Diserzione, Costituzione e responsabilità politica
Le parole di Virginia Libero aprono una questione che va oltre il pacifismo: il rapporto tra scelta democratica, doveri di cittadinanza e difesa della comunità politica.

ANSA
Le frasi recentemente pronunciate alla Festa dell'Unità di Reggio Emilia dalla segretaria dei Giovani Democratici Virginia Libero meritano di essere ulteriormente discusse, non tanto per il clamore mediatico che l’incidente in sé ha suscitato, quanto per la concezione stessa della politica che da esse emerge come prevalente fra i giovani gruppi dirigenti di un importante partito italiano: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi, perché noi organizzeremo i disertori», ha scandito Libero dal palco.
Le precisazioni e i sottili distinguo che a tali dichiarazioni sono poi seguiti, per quanto importanti, non risolvono tuttavia la questione fondamentale posta dalle parole pronunciate dall’esponente del Partito Democratico. Il problema, infatti, non è tanto la confusione sul posizionamento di uno dei principali partiti italiani rispetto ad una fondamentale questione di politica internazionale, quanto piuttosto quello di una corretta articolazione del rapporto che intercorre fra la possibilità della guerra, la cittadinanza democratica e la responsabilità delle élite dirigenti di una nazione.
Le parole di Libero, infatti, esprimono una concezione in cui la decisione politica in quanto tale viene sostituita da un principio di sottrazione preventiva alla decisione stessa: la diserzione come principio è in sostanza presentata come una pre-decisione, in cui il soggetto si sottrae preventivamente alla situazione in cui dovrebbe esercitare il giudizio politico, quale che esso sia.
Un grande partito che si candidi a guidare l’Italia non può avere come risposta alla possibilità della guerra l'idea della diserzione. Non perché la guerra sia in sé un’opzione desiderabile. Non perché il militarismo, in quanto tale, sia una virtù. E nemmeno perché ogni guerra debba essere, sempre, combattuta.
La questione, dunque, non è se il pacifismo sia una posizione politicamente legittima in astratto. Lo è senz’altro. Una forza politica può ritenere certamente che l'impiego della forza militare sia spesso inefficace, moralmente inaccettabile o contrario agli interessi nazionali. Può opporsi a una determinata guerra, contestare una decisione del governo, chiedere negoziati, proporre il disarmo o, al contrario, ritenere necessarie la deterrenza e una maggiore capacità militare. Tutte queste sono posizioni che appartengono pienamente alla dialettica democratica.
Il problema nasce invece quando una posizione sulla guerra viene trasformata in un principio generale di sottrazione alla decisione politica stessa. La guerra, infatti, costituisce la dimensione in cui la responsabilità politica raggiunge la sua forma più estrema, in quanto mette direttamente in gioco la sicurezza, la libertà, le risorse e, in ultima istanza, la vita stessa dei membri della comunità.
In quanto tale, la guerra non può essere semplicemente espulsa dall'orizzonte della politica attraverso un gesto più o meno individuale di autosottrazione. Al contrario, l’esperienza della possibilità della guerra è alla base della politica democratica, perché è lì che si esauriscono le soluzioni moralmente incontaminate e ci si assume collettivamente la responsabilità di scegliere tra beni concorrenti, diritti confliggenti, rischi differenti e mali a volte inevitabili.
Esistono delle circostanze in cui è necessario decidere e in cui tali decisioni comporteranno costi umani, spesso anche elevati. Una cultura politica che consideri moralmente illegittima la possibilità stessa di una scelta tragica rinuncia ad una parte essenziale della sua funzione di governo e si incatena in una prigione mentale fatta di imperativi assoluti e leggi morali che non permettono di contemplare un’analisi differenziata dei rapporti di forza e un calcolo razionale dei mezzi in rapporto agli obiettivi strategici che una data comunità umana si pone nella storia.
Nella tradizione democratica moderna, inoltre, la trasformazione del suddito in cittadino ha comportato anche la trasformazione del compito della difesa della comunità da una questione squisitamente dinastica o in capo a chi esercitava “il mestiere delle armi” ad un problema di responsabilità collettiva.
