliata. Pannella non ha lasciato una successione dinastica. Ha lasciato un metodo, battaglie, organizzazioni, persone. E contraddizioni. Emma prosegue il proprio percorso. Nasce +Europa, Emma e Spadaccia danno un contributo essenziale. L’europeismo, che per decenni era stato una delle componenti del radicalismo, diventa perfino il nome di un soggetto politico. Non è una scelta neutra.

Autonomia non significa equidistanza

A lungo la transpartiticità radicale ha consentito di parlare con tutti. Ma parlare con tutti non significa considerarli tutti uguali. Transpartiticità non significa neutralità. Autonomia non significa equidistanza. È qui che, negli ultimi anni, mi sembra emerga con particolare chiarezza la posizione di Emma. Lo vediamo nelle scelte italiane. Lo vediamo sull’Europa. Lo vediamo sull’Ucraina. Lo vediamo sulla giustizia internazionale. Nel maggio del 2026, parlando di ciò che Pannella avrebbe pensato del presente, Emma dice che Marco avrebbe apprezzato il sostegno italiano ed europeo all’Ucraina aggredita dalla Russia e probabilmente avrebbe chiesto un’Unione europea ancora più forte, federale, dotata di politica estera e difesa comuni. Nella stessa intervista formula un giudizio durissimo sull’azione di Donald Trump rispetto al sistema americano dei pesi e contrappesi. È il medesimo vocabolario che aveva utilizzato anni prima parlando della Turchia di Erdoğan: una democrazia non è soltanto il potere della maggioranza; servono limiti, controlli, garanzie. La persona. Il diritto. Il limite al potere. Torniamo sempre lì.

Netanyahu e il diritto

Lo stesso vale quando la Corte penale internazionale entra nel conflitto mediorientale. Nel 2024, di fronte alla richiesta del procuratore Karim Khan di mandati d’arresto riguardanti Benjamin Netanyahu, Yoav Gallant e dirigenti di Hamas, Bonino non trasforma la Corte in un’arma di parte. Invita ad attendere il lavoro dei giudici. Difende il procedimento. E contemporaneamente ribadisce la necessità della soluzione dei due Stati. Mi sembra significativo. La Corte alla cui nascita ha lavorato non deve essere autorevole soltanto quando indaga i nemici. Deve esserlo anche quando tocca governi amici. Altrimenti non è diritto internazionale. È politica di potenza mascherata da diritto. Non è facile, per chi proviene dal mondo radicale, prendere certe posizioni su Israele.

Il pungolo

Gianfranco Spadaccia utilizzava spesso una parola per descrivere una funzione radicale: il pungolo. La minoranza che obbliga la maggioranza a vedere ciò che preferirebbe ignorare. Il 6 maggio 1976, in una celebre Tribuna politica Rai, Spadaccia spiega con particolare chiarezza quale debba essere, secondo lui, il compito del Partito Radicale nei confronti della sinistra e soprattutto del grande elettorato popolare del Partito Comunista. Non sostituirsi a quell’elettorato. Non combatterlo come un mondo estraneo. Pungolarlo. Portare dentro quel mondo le battaglie per i diritti civili, le libertà individuali, la laicità; costringere una sinistra fortissima sul terreno sociale e collettivo a confrontarsi anche con la libertà della persona. È un passaggio che mi sembra essenziale, perché racconta molto bene che cosa il radicalismo pensasse di sé: non una comunità destinata necessariamente a diventare maggioranza, ma una minoranza organizzata capace di modificare le maggioranze.

Ho conosciuto Gianfranco quando ero molto giovane. Abitavamo entrambi a Monteverde, a cento metri di distanza, sulla stessa via, accanto al Gianicolo. Per me apparteneva già allora, quando da ragazzo lo incontravo per strada, alla storia. Ne avevo quasi soggezione. Negli ultimi anni ha compiuto un lavoro preziosissimo: raccontare quella storia senza trasformarla in leggenda. Il Partito Radicale. Sessanta anni di lotte tra memoria e storia, pubblicato da Sellerio nel 2021, ricostruisce l’esperienza radicale dagli anni Cinquanta fino all’età contemporanea (fino al 2013): dalle campagne referendarie alle disobbedienze civili, dalla presenza in Parlamento alla dimensione transnazionale. Gianfranco è stato, per me, il più lucido storico e teorico di quella esperienza. Non perché ne abbia costruito un catechismo. Esattamente per il contrario. Perché una storia politica rimane viva soltanto se può essere interrogata. E di lui va detto chiaramente che si tratta di un gigante della politica, non solo radicale: il suo ruolo è determinante, per decenni, e il fatto che un protagonista di un percorso politico riesca infine a diventare lo studioso che ricostruisce quel percorso con occhio da storico ne testimonia vividamente la statura intellettuale oltre che politica.

