Emanuela Orlandi e Mirella Gregori: le verità soffocate da 40 anni di depistaggi

Secondo la Commissione, le due scomparse del 1983 non furono collegate: omicidi distinti, poi travolti da falsi ricatti, servizi deviati e piste costruite oggi

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ANSA

È ancora possibile guardare in faccia e assicurare alla giustizia gli assassini di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori? Ritengo di sì. E lo dico con piena consapevolezza seppur pronto a riconoscere il possibile errore del mio giudizio.

In tre anni la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla scomparsa di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi ha recuperato documenti relativi alle primissime indagini, alle inchieste condotte dalla Procura di Roma – ben tre -, alle inchieste giornalistiche e alle pubblicazioni ed ha ascoltato 120 persone in audizioni pubbliche o segrete.

Mai nel corso di ben 43 anni è stato possibile svolgere un lavoro così ampio, pignolo e approfondito di classificazione documentale, di confronto e riscontro in modo sufficientemente distante dall’occhio impaziente dei giornali dell’opinione pubblica. Abbiamo lavorato in un clima di concordia ma di libero e autonomo pensiero e orientamento di ognuno, senza pregiudizi politici ma cercando di far emergere i fatti più incontrovertibili e di ridurre lo spazio alle induzioni, alle ipotesi, alle costruzioni più o meno attendibili che nel corso del tempo si sono fatte strada sia tra gli investigatori prima e gli inquirenti poi e successivamente tra i media.

Le mie idee sono in sintesi le seguenti. I casi di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori – scomparse rispettivamente il 22 giugno ed il 7 maggio del 1983 - sono due vicende separate, non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra ed il loro accostamento è stato operato proditoriamente poche settimane dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi per dare credito e consolidare la pista di un fatto di terrorismo internazionale finalizzato alla liberazione di Alì Agcà in cambio delle due ragazze e messo in opera dai servizi segreti bulgari attraverso gruppi terroristici turchi legati all’attentatore del Papa. L’inattendibilità della pista “internazionale” fu ampiamente documentata e dimostrata nel 1997 dal Giudice Istruttore Adele Rando, la quale nel testo della sentenza di archiviazione della seconda inchiesta, certificando l’impossibilità a quel momento di offrire una soluzione certa alla vicenda, smontò i fondamenti della prima inchiesta condotta dal suo collega il Pm Ilario Martella che, per l’appunto, aveva puntato sulla pista bulgara, collegando il rapimento all’attentato al Papa di cui egli si stava già occupando dal 1981. Vedremo tra poco come la vicenda dell’attentato al Papa possa, in realtà, non dirsi del tutto estranea al groviglio di fatti scaturito dalla scomparsa delle due ragazze ma non sia la causa dello stesso.

La seconda mia convinzione è che la scomparsa (ma io direi l’uccisione di Mirella e di Emanuela) sia distinta dai depistaggi che ne seguirono e che , soprattutto per Emanuela perché Mirella in tutta questa storia non rappresenta che un semplice corollario del tutto, vi furono dei veri e propri professionisti della menzogna e diversi gruppi di depistatori che in diverse e successive fasi – inizialmente in modo artigianale e dilettantesco e poi più strutturato e professionale – approfittarono della golosa circostanza della scomparsa di una ragazza di cittadinanza vaticana, figlia di un dipendente che lavorava negli uffici di diretta dipendenza del Pontefice, per costruire uno “storytelling” funzionale ad obbiettivi politici utili ad influire sulla ricostruzione della verità circa l’attentato del 1981 oppure funzionale ad obbiettivi più modesti, magari di banale interesse personale, professionale o finanziario di qualcuno.

I depistaggi furono messi in atto dai servizi italiani o da settori di essi e da livelli diversi non necessariamente tra loro collegati ma probabilmente anche in competizione tra loro. Le ragazze morirono nelle primissime ore della loro scomparsa – Mirella nei primi minuti – ma chi ne rivendicò il possesso per lungo tempo – quasi solo per Emanuela – dette ripetute prove di conoscere aspetti della vita personale, aspetti fisici, inclinazioni psicologiche delle ragazze e delle loro vite precedenti il rapimento ma non dette mai la prova di averle in mano vive.

