Dio torna in guerra, dall’Occidente

Karima MoualApprofondimenti
RIVRINASCITA_20260309104121698_6077df83aa348d1c0acfa615121b6984.jpg

ANSA

Per oltre vent’anni l’Occidente ha raccontato le guerre in Medio Oriente come la risposta necessaria a un nemico preciso: il radicalismo islamico. Dall’11 settembre alla guerra globale al terrorismo, il conflitto è stato presentato come uno scontro tra modernità e fanatismo religioso.

Eppure oggi, mentre nuove guerre scuotono la regione, emerge una contraddizione che raramente viene nominata proprio quando si trova al cuore dei conflitti odierni.

Alcune delle scelte più esplosive della geopolitica contemporanea sono sostenute da una visione apertamente estremista della religione dentro la politica del nuovo ordine occidentale, guidato da Stati Uniti e Israele.

Non si tratta questa volta di milizie clandestine o gruppi jihadisti, ma di leader politici in giacca e cravatta, movimenti ideologici e alleanze strategiche che operano dentro il cuore dell’Occidente.

Per decenni l’Occidente ha rivendicato la propria identità politica come laica e secolare, fondata sulla separazione tra religione e potere. La modernità occidentale nasce proprio da questa promessa: Dio appartiene alla sfera privata, lo Stato governa quella pubblica.

La critica più acuta rivolta al mondo islamico — fino al punto di contribuire alla caduta di governi democraticamente eletti, come in Tunisia ed Egitto — è stata proprio quella di mettere in guardia contro l’Islam politico, identificato soprattutto con la Fratellanza musulmana.

Ovunque questo fenomeno sia emerso, anche attraverso processi democratici, è stato osteggiato. A contrastarlo non sono stati solo intellettuali e movimenti laici della regione, ma anche regimi autocratici ben disposti ad assecondare i desiderata occidentali pur di limitare competitor politici dotati di una forte popolarità.

L’islam politico, anche quando lontano dal radicalismo militante, negli ultimi anni è stato progressivamente marginalizzato. L’islam politico armato maturato nelle aree di conflitto è stato poi marchiato senza esitazioni come terrorismo, con tutte le conseguenze che questo comporta.

Dio appartiene alla sfera privata, lo Stato governa quella pubblica, si diceva. Eppure negli ultimi anni quella distinzione si incrina proprio nel cuore dell’alleanza occidentale.

Questa chiamata di Dio è particolarmente evidente con l’amministrazione americana di Donald Trump, sia nel conflitto tra Israele e palestinesi sia nello scontro più recente con l’Iran.

Negli Stati Uniti una parte significativa della destra evangelica interpreta il ruolo di Israele attraverso una lente teologica. Secondo questa visione — nota come sionismo cristiano — l’esistenza e l’espansione dello Stato israeliano non sono semplicemente una questione geopolitica, ma il compimento di una profezia biblica. Per milioni di credenti evangelici sostenere Israele significa partecipare a un disegno provvidenziale della storia.

Volendo sintetizzare questo pensiero, emergono quattro elementi centrali.

Il primo è la convinzione che la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 segni l’inizio dell’ultima era della storia umana. Il secondo è che i conflitti in Medio Oriente facciano parte del piano divino che condurrà a una grande guerra finale prima della seconda venuta di Cristo. Il terzo è l’idea che l’alleanza di Dio con Israele sia eterna e incondizionata. Il quarto è la convinzione che non sostenere oggi il dominio politico di Israele significhi esporsi a un giudizio divino.

Questo pensiero è ormai diventato politica attiva ai più alti livelli. In un’intervista con il commentatore americano di destra Tucker Carlson, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Mike Huckabee ha dichiarato che Israele possiede un diritto dato da Dio alla terra che si estende dal fiume Eufrate al Nilo, un territorio che comprenderebbe Libano, Siria, Giordania e parti dell’Arabia Saudita.

