Elogio dell’eresia americana

Dall’America di Melville all’intelligenza artificiale: una riflessione su fede, potere e mediocrità, contro la rassegnazione del nostro tempo.

Gianluca CiccarelliBattaglia delle Idee
RIVRINASCITA_20260802163308102_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_78288.jpg

ANSA

In Italia la vita non è mai epica, eppure non manca il dolore. Propaghiamo un culto del buon governo, della moderazione, della stabilità, ma è solo retorica. Non si dà la scalata alle mura di Sion se non si è violenti, folli, sempre che a qualcuno ancora interessi… Siamo un Paese che non produce più miti, se non quelli buoni per la pubblicità…

Invece, in quel Paese folle, ingiusto — o forse solo misteriosamente giusto… —, cattivo, senza misericordia, sempre sul ciglio dell’eresia, violento, che sono gli Stati Uniti d’America… il cielo è dei violenti. L’America non ha paura della violenza, noi sì. Noi sì… timorosi e tremuli, come gli apostoli dopo la morte di Cristo! Gli americani credono… ma credono anche alla loro stessa incredulità.

Oggi il loro dramma, che non è il nostro, ma di cui subiamo il fascino e la violenza, è che quel grande, enorme, smisurato Paese, misura di tutte le cose moderne, non è più popolato e guidato da pionieri, da disperati in cerca d’asilo, avventurieri, cercatori d’oro, balenieri, predicatori di un nuovo mondo, puttane in cerca di una nuova verginità e perfino reietti in cerca di un’altra speranza.

Hanno inchiodato, come Cristo, il doblone d’oro all’albero maestro, ne hanno fatto un culto. A questa antica divinità hanno offerto un olocausto di milioni di vittime, la loro stessa carne… per quel doblone, ma non solo. Come un’antica legione romana vocata agli dei inferi, alla propria stessa distruzione, sacra essa stessa. Quanto dovrà pesare la libbra di carne per liberarci di questa maledizione, noi e loro?

Il Dio dell’homo americanus non è quello di Spinoza, per cui la natura vive e ci fa vivere, perché noi siam lei. No. È un dio che dà la febbre, che rende la terra desolata e senza confini, persa, come il deserto da cui è sorto. L’uomo della Bibbia di re Giacomo, scritta in una lingua magniloquente — la più diffusa negli Stati Uniti!… non l’ultima traduzione della CEI… —, è un eterno pellegrino alla ricerca di Dio in una terra smisurata, in cui regna lo spazio… che non basta mai per trovare Dio.

Il nostro Dio invece, del nostro lato del mondo, del nostro tempo, tutt’oggi, e che dura da duemila anni, Gesù Cristo, nella nostra “cultura” — che è bene ricordare non sono i tristi premi letterari… ma ciò a cui si presta culto —, è sempre qui e ora, è il tempo, il tempo che si fa avvento, l’evento di cui sempre sembriamo in attesa.

Uomini mediocri quali siamo diventati, gli uomini delle mezze misure, attraverso mezzi mediocri — i “mass media”, traduzione: mediocrità di massa, e tutti lo siamo, non possiamo più eluderli —, celebriamo caramellosi anniversari di figure titaniche… e prima quell’uomo livido e geniale di Dante, poi quel pazzo di Dio di Francesco… senza neanche un po’ di vergogna per non assomigliare loro più neanche lontanamente, e se qualcuno oggi se ne fa vanto, è come una scimmia che si facesse vanto di assomigliare all’uomo!

Il cielo è dei violenti, ficchiamocelo in testa! A noi ci manca proprio la follia! E perfino Platone ci aveva già avvertito della necessità della sacra mania… amare il mondo come pazzi, amare gli uomini e le donne come folli, amare il proprio tempo follemente e, pazzamente, i nostri stessi pensieri e perfino i nostri torti come matti… tutto ciò che lasciamo al di sotto è sottomissione, è povertà, è ingiustizia, è il mondo che non cambia mai, perché il cielo è dei violenti.

E noi? No, noi al massimo vogliamo vincere le elezioni… Ma dobbiamo imparare a volerle perdere, le elezioni! Ma con che fervore, con che fede, con che pazzia… spaventare i tiepidi, gli ignavi… ma infondere coraggio nei timidi, negli insicuri, nei malcerti, renderli pazzi come noi e come noi votati alla sconfitta, e forse, ma forse — il massimo della certezza —, alla fine si vince, ma perché non ha più importanza… «e ti sarà dato il mondo in sovrappiù…».

«Colpirei il sole, se mi facesse offesa», questo dice Achab, quell’uomo infernale e perso, quell’arci-americano che perse l’umanità che lo seguì… «tutti sparsi sul fondo del mare», quell’uomo che battezza «in nomine diaboli»… e che cos’era il diavolo se non ciò che garantisce all’uomo la verosimiglianza delle sue vantaggiose ragioni…?

Il cielo è dei violenti… ma sappiamo veramente cosa significhi violenza? Lasciatemi giocare con le parole… vis in latino significa forza; vir, uomo; virtus, ciò che rende l’uomo tale — niente di strettamente moralistico… —; violentia è la vis che opera in se stessa… per se stessa… una forza che con-forma, impalpabile e certa… Non so neanche se sia una linea filologica coerente, ma abbiamo imparato anche in questo secolo che le paraetimologie possono essere illuminanti.