L’idea del “popolo in armi”, che nasce dalle pieghe della Rivoluzione francese e dell’epopea napoleonica e che, se si vuole, scorre come un fiume carsico all’interno della tradizione rivoluzionaria europea sino alla Grande Guerra Patriottica (basti pensare alle pagine di Stalingrado o di Vita e Destino di Vasilij Grossman – e qui ci chiediamo per inciso e senza retorica quale Libero pensi che fosse il destino dei disertori nell’Unione Sovietica) e alla Resistenza europea contro il Nazi-Fascismo, appartiene a questa storia perché il cittadino è concepito come un soggetto attivamente responsabile della sopravvivenza dell’ordine politico di cui è membro.
Il popolo prende così coscienza di essere politicamente responsabile del proprio destino e diventa pienamente soggetto nella storia.
La posizione di Libero presenta poi almeno altre due importanti criticità a cui vale la pena accennare. Innanzitutto, contrariamente a quanto è implicito nelle parole della dirigente democratica, la cittadinanza democratica non consiste soltanto nel godimento di diritti. Comporta invece anche responsabilità.
Una Repubblica non è soltanto l'insieme delle prestazioni che lo Stato deve garantire ai propri cittadini; è una comunità politica che, nei momenti estremi, può chiedere ai cittadini di assumersi dei doveri gli uni verso gli altri, nonché verso le istituzioni democratiche che essi condividono insieme.
Naturalmente, questo non significa che ogni guerra sia giusta, che ogni mobilitazione militare sia necessaria o che ogni ordine debba essere obbedito senza discutere. Significa una cosa più semplice e al contempo più difficile: ovvero che la decisione se combattere o meno deve appartenere alla politica democratica e ai suoi meccanismi istituzionali, e non può essere sostituita in anticipo dalla promessa della diserzione individuale.
Questi concetti sono altresì una parte fondamentale anche della Costituzione italiana. L'articolo 11 stabilisce che l'Italia «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Ma la stessa Costituzione afferma, all'articolo 52, che «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». L'articolo 54 stabilisce inoltre il dovere di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione e delle leggi.
Queste disposizioni esprimono una concezione costituzionale nella quale il ripudio della guerra come strumento di aggressione e di soluzione delle controversie non coincide con la negazione della legittima difesa della comunità politica. La Costituzione, in altri termini, non costruisce una Repubblica nella quale la forza sia semplicemente espulsa dalla realtà politica tout court. Costruisce piuttosto un ordinamento nel quale l'impiego della forza è sottoposto a condizioni, finalità, limiti e procedure costituzionali.
La pace costituzionale non è, in altre parole, semplicemente l'assenza di guerra: è un ordine politico e internazionale che l'Italia è chiamata attivamente a perseguire, preservare e difendere.
L’appello alla diserzione, in ultima analisi, appare quindi come un venire meno al dettame della Costituzione, se non addirittura come un tradimento della politica democratica in quanto tale. Un governo può essere infatti sfiduciato, una maggioranza rovesciata, una linea politica modificata. Lo Stato, invece, permane.
La difesa della Repubblica è la difesa della continuità della comunità costituzionale. Venirvi meno tramite un atto di diserzione significa mettersi al di fuori del perimetro della nazione e delle forze che ne difendono la Costituzione perché la decisione sulla pace e sulla guerra non è in capo agli individui, bensì alla politica democratica tramite le istituzioni costituzionali.
La questione decisiva non è dunque se una persona possa essere pacifista o meno. Né se un partito possa opporsi ad una guerra. Devono entrambi poterlo fare.
La questione è se la forza che aspira al governo di un Paese possa dichiarare in anticipo che, di fronte alla decisione più grave che possa essere sottoposta ad una comunità politica, la propria risposta sarà quella di autosottrarsi. In questo risiede una concezione perversa della cittadinanza democratica e delle responsabilità di direzione politica di un popolo.
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