Eisenkot, la normalità contro Netanyahu
Ex capo di stato maggiore, moderato e lontano dal messianismo dei coloni: Gadi Eisenkot sfida Bibi e rivendica l’autonomia di Israele davanti a Trump.

ANSA
Non sarà il nuovo Yitzhak Rabin. Ma di certo, la sua storia, anche nell’indicibile dolore della perdita di un figlio morto nella guerra di Gaza, lo rende un primo ministro potenziale più affidabile, in ogni senso, di quanto si sia dimostrato nei decenni al potere Benjamin Netanyahu. Gadi Eisenkot è un moderato, un democratico, una persona perbene. E già questo basterebbe per augurarsi la sua vittoria nelle imminenti elezioni di martedì 27 ottobre. Il giorno della verità per Israele. La media dei sondaggi dà il variegato fronte che lo sostiene leggermente in vantaggio su quello pro-Netanyahu.
Osserva Ravit Hecht, analista di punta di Haaretz: «In contrasto con la paranoia e la pressione del mago ingannevole, Eisenkot trasmette fermezza, lucidità e, soprattutto, normalità. Gadi Eisenkot è fatto di una pasta tenace e imperturbabile. Questa è una risorsa enorme in un leader. Pertanto, gli elettori del “blocco del cambiamento”, che negli ultimi quattro anni hanno oscillato tra il dolore e l’ansia, possono concedersi un momento di soddisfazione – non perché la situazione sia facile o perché la vittoria sia all’orizzonte, ma perché i loro leader sono persone di qualità, con capacità reali, ed Eisenkot ce la può fare».
E a Donald Trump, entrato come è suo costume a gamba tesa negli affari interni di un altro Paese, proclamando il suo endorsement per l’amico «Bibi», Eisenkot ha risposto da democratico con la schiena dritta: «Israele è un Paese libero, sta ai suoi cittadini e non ad altri decidere chi dovrà guidarli». Da ex capo di stato maggiore delle Idf, sa che vuol dire mandare dei giovani a combattere e a morire. Gadi Eisenkot era tra i favorevoli al prolungamento del cessate il fuoco nella Striscia. La ripresa delle operazioni gli ha portato via il figlio minore Gal (25 anni) e il nipote Mahor (19). E questo mentre il rampollo di casa Netanyahu, il figlio maggiore Yair, se ne stava felicemente a svernare a Miami, nell’assolata Florida.
Sullo Stato palestinese non ha ancora detto parole chiare, anche se non ha chiuso la porta a questa prospettiva, mentre ha lasciato aperto lo spiraglio di un possibile accordo post-elettorale con la Lista Araba Unita. Di certo, Eisenkot non è influenzato dal messianismo del sionismo religioso né ha mai fatto della guerra eterna il suo credo. Con lui primo ministro i coloni pogromisti saranno trattati per quel che sono: terroristi, da trattare come tali. Di questi tempi bui, non è davvero poca cosa.
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