La memoria non si eredita

Qui torna Marco Cappato. Il 14 settembre 2026, arrivando alla camera ardente di Emma, dice una cosa che mi sembra andare molto oltre il ricordo personale. Parla dell’affetto di tante persone che hanno incontrato le battaglie di Emma magari per un solo giorno, oppure in uno dei momenti più intimi e drammatici della propria vita. E auspica che quella commozione possa diventare ispirazione, soprattutto per chi Emma non l’ha mai conosciuta. Non per ripetere formule. Per un metodo: la cocciutaggine, il metterci la faccia, il corpo, la nonviolenza. E poi alcuni principi che considera oggi particolarmente esposti: democrazia liberale, diritto internazionale, Europa. Qualche ora dopo, alla veglia, va ancora più avanti. Parlando della Corte penale internazionale, rifiuta quasi l’idea stessa dell’«eredità» quando questa viene pensata come un oggetto da spartire: se la prende uno, non la prende un altro. La memoria è viva soltanto se la si fa vivere negli atti, nelle parole, nelle opere: non un’eredità da spartire, ma una memoria da utilizzare.

La disseminazione

Per molto tempo ho pensato alla divisione del mondo radicale come a una perdita. Nel 2019 certamente la vivevo così. Oggi no. Oggi penso che quella separazione fosse probabilmente inevitabile. E per molti aspetti anche feconda. Perché il radicalismo pannelliano, almeno per come l’ho conosciuto io, non era innanzitutto un’organizzazione da conservare. Era un metodo da praticare. Quel metodo oggi lo riconosco in esperienze diverse. Nei ragazzi, molti giovanissimi, di Radicali Italiani, che a Roma sostengono alcune scelte importanti dell’amministrazione Gualtieri — sui balneari, sui taxi, sul termovalorizzatore — mantenendo la propria autonomia. Nelle battaglie di Marco Cappato, Marco Perduca e Filomena Gallo con l’Associazione Luca Coscioni. Nel lavoro di Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti con Nessuno tocchi Caino. Nelle iniziative di Mario Staderini sulla democrazia diretta e sulla partecipazione dei cittadini. Organizzazioni differenti. Percorsi differenti. Persone che su molte cose possono anche non essere d’accordo tra loro.

Non una successione. Una disseminazione. È una differenza che oggi per me conta. Nel 2019 guardavo la divisione e vedevo soprattutto ciò che era andato perduto. Oggi guardo ciò che continua a produrre. Non credo più che per sopravvivere quella storia debba ricomporsi dentro un unico contenitore.

Chi ha cambiato chi?

E allora torno alla domanda del titolo. Emma Bonino ha cambiato la sinistra? O la sinistra ha cambiato Emma Bonino? Credo che una risposta lineare tradirebbe la storia. Emma ha certamente contribuito a portare dentro il campo progressista temi che per decenni erano stati considerati marginali, borghesi, talvolta perfino sospetti. I diritti civili. La libertà individuale. Il garantismo. L’europeismo federalista. Il diritto internazionale. Una certa idea della laicità. Ma anche Emma cambia. Non nelle radici. Nella scelta degli interlocutori. La politica non è soltanto conservazione dell’identità. È anche comprensione del tempo nel quale ci si trova. Negli ultimi anni della sua vita Emma vede nell’Europa, nello Stato di diritto, nella difesa dell’Ucraina, nella giustizia internazionale, nei diritti civili e nel rifiuto dei nazionalismi una linea di frattura politica sempre più evidente. E sceglie. Non diventa PD. Non smette di essere radicale. Ma dice, in sostanza: noi stiamo qui e vogliamo cambiare questo campo. Forse è proprio questo il rapporto più interessante tra radicalismo e sinistra. Non assimilazione. Contaminazione.