Ciò vuol dire, come intuì il padre di Emanuela Orlandi che scrisse alcuni eloquenti documenti e riflessioni su questo punto agli investigatori, che i vari “telefonisti” o “messaggiatori” erano persone che conoscevano Emanuela da prima o avevano assunto informazioni sensibili dalla stessa famiglia nelle ore concitate dopo la scomparsa, gironzolandole intorno. Posto che, ricorda ancora oggi, Pietro Orlandi, i servizi «avevano le chiavi casa, entravano, uscivano, prendevano oggetti, ci interrogavano e se ne andavano». Conseguentemente in questa complessa matassa occorre separare i responsabili della scomparsa e dell’uccisione dagli autori dei depistaggi. Direi che i primi si inabissarono subito ed ebbero fortuna, magari sono vivi, i secondi hanno continuato a fare il loro mestiere, qualcuno è morto, altri porteranno la verità nella loro tomba o comunque contano ancora di farlo.

Come scomparvero le ragazze? Se ci limitiamo ai fatti veri purgati dalle ipotesi dobbiamo mettere sul tavolo le tessere di un puzzle incompleto e osservare i profili delle tessere e la loro possibile compatibilità. Secondo questo metodo costruiamo delle scene reali e cerchiamo di “cristallizzare” orari, luoghi e movimenti dei protagonisti, in primo luogo le ragazze.

La scena di Emanuela si svolge alle ore 18.50 circa nel trivio che comprende Via Zanardelli, Piazza Sant’Apollinare e Corso Rinascimento. La ragazza esce dal Conservatorio di musica dove studia il flauto a piazza Sant’Apollinare e dovrebbe recarsi a piedi, precorrendo Via Zanardelli, presso i giardini di Castel S’Angelo dove l’aspetta la sua comitiva di amici di cui fa parte una delle sue sorelle, la più piccola. Invece cambia programma e si dirige alla fermata Atac del 70 e del 26 davanti al Senato in Corso Rinascimento. Appare un po’ confusa e agitata ad una amica di corso alla quale chiede consiglio se prendere un autobus che dovrebbe portarla da “certe persone” che le hanno offerto, giorni prima, un lavoretto, attraverso la intermediazione di un’amica. Dice trattarsi della vendita di prodotti della casa cosmetica Avon.

Il 70 e il 26 hanno un tragitto preciso: il primo porta alla Stazione con capolinea in Via Giolitti. Ancora oggi. Il secondo va verso Viale Trastevere e passa per Piazza Sonnino. Questi due luoghi sono i luoghi in cui operava un personaggio assai particolare – che nel tempo subirà processi e condanne per sfruttamento della prostituzione, spaccio di stupefacenti e traffico clandestino di immigrati – che in quel periodo lavorava come “procacciatore” presso Cinecittà, offrendo piccole parti per film o per pubblicità o promettendo provini o servizi fotografici. In realtà egli adescava per lo più minorenni, per indirizzarle al cinema a luci rosse, alla prostituzione o per tentare approcci diretti. Questa persona aveva il numero di casa degli Orlandi. Pochi giorni prima della scomparsa di Emanuela aveva fermato casualmente una sorella di lei – la stessa con cui Emanuela ebbe l’ultima telefonata a casa prima di sparire – proponendole di partecipare come comparsa in un film ed ottenendo un rifiuto. I due però si scambiarono i numeri.

Il diario di Emanuela nei giorni di giugno, a scuola finita, è totalmente bianco e privo di appuntamenti e lezioni, come è ovvio. Nella casella del giorno 22 giugno – quello della scomparsa – compare però uno strano scarabocchio, quasi un disegno cancellato con cura che potrebbe alludere ad un qualche riferimento legato ad un programma di quel giorno. Il personaggio cui abbiamo accennato fu interrogato e perquisito e alcuni elementi di quegli accertamenti lasciano, a distanza di tempo, pensare. Ma allora questa “pista” fu accantonata perché più o meno contemporaneamente esplose quella del ricatto internazionale con una serie di comunicati di un fantomatico “gruppo di liberazione Turkesh” che rivendicava il rapimento e chiedeva uno scambio tra le ragazze e Alì Agca. Non mi addentro per brevità sui tempi esatti di queste rivendicazioni ma dico che sono quelle attraverso le quali il caso Gregori – di cui fino ad allora nessuno si era occupato seriamente e nemmeno la Polizia - viene preso e calato proditoriamente nel caso Orlandi.