Viviamo da decenni con un senso della fine dei tempi, scaturito da questa violenza, travestita da nichilismo, che impera, che scuote e prende a schiaffi l’uomo come per chiedergli conto di ciò che crede di essere. Abbiamo annichilito tutto, tutte le forme alternative dell’“essere umano” che non fossero quello ormai globalmente condiviso. Il cosiddetto nichilismo, l’ospite inquieto che continua a girare per l’Europa e ora per il mondo, dovrà inevitabilmente arrivare anche a negare se stesso, se è vero nichilismo!

Quando Emerson tornò dal suo viaggio in Europa, scrisse che noi, da questo lato, ci aggiravamo come in sonno, solo in pochi momenti «davvero in cima al nostro essere». Il sonno dell’europeo è un sonno inquieto, pochissimi desti… solo la ricerca di Dio, e l’eroismo, «è il tentativo di mantenersi desti e di non ricadere nelle paludi del sogno quotidiano», oggi ancora più ipnotico. Per l’ennesima volta ci si profila, tra fanfare e alleluia, l’avvento di un nuovo evo, ed ecco che il cielo torna a essere dei violenti…

La Chiesa, e lo dice un ateo, sebbene abbia forse troppo flirtato col mondo — questo in fondo era chiamata a fare —, essendo presente anch’essa, come il capitalismo e l’intelligenza artificiale, su tutto il globo, sembra l’unica che ancora conservi dimestichezza con antichi e sempre nuovi piani dell’essere. L’espressione “catena dell’essere”, prima che nei neoplatonici, credo fosse già presente in Omero. L’unica che può riconoscere i rischi di una nuova ondata di gnosticismo, con i suoi nuovi eresiarchi pronti alla distruzione di ciò che non garantisca il loro potere.

Dobbiamo invertire i canoni per comprendere l’intelligenza artificiale e ciò che dietro si nasconde: non è lei che ci dà qualcosa — foss’anche la salute… ed è tutto da vedere… —; quando noi accediamo — accendiamo — il tempio, qualsiasi mass media sia, questa nuova divinità gnostica assorbe il meglio di noi stessi, ciò che una volta l’uomo avrebbe dedicato al rito o alla preghiera: l’attenzione, il pensiero, il miele del nostro tempo. Sarebbe meglio se ci cavasse il sangue, e non lo capiamo.

Non ci sono sociologie o teorici del controllo, tantomeno teorie di un nuovo patto sociale, che possano tentare di disarticolare questo coacervo di spinte oscure, profonde, teologiche, anche se, per paradosso, oggi liberarsi di questa struttura oppressiva e ansiogena sarebbe talmente facile… staccare una spina di un paziente, in parte già morto in vita.

Ombre assetate della nostra vita, che si nutrono del pallido sangue delle nostre fantasticherie, mal nate negli anfratti delle nostre misere stanze, le immagini che crediamo impunemente di evocare ci assoggettano come nuovi schiavi e, pesanti, sentiamo questi “liberatori” nuovi doveri, travestiti da nuovi diritti… La nostra Chiesa cattolica aveva una conoscenza precipua di questi fenomeni, ancora la conserva?

La grande letteratura americana, ai suoi inizi, grandiosi — e gli inizi sono sempre grandiosi, come ci ha insegnato Heidegger —, si scontra proprio con la potenza del demoniaco, che sembra quasi un’ossessione, esplosione forse dovuta all’incontro del puritanesimo europeo, figlio della nostra civiltà, con gli spazi immisurabili e fantastici del continente americano che si presentano quasi come una sfida.

Cotton Mather, Poe, Hawthorne, Melville, perfino Emerson — su su fino alla O’Connor — ingaggiano una battaglia all’ultimo sangue con il demoniaco in nome e per conto dell’uomo americano, che nel frattempo era diventato preda, come sempre accade, delle sue peggiori paure…

Agli occhi di un viaggiatore nel 1777, i puritani erano così descritti… «non si indovinerebbe mai come questa setta faccia così tale sfoggio di bramosia per il potere… la più pronta a usare il pregiudizio, l’usura, l’ipocrisia come mezzi per perseguire i propri fini e le proprie ambizioni, per conquistare il completo controllo delle amministrazioni militari e civili…».

Il cielo è dei violenti… e, come ricordava il luciferino Carl Schmitt, l’America funziona come «acceleratore involontario»: tramite loro e il loro dominio mitologico — ma quale macchina mitologica, quale archetipo, quale gnosticismo, di che tipo… più utile leggere Ioan Culianu, Furio Jesi che John Rawls per capirlo! — su tutto il globo, noi tutti siamo messi di fronte a una nuova teodicea.

Delle volte ho il sospetto che la mezza misura — la misura errata! —, la medietà del mezzo, il “medio” stesso, tutt’altro che punto equidistante — e in un mondo senza centro non ha senso —, sia la forza che trattiene… per questo il cielo è dei violenti!

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati