Džan, il viaggio dell'uomo alla ricerca di una terra felice

Nel romanzo di Platonov, un popolo attraversa il deserto alla ricerca di una terra felice: una storia sovietica che parla alle migrazioni del presente.

Renato MarianoBattaglia delle Idee
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ANSA

È stato recentemente nuovamente pubblicato Džan (Anima), romanzo breve dello scrittore russo-sovietico Andrej Platonov. Scritto nel 1935 e inizialmente censurato, uscì in Italia negli anni Ottanta con il titolo Ricerca di una terra felice.

È la storia di Nazar Čagataev, originario di un popolo poverissimo e sventurato, che trascorre la prima parte della sua vita nell’arido e inospitale deserto del Kara-Kum, nell’Asia centrale. Giunto alla maturità, la madre gli consegna una bisaccia con un tozzo di pane e poco altro, intimandogli di fuggire dal destino segnato e ineluttabile della sua gente: “Devi studiare: qui non c’è nulla da fare, figlio mio, ti attenderebbe solo sofferenza”.

Nazar arriva così a Mosca e, grazie alle sue grandi qualità intellettive, si laurea in economia. Tuttavia, il destino lo ricondurrà presto alla terra d’origine. Infatti, poco dopo la fine degli studi, il partito lo incarica di tornare nel deserto per salvare il suo popolo, gli džan, “le anime perdute”, coloro i quali non possiedono nulla se non la propria anima. Il suo compito è portare il socialismo tra loro, costruendo una cittadella e offrendo così una possibilità di salvezza e riscatto. Così Nazar sacrifica sia il primo grande amore con una ragazza, sia una promettente carriera a Mosca, per tornare a salvare il suo popolo. Giunto ai margini del fiume Amu-Dar’ja, che attraversa il deserto, ritrova la sua gente e capisce che in quel luogo nulla potrà mai rinascere.

Inizia così, per gli džan guidati da Nazar, una lunga odissea tra venti di sabbia taglienti, fame e desolazione, alla ricerca di una terra felice. Un popolo di ultimi della terra si muove pieno di disperazione e speranza.

Nazar ritrova al principio del cammino la vecchia madre e si commuove all’idea che abbia resistito tutti questi anni tra stenti e malattie. Il suo legame con la madre e la terra d’origine non si era mai spezzato, aveva accompagnato inconsciamente il suo destino solo apparentemente determinato dalla scelta del partito. Platonov richiama così la mitologia greca nella figura di Gea, la fertile generatrice della vita terrena, quella che Esiodo mirabilmente descrisse come “gaia dall’ampio petto, sede sicura per sempre di tutti”.

Platonov, rimuovendo la sua scrittura da ogni riferimento filosofico e spirituale, in contrapposizione con i grandi scrittori russi dell’Ottocento, narra il viaggio degli džan in maniera poetica, accantonando ogni eroismo e rifuggendo ogni dimensione epica. Egli non vede nulla di glorioso nel loro cammino, ma solo la cruda pratica della sopravvivenza, il disperato bisogno di trovare un rifugio sicuro dalle avversità della natura. Così, egli racconta attraverso una raffinata scrittura un tema politico e sociale che riguardava larga parte delle masse di diseredati della nuova Unione Sovietica: la costruzione di nuove città, di case per far uscire quella parte dell’Asia dall’età della pietra.

Nella narrazione affiorano, in lontananza, gli echi del mito delle “acque bianche”, le Belovodye: una leggendaria terra promessa di libertà, pace e abbondanza, radicata nel folklore russo e nella tradizione dei contadini ortodossi, soprattutto dei vecchi credenti. Belovodye è immaginata come un regno utopico nascosto da qualche parte in Oriente, oltre mari e montagne remote: un Eldorado asiatico collocato tra le vette dell’Altaj.

La grande attualità dello scritto di Platonov, più che in una scontata e in parte veritiera critica allo spirito razionale del socialismo reale, risiede, a mio parere, in una bellissima e ricca descrizione letteraria di un viaggio della speranza.

Quante volte, in questi anni di grandi sommovimenti politici nel Mediterraneo, il Mare Nostrum, abbiamo visto arrivare degli “džan” che camminano e poi navigano, mercificati e ridotti ad anonime ombre, ma che ancora conservano nel cuore afflitto una piccola luce, una speranza di riscatto visibile in quegli occhi neri e lucenti che spesso abbiamo paura di guardare. E quanto poco ci interroghiamo noi, appartenenti a una società ricca e opulenta, sul destino di queste grandi migrazioni. Abbiamo imparato molto poco dalla storia dell’umanità, così concentrati come siamo sulla tecnica e sui suoi salvifici sviluppi. Chi è disperato cerca sempre dentro la propria anima una speranza, ed è questa speranza a muovere e a trasformare il mondo.

Dunque, Platonov, più o meno consapevolmente, tra i mille inciampi della censura, ci donò questo bellissimo scritto, che risulta attuale per ogni epoca, come è accaduto per pochi libri di epoca sovietica; un grande scrittore lascia sempre il segno anche nel tempo che non ha vissuto.

Infine, tornando ai protagonisti del romanzo, gli džan, c’è una storia leggendaria che racconta la gloria passata di questa terra lontana della Via della Seta, oggi chiamata Karakalpakstan, suddivisa tra Uzbekistan e Turkmenistan. Qui un tempo sorgeva l’impero di Corasmia; a decretarne la fine furono la ferocia e l’astuzia di Gengis Khan, che assediò le sue numerose fortezze, distruggendo gli acquedotti e condannando i suoi nemici a morire di sete.

Ancora oggi, con un po’ di suggestione, tra le rovine archeologiche di una fortezza corasma chiamata “città del vento”, si possono udire i sinistri sibili che paiono gli echi delle urla di dolore dell’antica popolazione.

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