Donne e guerra: il femminismo come pensiero politico della pace

Dalla critica del patriarcato alla sfida globale al riarmo, un femminismo transnazionale ripensa la politica oltre guerra, nazionalismi e dominio neoliberista

Maura CossuttaApprofondimenti
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ANSA

Mai come oggi il mondo ci appare così brutale. Scenari drammatici di guerra ci attraversano. La guerra è stata legittimata, è entrata nelle nostre vite, nel nostro immaginario. Il diritto internazionale può essere “sospeso” se il nemico è indegno ed è ormai sostituito dalla legge del più forte, dalle logiche imperiali. La guerra chiama guerra, le armi chiamano armi, crescono le pulsioni e i regimi autoritari. Ed è sempre più difficile sottrarsi alla normalizzazione della guerra, a questa retorica della guerra, del patriottismo, dell’emergenza nazionale che schiaccia ogni pensiero critico, trasforma l’informazione e la ricerca della verità in propaganda, sdoganando un moderno “minculpop”.

Come dice Simone Weil, con la guerra si semplifica il pensiero, «ogni spazio del pensiero si restringe, si perde il senso del limite». Enorme è l’impatto con l’opinione pubblica, nel nostro Paese e nel mondo. Nonostante la criminalizzazione della solidarietà, nonostante le restrizioni del “decreto sicurezza” manifestazioni straordinarie di forza e consapevolezza si sono organizzate e continuano a organizzarsi. Contro il genocidio a Gaza, come un sussulto di dignità, di umanità, ma anche contro l’ultima illegale guerra contro l’Iran, e ancora “contro i re”, contro gli interessi dei potenti della terra, con centinaia di migliaia di persone.

La guerra sta cambiando tutto, l’intero assetto delle relazioni internazionali, degli Stati e dei governi, i posizionamenti politici e culturali, ma anche la vita, lo stesso modo di pensare e di pensarsi di milioni di persone. Che si interrogano. Dolore, angoscia, spaesamento ci attraversano. Sentimenti e pensieri attraversano la quotidianità del vivere, trasformando la coscienza delle moltitudini e dei singoli. Il rifiuto della guerra, di tutte le guerre, intercetta domande politiche, ma anche domande esistenziali profonde, che intervengono nella costruzione di percorsi identitari di ciascuno. Fragilità, vulnerabilità, interdipendenza. Il diverso diventa simile, il distante diviene vicino.

La follia della guerra accelera processi di consapevolezza prima impensati: sulle forme e le regole dell’ordine internazionale, sulla democrazia, sul potere decisionale dei popoli, sulla giustizia sociale, sulla difesa dell’ambiente, dell’ecosistema. Ma anche sul chi siamo, sulla ricerca di senso delle nostre vite, sulle nostre relazioni di convivenza. I movimenti pacifisti maturano una coscienza sempre più globale, contro i pericoli delle guerre, perché con le guerre “le borse brindano e le disuguaglianze aumentano”, contro le conseguenze del riarmo, perché impone l’economia di guerra, smantella le conquiste sociali del welfare pubblico, distrugge, inquina, avvelena le risorse del pianeta.

Le guerre continuano, e diventano guerre «preventive, umanitarie, per la democrazia, per la liberazione delle donne». Chi parla di pace è giudicato come un “imbelle” e persino “colpevole”. Bisogna schierarsi, distruggere il nemico. E anche costruire un nemico, dentro una militarizzazione sempre più forte del dibattito pubblico. Ma le guerre appaiono sempre più solo come una illusione distruttiva, che dilania e uccide i corpi, ferisce la democrazia, cancella i diritti politici, affama il mondo, prepara solo nuovi conflitti e sofferenze.

E le donne? Le femministe? Quale è la riflessione delle femministe? Quale è la loro parola pubblica sulla guerra, sulle guerre? Quali sono per il femminismo le radici, i nessi, gli obiettivi, gli effetti della guerra? E ancora, quale femminismo parla? Questa è forse la domanda più complessa e difficile, perché se il mondo è cambiato, siamo cambiate anche noi. È cambiato anche il femminismo.

