Eleanor Roosevelt: La bussola progressista di cui l'Occidente ha bisogno

Dal New Deal all’ONU, la visione di Eleanor Roosevelt tra diritti sociali, antifascismo e dialogo globale nelle crisi del presente

Francesco FilograssoApprofondimentiUSA
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ANSA

Nel pantheon del Novecento democratico, la figura di Eleanor Roosevelt viene spesso confinata nella penombra coniugale di Franklin Delano. Un'iconografia rassicurante e polverosa l'ha a lungo dipinta come l'organizzatrice della beneficenza di facciata o l'ambasciatrice empatica del welfare del marito. Eppure, rileggere oggi la sua traiettoria politica nel pieno di una transizione globale che mette a rischio le fondamenta stesse della convivenza pacifica significa riscoprire qualcosa di radicalmente diverso. Significa ritrovare non una semplice comprimaria, ma la vera avanguardia critica del New Deal, l’anima propulsiva di una sinistra globale capace di unire il pragmatismo del governo alla radicalità dei diritti. Una lezione che sembra parlare direttamente alle crisi d'identità del progressismo contemporaneo, tanto a Washington quanto a Roma.

Una biografia oltre le gabbie borghesi

Nata nell'alveo dell'aristocrazia conservatrice e patrizia di New York, Eleanor trasforma precocemente le profonde ferite della sua infanzia e della sua sfera privata in un'energia pubblica dirompente. Il matrimonio con Franklin Delano Roosevelt diviene presto un sodalizio politico, intellettuale e operativo di rara potenza, nettamente scisso dalla sfera sentimentale convenzionale. Colpita dalla paralisi del marito, Eleanor diventa le "gambe, gli occhi e le orecchie" di un leader costretto all'immobilità fisica, ma anche la sua spina nel fianco ideologica, spingendolo costantemente a sinistra.

Nella New York degli anni Venti e Trenta, Eleanor sperimenta forme di militanza sociale radicale, frequentando i sindacati femminili e i movimenti pacifisti. In questo percorso, si circonda di una rete di donne straordinarie, intellettuali e attiviste, strutturando una sfera di affetti e legami intensi che sfidavano apertamente i codici dell'epoca. La profonda e documentata relazione con la giornalista Lorena Hickok ne è la testimonianza più limpida. Attraverso un epistolario fittissimo e una parziale convivenza, Eleanor manifesta un atteggiamento implicitamente e coraggiosamente pro-LGBT ante litteram. Il suo era un rifiuto politico del moralismo borghese, un’affermazione pionieristica dell'assoluta libertà dell'autodeterminazione affettiva che considerava la liberazione dei corpi e dei sentimenti come parte integrante della liberazione sociale. Una postura identitaria che non era mai slegata dalla lotta di classe e dai diritti materiali.

Il motore sociale del New Deal

Bloccato fisicamente dalla poliomielite, FDR trova in Eleanor non solo i propri «occhi e orecchie» sul territorio, ma la spinta più radicale dell'amministrazione. La First Lady trasforma il ruolo istituzionale in un centro di pressione politica permanente. Ispeziona miniere, baraccopoli e cantieri, portando sul tavolo del Presidente i fallimenti e i bisogni dell'America profonda. Il suo zampino è ovunque: progetta la comunità utopica di Arthurdale in West Virginia per i minatori disoccupati, impone con Frances Perkins l'inclusione delle lavoratrici nei programmi della Works Progress Administration, e inventa la National Youth Administration per sottrarre milioni di giovani alla miseria. Mentre la Casa Bianca media con le corporazioni e il Congresso, Eleanor agisce come il vero sindacato sociale del New Deal.

La sentinella contro il fascismo interno: il monito per i democratici

Mentre FDR gestisce i complessi ed estenuanti equilibri del potere legislativo a Washington, scendendo a patti con l'ala conservatrice e razzista del Partito Democratico del Sud per approvare le riforme economiche, Eleanor funge da detonatore sociale. Negli anni Trenta, l’America non è affatto immune dal contagio totalitario: il paese è lambito da pericolosi rigurgiti reazionari, tentazioni isolazioniste radicate nell'alveo dell'America First Committee e derive populiste e suprematiste.

Eleanor intuisce che il fascismo non è solo un fenomeno d'importazione europeo, ma un virus che si nutre delle disuguaglianze interne. Risponde schierandosi apertamente con il movimento per i diritti civili degli afroamericani. Quando nel 1939 l'associazione delle Figlie della Rivoluzione rifiuta di far cantare la straordinaria contralto nera Marian Anderson nella Constitution Hall di Washington, la First Lady rassegna immediatamente le proprie dimissioni dall'organizzazione e organizza per la Anderson uno storico concerto sui gradini del Lincoln Memorial davanti a 75.000 persone.