Probabilmente Emanuela cadde, ingannata, nelle mani di uno o più balordi e dopo ben 10 giorni il suo mancato rientro e l’assenza di credibili elementi per rintracciarla e di segnali certi di una sua rintracciabilità aprirono le porte alla manovra depistatoria che per un verso si inserì nella inchiesta in corso nei confronti di Agca per rafforzare la tesi delle responsabilità del blocco dell’est o per altro verso servì per dare solidità ad una vicenda che sarebbe finita negli annali della cronaca nera ed invece garantì anni di indagini con il relativo contorno di parcelle professionali e poi ancora successivamente di produzioni letterarie, giornalistiche, sequel televisivi e via dicendo. Anche le presunte piste del ricatto finanziario ai danni del Vaticano e di quella collegata del ruolo della banda della Magliana si svelano col tempo delle fantasiose costruzioni senza basi documentali reali. Posto che la vendetta della mafia verso la finanza vaticana per la distrazione dei fondi dell’Ambrosiano verso il sindacato polacco era stata già consumata col delitto Calvi e posto che le dichiarazioni dei personaggi legati alla criminalità romana iniziano nel 2005, in un contesto grottesco di testimonianze, smentite, mezze verità riciclate, bisbigli e invenzioni.

Mirella Gregori, anni 15, scomparve tra le 14.30/15 e le 16 del 7 maggio 1983, quindi prima di Emanuela Orlandi. Abitava all’inizio di Via Nomentana, al numero 91 e frequentava il bar di una sua amica al civico 81 della stessa via. Quel giorno dopo il rientro da scuola, mentre si apprestava al pranzo, ricevete una citofonata da una persona che si qualificò dopo qualche esitazione come un suo amichetto delle medie, una sua vecchia cotta adolescenziale, Mirella scesa, senza documenti e senza effetti personali, con l’intenzione di raggiungerlo, per un breve saluto, alla statua del bersagliere davanti Porta Pia. Prima però si fermò presso il bar della sua amica, probabilmente per confidarsi e vi restò circa 20 minuti, Uscita dal bar scomparve e non diede più traccia di se.

Anche in questo caso le ricostruzioni hanno camminato sulla fantasia ipotizzando, senza basi, un rapimento per motivi sessuali di fantomatici personaggi adescatori, collegati magari a organizzazioni terroristiche turche. Questo perché, come già ricordato in precedenza, ai primi di agosto del 1983 – quindi dopo la scomparsa della Orlandi -alcuni telefonisti assimilabili a quelli già in opera nel caso Orlandi si fecero vivi chiedendo la liberazione di Agca e collegando Mirella e Emanuela come merce di scambio. Ma il gioco durò ben poco perché già dall’ottobre del 1983, Mirella scomparve dai radar e dagli interessi dei “telefonisti” e anzi fu dichiarata, da loro, morta ma senza mai offrire la prova di averla tenuta in mano viva o senza mai restituirne il corpo.

Il suo caso venne preso e incastrato nel caso Orlandi per dare a quest’ultimo uno spessore che non aveva e alcuni elementi che vennero usati nelle telefonate rivolte alla famiglia di Mirella dai presunti rapitori e che dettero la sensazione che la ragazza potesse essere nelle loro mani furono probabilmente assunti da un’accorta ricerca effettuata da chi poteva farla tra le poche carte delle prima indagini che avrebbero dovuto essere riservate ma evidentemente non lo erano.

Mirella probabilmente fu intercettata da qualcuno che la conosceva bene, appena uscita dal bar o forse dopo aver incontrato il suo amichetto al bersagliere. Questo ragazzo negò sempre di averla mai vista ne cercata ma il suo alibi è stato sempre estremamente fragile. Probabile che tornando verso casa Mirella sia stata intercettata da una persona affidabile e l’abbia seguita verso un luogo che non rappresentava per lei una minaccia. Un delitto a chilometri zero.

Due ultime riflessioni. Il giugno del 1983 fu un mese molto particolare per la storia italiana: l’arresto di Tortora, la scomparsa della Orlandi a poche ore dal voto per le elezioni politiche che portò alla prima sofferta Presidenza del Consiglio socialista con Craxi, il processo ad Agca. Magari ci torneremo.

Infine, la figura di Marco Fassoni Accetti il jolly-joker di tutta questa storia; un fascista di estrazione libico-italiana, virato a sinistra tra le fila radicali e socialiste ma forse infiltrato. Accusato, sospettato e condannato per altri delitti di minorenni, Egli entrò nel 2012 nei due casi accusandosi di aver partecipato alla scomparsa delle ragazze ma non fu creduto. Ha detto tante cose non credibili e tante assolutamente attendibili. Un mitomane- emissario, l’autore dei rapimenti? Al momento non è chiaro, certo un abile mistificatore, che si diverte col male. Ma ci torneremo.

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