Huckabee, ex governatore dell’Arkansas, è stato nominato ambasciatore da Donald Trump nel 2024 non a caso. Devoto cristiano evangelico e convinto sostenitore di Israele, si è a lungo dichiarato contrario all’idea di una soluzione a due Stati tra israeliani e palestinesi. Ha negato l’esistenza di un’occupazione illegale della Cisgiordania e nel 2017 arrivò perfino a dichiarare: «Non esiste una cosa come una Cisgiordania. È la Giudea e la Samaria».

Negli ultimi decenni questa visione religiosa ha trovato una traduzione politica sempre più concreta. Negli Stati Uniti il sostegno a Israele è diventato uno dei pilastri identitari della destra evangelica, che rappresenta una parte centrale della base elettorale di Donald Trump.

Parallelamente, in Israele è cresciuto il peso politico dei movimenti nazionalisti religiosi che interpretano il controllo della terra non come una questione negoziabile di diritto internazionale, ma come il compimento di una promessa biblica.

Le dichiarazioni dei ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir non sono solo parole o minacce: rappresentano un progetto politico che si traduce nei fatti attraverso l’espansione degli insediamenti e l’annessione de facto dei territori palestinesi e non solo. Per alcune di queste correnti la sovranità su territori contesi non è soltanto una rivendicazione politica: è una missione storica.

Questa convergenza ha prodotto qualcosa di nuovo nella geopolitica contemporanea: una saldatura tra fede, potere e strategia militare.

Il 28 febbraio 2026 questa fusione tra politica e religione ha trovato un esempio drammatico e concreto. L’attacco all’Iran ordinato da Stati Uniti e Israele è stato battezzato “Il Ruggito del Leone”, un nome tratto dalla Bibbia, ispirato al profeta Gioele e alla profezia di Balaam nei Numeri. Benjamin Netanyahu ha inserito la citazione tra le pietre del Muro del Pianto prima di dare l’ordine dei bombardamenti. La guerra non era solo strategia: veniva presentata come compimento scritturale, come destino scritto nelle sacre pagine.

Il nucleare è il pretesto. E mentre i bombardamenti continuano contro Teheran, la guerra di Trump e Netanyahu viene sempre più presentata — senza più troppe cautele — come una guerra di religione. Una guerra santa.

Le immagini di Trump nello Studio Ovale circondato da predicatori e pastori evangelici riuniti in preghiera per la guerra in corso rimarranno probabilmente nella storia. Una scena che, se si fosse svolta in un Paese mediorientale, sarebbe stata immediatamente denunciata come fanatismo religioso.

Oggi, invece, direttamente dalla Casa Bianca va in scena la predica di un gruppo di fanatici religiosi. Con una differenza sostanziale: a differenza di altri fanatici, questi hanno accesso alle armi nucleari.

Dopo l’inizio della guerra congiunta USA-Israele contro l’Iran, la Military Religious Freedom Foundation ha ricevuto centinaia di segnalazioni riguardanti ufficiali dell’esercito americano che dichiaravano ai propri subordinati che la guerra faceva parte del piano di Dio e che il presidente Donald Trump era stato «unto da Gesù» per accendere il fuoco in Iran e provocare Armageddon.

Certo, non è la prima volta che la religione entra nella strategia americana in Medio Oriente. Durante la presidenza di George W. Bush, l’influenza della destra evangelica nella politica statunitense raggiunse livelli significativi. Alcuni leader religiosi vicini all’amministrazione interpretarono apertamente le guerre mediorientali attraverso riferimenti escatologici e alla battaglia finale di Armageddon. Ma mai come oggi questa dinamica appare come un pericolo concreto.

A questa dinamica si aggiunge un altro fenomeno che attraversa ormai gran parte della politica europea. Negli ultimi anni una parte crescente dell’estrema destra del continente ha costruito la propria identità sull’islamofobia e sulla paura dell’immigrazione musulmana. Il discorso pubblico è stato progressivamente colonizzato da una retorica che presenta l’islam come una minaccia esistenziale per l’Europa, incompatibile con i suoi valori e con la sua identità.

In questo contesto prende forma anche un nuovo linguaggio politico: quello della presunta “civiltà giudaico-cristiana” da difendere. Un’espressione che fino a pochi decenni fa era quasi assente dal lessico politico europeo e che oggi viene invece brandita come una frontiera culturale contro il mondo musulmano.

Dentro questa narrazione, il sostegno quasi automatico alle politiche più radicali del governo israeliano diventa parte di un’identità politica: Israele viene trasformato nel simbolo della prima linea di difesa dell’Occidente contro l’islam.

Il paradosso è evidente. Movimenti che riscoprono la religione solo come strumento identitario e geopolitico. Non per difendere la fede, ma per costruire un nuovo confine ideologico tra civiltà contrapposte.

Così l’islamofobia interna e la geopolitica mediorientale finiscono per alimentarsi a vicenda. La guerra diventa la conferma di una narrazione già pronta: quella di uno scontro religioso globale. Una narrazione che trasforma la politica in teologia e i conflitti in crociate moderne.

In molti, proprio con la minaccia dell’estremismo islamico e la nascita dell’Isis, hanno provato a costruire ponti di dialogo, come nel caso dell’iniziativa della Marrakech Declaration che coinvolse anche Papa Francesco, e che puntava a riaffermare la convivenza tra religioni e diritti civili. Perché l’idea che la religione possa giustificare la violenza politica rappresenta una minaccia reale per qualsiasi ordine internazionale.

Ma se questo era il problema, la domanda oggi diventa inevitabile: perché lo stesso allarme non scatta quando l’ideologia religiosa orienta decisioni strategiche prese nelle capitali occidentali?

Perché il califfato di Abu Bakr al-Baghdadi con il suo Stato islamico, il Jihad, gli infedeli da combattere, ci faceva - giustamente - paura, mentre non suscita la stessa inquietudine il disegno messianico di settori del governo israeliano che parlano apertamente di una Grande Israele promessa da Dio, arabi da sterminare e popolo eletto?

La differenza è che questo radicalismo non si presenta con bandiere nere o milizie clandestine. Si manifesta dentro istituzioni democratiche, nei parlamenti e nei governi. Parla il linguaggio della sicurezza nazionale e della geopolitica, ma spesso si nutre di una visione teologica della storia. Ed è proprio per questo che risulta ancora più pericoloso.

Il pericolo più grande non è soltanto il ritorno della religione nella politica internazionale, ma anche l’impotenza delle forze laiche e progressiste che appaiono ammutolite ad eccezione di Pedro Sanchez, in un'Europa mai tanto passiva agli eventi che la stanno trasformando.

È la trasformazione dei conflitti in guerre sacralizzate, dove le decisioni strategiche vengono giustificate come parte di un disegno divino e non più come scelte politiche discutibili. Quando la guerra diventa una missione religiosa, lo spazio della diplomazia si restringe drasticamente.

Il compromesso non è più una soluzione: diventa tradimento. L’avversario non è più un rivale con cui negoziare, ma un nemico da sconfiggere in nome di una verità superiore.

Se i conflitti in Medio Oriente vengono raccontati sempre più come guerre di civiltà o addirittura guerre religiose, l’effetto inevitabile sarà alimentare nuove radicalizzazioni.

Il terrorismo jihadista, incarnato negli anni passati da gruppi come Islamic State, oggi appare indebolito e in gran parte dormiente. Ma la storia recente dimostra che queste ideologie prosperano proprio quando riescono a presentare i conflitti come uno scontro religioso globale.

Se anche l’Occidente finisse per legittimare una lettura teologica della guerra, il rischio sarebbe riaprire il ciclo della radicalizzazione. Ogni guerra sacralizzata produce la propria controparte fanatica.

Ed è questo il paradosso più pericoloso: nel tentativo di affermare la propria sicurezza e la propria superiorità morale, l’Occidente potrebbe contribuire a ricreare le condizioni che in passato hanno alimentato il terrorismo religioso.

In conclusione, il problema non è quale religione invochi Dio. Il problema è quando la politica si trasforma in teologia armata.

Quando la guerra diventa compimento di una profezia, il compromesso diventa tradimento e la pace un ostacolo.

Per anni l’Occidente ha creduto di combattere il radicalismo religioso altrove. La domanda che oggi si impone è più scomoda: e se una parte di quel radicalismo stesse crescendo proprio dentro le sue stesse alleanze?