Un patrimonio più largo

Ma sarebbe un errore leggere Emma Bonino soltanto dentro la storia radicale. Negli ultimi anni il suo peso politico e simbolico è diventato più largo. In una fase europea segnata dalla crescita di forze nazionaliste e sovraniste, Emma ha continuato a difendere con particolare nettezza alcune idee che per una parte consistente della sinistra e del campo progressista sono diventate sempre più decisive: l’Europa, innanzitutto. Non l’Europa come semplice vincolo economico o burocratico, ma come spazio politico da rafforzare, fino alla prospettiva federalista degli Stati Uniti d’Europa. Poi le migrazioni: governare i flussi, costruire canali legali, superare politiche che producono irregolarità, tenere insieme sicurezza e diritti. E poi il diritto: quello interno, come limite al potere della maggioranza, e quello internazionale, come limite alla forza degli Stati.

Le istituzioni europee. Le Nazioni Unite. La Corte penale internazionale. È qui che la sua storia diventa qualcosa di più di una storia radicale e perfino qualcosa di più di una storia italiana. Nel luglio del 2017 gli U2 suonano allo Stadio Olimpico di Roma. Durante Ultra Violet (Light My Way), sul gigantesco schermo alle loro spalle scorrono i volti di donne che, in epoche e luoghi differenti, hanno contribuito a cambiare la storia dei diritti. Per le due serate romane compaiono anche Rita Levi-Montalcini, Giusi Nicolini ed Emma Bonino.

Emma. Non come ex commissaria europea. Non come ex ministra. Non come dirigente radicale. Come una delle donne che hanno cambiato qualcosa nel mondo. Forse è una scena che dice più di molte definizioni politiche. Perché a un certo punto una biografia supera l’organizzazione dalla quale è nata, il Paese nel quale si è formata, perfino gli schieramenti nei quali ha combattuto. Diventa un patrimonio più largo. Un patrimonio europeo. E, per alcuni aspetti, mondiale. Per la sinistra italiana questo significa anche riconoscere che l’europeismo, la lucidità sulle migrazioni, la centralità dello Stato di diritto e delle istituzioni internazionali non sono elementi accessori: in una stagione di ritorno dei nazionalismi e della politica di potenza, sono parte di ciò che definisce un campo politico e culturale.

Gli altri la vedono

Anche le parole pronunciate dopo la sua morte sono interessanti se non le utilizziamo come santini. Romano Prodi insiste sulla chiarezza delle sue battaglie, sulla difesa dei più deboli e sulla dimensione europea. Enrico Letta ricorda una donna capace di stare nelle istituzioni senza farsene imprigionare. Sono riconoscimenti che arrivano da due persone della storia del centrosinistra, ma con percorsi culturali differenti da quello radicale. Ai funerali di Stato sono proprio Prodi e Letta tra coloro che prendono la parola. Anche Pier Ferdinando Casini, proveniente da tutt’altra cultura politica, ne sottolinea la dimensione europea e l’impegno per il multilateralismo e per la Corte penale internazionale. Non dimostra che le differenze fossero sparite. Dimostra piuttosto quanto lontano fosse arrivata la contaminazione.

Roma, ancora

E poi c’è Roma. Il 13 settembre 2026 il feretro di Emma arriva in Campidoglio. La camera ardente viene allestita nella Sala della Protomoteca. Ad accoglierla ci sono la famiglia, Riccardo Magi, Benedetto Della Vedova e il sindaco Roberto Gualtieri. Gualtieri parla di una donna che ha contribuito a rendere l’Italia «più libera e quindi più giusta». La definisce una combattente «dolce e tenace» per lo Stato di diritto e per le libertà civili e politiche, un’europeista fortissima. Due giorni dopo, il 15 settembre, nella stessa Protomoteca si svolgono i funerali di Stato in forma laica, con il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio e rappresentanti di schieramenti politici diversissimi (c’è anche ipocrisia, liturgia, in tutto ciò? Credo di sì, in particolare da parte degli esponenti del governo in carica, salvo poche eccezioni. Non ho, nessuno ha, un misuratore di ipocrisia. Ma tutto sommato non conta molto).