Siamo state attraversate da trasformazioni epocali, la globalizzazione, la fine del mondo bipolare, il neocolonialismo, le migrazioni. E sappiamo che mentre è fallita l’illusione del governo della globalizzazione, restano gli effetti devastanti del neoliberismo. E siamo state e siamo ancora attraversate da un processo di rimozione e cancellazione della storia del Novecento da parte delle destre, di revisionismo culturale che colpisce anche il femminismo. È in atto una strategia di neutralizzazione, un’operazione di svuotamento, manipolazione del femminismo. Un pink washing, che ruba i nostri linguaggi, che usa le rivendicazioni femministe in chiave razzista e xenofoba, per politiche securitarie contro i migranti, utilizza i diritti delle donne come pretesto per esaltare lo scontro di civiltà, che rifunzionalizza il genere e utilizza le donne come soggetto identitario.

Giorgia Meloni, mentre rivendica la naturalità dell’“essere donna”, rinforza la struttura patriarcale, legittima l’ordine simbolico e l’organizzazione sociale patriarcale, dirige il contrattacco patriarcale per il controllo sulla libertà femminile. Mentre rivendica di essere “la prima donna che ha rotto il tetto di cristallo” stravolge l’obiettivo femminista di arrivare al potere mai da sola ma con le altre e soprattutto di arrivare al potere per cambiarlo.

Tra le femministe c’è stata ambivalenza, confusione, persino scivolamenti. Un pezzo del femminismo è stato abbagliato dalla suggestione che questo successo, della premier italiana ma anche di altre donne ai posti di comando in Europa, sia stato “segnato dal femminismo”. Senza distinguere il tratto reazionario o guerrafondaio delle protagoniste. Una ambivalenza che viene da lontano, dalla fine degli anni Novanta, quando una parte del femminismo ha scelto di costruire percorsi di libertà più individuali che collettivi, di considerare più il valore del merito e della competizione che l’obiettivo trasformativo dell’empowerment, di promuovere più politiche di pari opportunità che di cambiamento radicale del sistema economico e sociale. E allontanandosi così da quello che scrive Cavarero «il principio di uguaglianza è rivoluzionario per gli uomini, è conservatore per le donne».

Una parte del femminismo si è persino definito neoliberale, come dice Nancy Fraser, riconoscendo solo le dimensioni formali delle differenze che determinano esclusioni e disuguaglianze. Altre femministe hanno irrigidito la loro posizione “essenzialista”, che rivendica l’identità “naturale” femminile, la naturalità biologica dell’essere donna, avvicinandosi alle posizioni delle destre, negando le diverse forme di soggettivazione politica a partire dai corpi, opponendosi alla critica del binarismo e del modello eterosessuale. In questa complessità il femminismo più radicale ha riposizionato il suo pensiero, recuperando la sua carica radicale e trasformativa. Come diceva Bianca Pomeranzi «di fronte alle violenze e alle chiusure, all’incremento degli autoritarismi, dei populismi di destra, dei governi della sorveglianza e di uno sviluppo tecno-scientifico gestito per accrescere il profitto di pochi, di fronte alla guerra, servono le parole e i pensieri delle femministe sul mondo».

La guerra è stata la cartina di tornasole per una riflessione e un agire femminista capace di non restare più fenomeno separato ed esterno alle letture geopolitiche. Il pacifismo femminista ha superato il pacifismo assoluto, morale, fondato sulla naturale propensione femminile a difendere la vita, per esprimere invece un pacifismo politico, come esigenza irrinunciabile della politica, che si cimenta con la lettura della complessità dei contesti e delle trasformazioni geopolitiche, che legge i nessi della guerra con il patriarcato, con gli effetti delle politiche liberiste, coloniali e imperiali.

Le donne non sono pacifiste “per natura”, ma per scelta.

La guerra è l’ambito in cui la riflessione femminista sul patriarcato giunge al suo punto più alto. È il patriarcato, infatti, il “prius” da cui la riflessione femminista sulla guerra prende origine. All’origine c’è un sistema di dominio, quello patriarcale, dell’uomo sulla donna e questo è il modello di tutte le altre forme di possesso, proprietà, dominio. La guerra e la violenza sono esito di un sistema di relazioni di dominio che passano attraverso il genere sessuale, l’organizzazione economico finanziaria e l’emarginazione delle soggettività più vulnerabili, non solo le donne ma anche i migranti, i profughi, le persone razzializzate, i diversi. Le radici della guerra si incistano nella cultura, nel linguaggio, nel simbolico della violenza contro le donne e la guerra è il prodotto più feroce della cultura patriarcale, con il suo portato di nazionalismo e militarismo.