Questa intuizione rappresenta una lezione cruciale per l'attuale Partito Democratico americano. Nella sua odierna polarizzazione contro le derive della destra radicale, il PD di Washington rischia spesso di appiattirsi su una difesa puramente retorica delle istituzioni liberali o su guerre culturali autoreferenziali. Eleanor dimostrò che la democrazia si difende solo se l'antifascismo culturale si traduce in emancipazione materiale, lottando contro il razzismo sistemico e la disuguaglianza economica che preparano il terreno ai populismi autoritari.

Il realismo dell'alleanza e il triangolo USA-Cina-Russia

Di fronte al collasso delle democrazie sotto gli stivali delle potenze dell'Asse, Eleanor comprende che la minaccia nazifascista è globale e richiede una mobilitazione totale delle coscienze, rifiutando l'isolazionismo. In questa cornice si inserisce il suo approccio rigorosamente pragmatico all’Unione Sovietica. Pur rimanendo saldamente ancorata ai valori democratici e distante dall'ideologia leninista, Eleanor rifiuta l'anticomunismo viscerale che acceca l'establishment di Washington. Comprende che la sconfitta militare del nazismo è matematicamente impossibile senza l'apporto del sacrificio umano e materiale dell'Armata Rossa. L'emblema di questo pragmatismo è l'amicizia che stringe nel 1942 con la cecchina sovietica Ljudmila Pavličenko, accolta alla Casa Bianca per umanizzare l'alleato sovietico agli occhi dei cittadini americani.

Oggi, in un'era segnata da una nuova, strisciante frammentazione globale, l'Occidente sembra aver smarrito questa capacità di realismo geopolitico. La postura di Eleanor Roosevelt indica la necessità assoluta di un approccio pragmatico tra Occidente, Cina e Russia. Invece di cedere alla retorica della contrapposizione frontale tra "democrazie e autocrazie" – che rischia di spingere il mondo verso un conflitto globale catastrofico o verso un'ingovernabile anarchia climatica ed economica – la lezione di Eleanor suggerisce una strategia di "coesistenza competitiva". Riconoscere le profonde divergenze ideologiche e la condanna delle violazioni del diritto internazionale non deve significare la chiusura dei canali diplomatici. Al contrario, richiede la ricerca ostinata di punti di equilibrio globali con Pechino e Mosca, indispensabili per gestire la stabilità strategica, la transizione ecologica e le crisi pandemiche ed economiche.

Oltre la Guerra Fredda: la sfida per il progressismo italiano

Il 1945 inaugura la glaciazione geopolitica della Guerra Fredda. In quel clima di isteria maccartista, Eleanor Roosevelt sceglie la strada del dissenso costruttivo. Convinta che il testamento politico del marito fosse la costruzione di una pace duratura fondata sulla cooperazione globale e non sulla deterrenza nucleare, difende strenuamente l'esigenza di un’apertura e di un dialogo continuo con l'URSS, anche dopo la rottura dell'alleanza militare. Attraverso la sua celebre rubrica quotidiana "My Day", contesta l'ossessione securitaria della dottrina Truman e ammonisce la sinistra occidentale a non cedere alla demonizzazione totale dell'avversario. Il suo pacifismo non è ingenuo, ma è la consapevolezza che la logica dei blocchi contrapposti e la corsa agli armamenti avrebbero drenato risorse preziose alle riforme sociali e alle libertà civili.

Questa sensibilità interroga profondamente l'attuale campo progressista italiano. Schiacciata tra l'atlantismo acritico e un pacifismo talvolta privo di sbocchi diplomatici concreti, la sinistra italiana fatica a elaborare una propria autonoma visione di politica estera. Eleanor Roosevelt offre la sintesi mancante: un pacifismo delle istituzioni e dei diritti, capace di stare dentro i consessi internazionali senza diventarne il megafono bellicista.

L'architettura dei Diritti Umani

L'apice di questa visione si concretizza nel suo impegno per la nascita delle Nazioni Unite. Nominata delegata all'ONU da Truman, Eleanor assume la presidenza della Commissione per i diritti umani, rivelandosi una finissima tessitrice diplomatica. Nel pieno della Guerra Fredda, riesce a far sedere allo stesso tavolo il blocco occidentale e la delegazione sovietica, portando nel 1948 all'approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

In quel testo è impressa la sintesi più alta del socialismo democratico: i diritti civili e politici (la libertà di espressione, di voto, di culto) sono fittizi e monchi se non vengono legati ai diritti economici e sociali (il diritto al lavoro, alla salute, all'istruzione). Eleanor superò i veti ideologici opposti dalle due superpotenze, offrendo all'umanità una piattaforma universale di emancipazione. Per il progressismo contemporaneo che cerca una nuova identità, Eleanor Roosevelt rappresenta un modello formidabile. Ci ricorda che le democrazie avanzano solo se sorrette da un ampio respiro internazionale, da un multilateralismo dialogante con i rivali e da un coraggio civile che non teme di sfidare le ortodossie securitarie del proprio tempo per preservare la pace.

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