Non serve costruire simmetrie artificiali. Ma la continuità romana esiste. Nel 1998, durante la sindacatura di Rutelli, Roma è il luogo nel quale arriva a compimento la battaglia per lo Statuto della Corte penale internazionale. Nel 2026, durante la sindacatura di Gualtieri, Roma accoglie Emma per l’ultima volta nella sua sede istituzionale più simbolica. In mezzo ci sono quasi trent’anni di politica. Ancora una volta Emma c’è. E Roma c’è.

La memoria

Non amo le santificazioni. Emma le detestava. Non credo servano a chi muore. E fanno male soprattutto alla storia. Emma Bonino ha compiuto scelte che ho condiviso e altre che non ho condiviso. Ha avuto ragione. Ha avuto torto. Ha litigato. Ha rotto rapporti. È stata anche aspra. A volte brusca. Chi l’ha conosciuta meglio di me potrà raccontarne difetti e contraddizioni con maggiore precisione. A me interessa un’altra cosa. Il metodo. Perché una persona può morire. Un’organizzazione può trasformarsi. Un partito può dividersi. Una comunità può perfino smettere di riconoscersi. Un metodo, invece, può continuare a circolare.

Quella mano

E torno alla Pasqua del 2019. A quel cappottino chiaro, a Michele che vede Emma così piccola, a Rita che la accompagna al microfono tenendole la mano. Mi commuove, tutto. Nel post che scrivo il giorno dopo parlo di «unità nella diversità», di «fratellanza nella lotta», di «capacità di sorreggersi l’un con l’altro». È ciò che penso in quel momento. La sera, però, c’è anche una dimensione privata. Laura Arconti non è lì. Non può muoversi da casa. Le racconto tutto su WhatsApp. Non la nomino nel post pubblico. Non voglio coinvolgerla in dinamiche e polemiche che non le appartengono pubblicamente. Le scrivo della mia commozione e mi definisco «irrimediabilmente sentimentale». Laura sostituisce una parola. «Irrimediabilmente radicale». Il suo stile era quello. Asciutto. Poche parole.

Il 7 ottobre 2019 Laura muore. Il giorno dopo, nel pomeriggio dell’8 ottobre, alla camera ardente nella clinica Villa Betania, ci ritroviamo in tre: Deborah Cianfanelli, Maria Brucale e io. A un certo punto arrivano Emma Bonino e Gianfranco Spadaccia. Arrivano con discrezione, per salutare Laura. Sono anni nei quali si sono consumate fratture profonde. Persone che per una vita erano state vicinissime ormai appartengono anche fisicamente a luoghi differenti. Eppure quel pomeriggio Emma e Gianfranco sono lì. Gianfranco prende il registro della camera ardente e comincia a scrivere. Non è una firma. Non una frase di circostanza. È quasi una lettera a Laura. Siamo tutti molto commossi. Emma è Emma. Apparentemente brusca, schiva, quasi come se l’emozione dovesse restare una faccenda privata. Ma è lì. Non c’è pubblico. Non ci sono telecamere. Non c’è una posizione politica da rappresentare. C’è Laura. Con Emma scambiamo poche parole. È il solo momento «intimo» che abbia avuto con lei. Poche parole che valgono una vita intera. Oggi ripenso a quel pomeriggio e anche alla frase che Laura mi aveva scritto pochi mesi prima. «Irrimediabilmente radicale».

Nel 2019 credevo che essere irrimediabilmente radicale significasse anche non riuscire ad accettare fino in fondo la divisione di quel mondo. Oggi non lo penso più. Oggi non desidero che quella storia torni dentro un unico luogo. Mi interessa che continui a produrre libertà, diritto, conflitto democratico, disobbedienza civile, controllo del potere. Che continui a essere pungolo. Che continui a contaminare. Forse Laura aveva ragione: oggi quelle due parole significano per me qualcosa di diverso. Non un’appartenenza da conservare. Un metodo da usare.

Europa. Diritto. Libertà. Persona. Emma Bonino era piccola. Lo vide immediatamente anche un ragazzo di sedici anni. Ma appartiene chiaramente al novero delle persone che diventano grandi esattamente perché sanno portare le loro idee fuori dal recinto dal quale sono partite. In quel recinto ci siamo tutti noi che crediamo in un’Europa federale, che vogliamo dare continuità alla Repubblica nata dalla Resistenza e fondata sui principi della Costituzione. Sono certo che Emma era ed è con noi, a lottare per difendere la democrazia e per costruire un futuro di libertà, di giustizia e di democrazia per tutti.

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