Diritti civili e sociali: Conte indica la strada per unire la sinistra
La battaglia contro woke e cancel culture apre un nodo più profondo: ricomporre libertà individuali, lavoro, welfare ed eguaglianza in una proposta progressista

ANSA
Forse l’enfasi posta su la Repubblica da Giuseppe Conte sull’invadenza della cancel culture e del woke può apparire eccessiva nel contesto italiano. Infatti, a differenza degli USA, non abbiamo mai avuto serie contestazioni su figure fondative, volte ad abbattere statue di Garibaldi o di Vittorio Emanuele II, artefici di un Risorgimento squilibrato e censitario.
Al più, qualche scalcinata chiassata leghista al tempo di Bossi. Né da sinistra si è mai chiesto di cancellare le rilevanti architetture razionaliste commissionate ovunque dal fascismo. La cultura woke è tipica della nazione multietnica americana, con relative oppressioni e rivolte identitarie. Oltre che del radicalismo antirazzista figlio della lotta per i diritti civili, tipico della cultura USA.
E nondimeno il tema esiste ed è globale e persino in America è stato oggetto di critica da parte della sinistra liberal e socialista più sensibile al tema, come nel caso della critica di Ocasio-Cortez su ABC News agli eccessi del differenzialismo olitically correct: «Una follia contrapposta ai temi concreti della povertà, dei salari e del welfare».
Ecco allora, con le debite differenze, il punto che Conte ha ben posto. Ovvero il primato assegnato dalla sinistra alla cultura dei diritti civili rispetto ai temi del lavoro e dell’emancipazione. E non perché questi ultimi siano stati eliminati del tutto, ma perché sono stati posposti alle questioni identitarie e di genere, trasformate in vero fattore trainante rispetto ai primi. Ovvero, la cosiddetta sinistra dei valori e dei diritti, prioritaria rispetto a quella dell’emancipazione collettiva, dell’eguaglianza e dei diritti sociali.
A partire, infatti, dalla proclamata discontinuità degli anni Novanta con l’eredità del movimento operaio, resta innegabile che si sia prodotta a sinistra una rottura con i temi della liberazione e dell’emancipazione sociale. All’insegna del trionfo del paradigma dominante dell’impresa privata, che ha favorito il senso comune diffuso dell’individualismo di massa: chances e stili di vita.
E ancora: libertà dai vincoli, siamo tutti imprenditori e dunque primato delle regole di mercato e opportunità garantite da regole. Ovvio che in questo quadro prevalesse l’individualismo proprietario, al più corretto da limiti solidaristici e compassionevoli.
Nel segno di un progressismo dei diritti individuali, identitari, bioetici e di genere. Che in sé sono certo elementi essenziali di riscatto. Ma che, privi di innesto sulle basi sostanziali dell’eguaglianza sociale — dal lavoro al welfare alla scuola —, rischiano di rimanere impraticabili e non fruibili. Elitari e divisivi. Sta esattamente qui la ricucitura programmatica di piani che Giuseppe Conte ha proposto nella sua lettera a la Repubblica. E cioè l’inserzione dei diritti identitari e personali sulle basi sostanziali di un rinnovato Stato sociale, fatto di partecipazione e obiettivi sociali comuni.
Uno Stato che privilegi il lavoro e lo sviluppo equitativo dell’industria e dell’ambiente, della salute e della formazione. Del digitale. Critico, al contempo, della falsa idea di un’economia neutra, guidata da interessi indiscutibili e imperscrutabili.
Come nel caso del riarmo massiccio previsto da questa UE e nel quadro di una geopolitica non di cooperazione, ma di deterrenza e di escalation. Una scelta disastrosa che non solo toglie al Paese risorse per i diritti di ogni tipo, ma ne ipoteca il futuro industriale dei decenni a venire, in senso bellico e militare. Con tutto quel che ne consegue sul piano della sicurezza e delle migrazioni.
Non è questione, quindi, di «sintesi nella complessità», come sostiene Ginefra, nello stilare un programma unitario alieno da polemiche culturali divisive. Dalla pace al politically correct. Bensì di trovare un asse persuasivo di proposta alternativa contro la destra, che parta dai suoi fallimenti e dai bisogni inevasi del Paese. Ma con un segno sociale ben preciso: le ineguaglianze accresciute, il fisco ingiusto, l’insicurezza, lo sviluppo economico bloccato. E le risorse mal impiegate, in virtù di sprechi, rendite e riarmo.
Questi sono i temi sostanziali che possono unire il popolo italiano e il centrosinistra e che rappresentano la vera sfida identitaria e culturale alla destra.
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