Militarismo e nazionalismo sono espressione della violenza patriarcale, perché costruiscono appartenenze identitarie sempre più ristrette, rigide, legate al territorio, al sangue, alla religione, provocando esclusioni, discriminazioni, razzismo. Con le guerre, con la dimensione nazionalista e identitaria della guerra, si determina il “blocco delle identità” che spinge e schiaccia tutte e tutti nell’identità nazionalista, cancellando – come ci spiegano le compagne iraniane di Donna Vita Libertà – ogni forma di precedente opposizione sociale e i conflitti di genere. Scompaiono le donne come soggetti politici e sociali, si favorisce lo scontro tra culture patriarcali.

Porsi oltre ogni politica di potenza significa innanzitutto «passare da una logica dell’identità a una della differenza, intesa innanzitutto come modo di pensare e praticare la relazione». È questo un punto irrinunciabile del femminismo. ll femminismo radicale è contro le guerre, perché le guerre cancellano le donne, perché cancellano le differenze e ogni diversità di genere, etnia, cultura, preservano le istituzioni gerarchiche e le norme patriarcali che rappresentano i poteri dominanti della società. Rinforzano le gerarchie sociali e di genere, incasellano le donne nei ruoli sessuali prestabiliti. La guerra è “sessista, maschile, sessuata”, è l’esercizio di potere più feroce del patriarcato, che serve a riprodurre le strutture delle disuguaglianze di genere, impedendo l’affermarsi dell’autonomia e della libertà femminile.

Il femminismo sa che nelle guerre non c’è liberazione possibile per le donne. Che gli obiettivi delle guerre non sono mai la democrazia, le cause umanitarie e tanto meno la libertà delle donne, ma solo interessi economici e geopolitici. E oggi questi obiettivi non sono più nemmeno mascherati. Come dice Trump «il petrolio è nostro, come l’olio, l’oro, i diamanti. La dottrina Monroe deve estendere il dominio su tutto il continente».

Il pacifismo politico femminista sa che chiedere la pace non è ingenuità, ma è realismo, che le ragioni della pace sono sempre più realistiche, che è realismo chiedere il disarmo, la messa al bando delle armi, che non c’è alternativa se non la distruzione dell’umanità al disarmo, alla diplomazia, alla relazione paritaria tra i popoli, alla cura della vita.

La cultura politica della pace oppone il paradigma della cura al paradigma della guerra, cura non come destino biologico delle donne né come care economy, non come responsabilità individuale ma sociale. Cura come paradigma politico, per la cura del pianeta, del mondo, delle società, delle relazioni umane, della democrazia. La rivoluzione della cura è sempre più attuale, contro la spinta alle economie di guerra, che sulla produzione di armi fanno profitti, che smantellano i sistemi pubblici di welfare, che distruggono l’ambiente.

Il femminismo – come diceva Bianca – deve oggi essere capace di essere “situato” nei diversi contesti geografici, sociali, culturali. Un femminismo come campo di soggettività che si incontrano, di reti e movimenti femministi critici verso il capitalismo e il razzismo, di movimenti “intersezionali”, che evidenziano diverse forme di discriminazione ed esclusione delle soggettività più vulnerabili. Un femminismo capace di denunciare la violenza insita nel sistema di dominio e di cercare alternative ai sistemi di potere vecchi e nuovi. Un femminismo sempre più transnazionale, che agisce contro la guerra e quindi contro il progetto neoliberista tecnocratico di dominio che il potere patriarcale da sempre persegue sulle vite, sui corpi, sulle libertà e sui diritti. Delle donne e di tutti. Se vince la guerra, perde la giustizia, il diritto internazionale, i diritti dei popoli, la libertà delle persone, soprattutto delle donne. Le guerre, i nazionalismi, il patriarcato mettono a rischio il futuro dell’umanità, la vita del pianeta, le relazioni di libertà tra donne e uomini.

Oggi, quindi, la formazione di una cultura politica femminista per la pace è una esigenza ineludibile. È strategia, è pensiero per il cambiamento, è il vero pensiero politico della modernità. È la speranza di un mondo migliore.