Diciassette film in un giorno: il rischio flop e tre titoli da salvare

“E i figli dopo di loro”, “In the Grey” e la serie “Legends” raccontano periferie, violenza e identità tra cinema d’autore e puro intrattenimento.

Michele AnselmiBattaglia delle IdeeCINEMA
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Archivio Rinascita

Giovedì 14 maggio sono usciti diciassette (17) film nelle sale italiane. Ha senso? No. Esiste un pubblico, oggi da noi, capace di assorbire una tale massa di cine-proposte? No. Molti di quei titoli, alcuni dei quali di qualità, resteranno nelle sale per una settimana o meno, in vista dei passaggi televisivi su qualche piattaforma, se va bene. Sarà una decimazione. Ma uno di questi film "morituri" vorrei segnalarlo, perché merita attenzione, nella speranza che qualcuno mi dia retta e vada a vederlo.

Si chiama "E i figli dopo di loro", era in concorso a Venezia 2024, dove si aggiudicò il Premio Mastroianni, anche se esce solo ora distribuito da Fandango. Si parla di razzismo e pregiudizi sociali in "Leurs enfants après eux", è il titolo originale francese, scritto e diretto dai gemelli Ludovic e Zoran Boukherma. Iquali definiscono il loro cinema «crudo, intenso, viscerale».  

Quattro estati, tra il 1992 e il 1998, fanno da sfondo, anche cromatico, a una vicenda proletaria ambientata nell'immaginaria cittadina di Heillange impoverita dalla chiusura dell'altoforno. Il quattordicenne Anthony, figlio di un ex operaio alcolizzato, s'invaghisce della coetanea borghese Steph, bella e studiosa; ma accade sempre qualcosa che impedisce ai due di fare l'amore. Specie dopo che il maghrebino Hacine, detestato dai ragazzi bianchi, ha rubato e incendiato una moto da cross assai cara al padre di Anthony. Nello scorrere delle estati a cadenza biennale tutti cambiano un po', fisicamente e psicologicamente: si sposano, si lasciano, lavorano, s'arruolano, vedono morire i loro cari, fanno figli. Ma soprattutto ci si chiede se Anthony e Hacine siano finalmente disposti a far pace tra loro, a deporre le armi (in particolare una pistola).

A suo modo "E i figli dopo di loro" è un cine-romanzo di formazione (lo spunto viene da un libro di Nicolas Mathieu): dai colori vividi, rude nei dialoghi e nelle situazioni, alquanto melodrammatico, il tutto inciso sui visi dei tre protagonisti, che sono Paul Kircher, Angeline Woreth e Sayyd El Alami, più le star Gilles Lellouche e Ludivine Sagnier in ruoli di contorno. Francamente 144 minuti sono troppi, ma funziona lo strano senso di minaccia, anzi di tragedia, che aleggia sulla vicenda, siglata da una liberatoria corsa in moto al suono di "Born to Run" di Springsteen.  *** Non avrà problemi a farsi conoscere, invece, "In the Grey", uscito in centinaia di copie con 01 Distribution, ovvero Rai Cinema. La zona grigia evocata dal titolo è quella tra moralità e immoralità, tra bianco e nero: lì si muove agilmente la sexy-avvocata Rachel Wild, spalleggiata dai suoi amabili scagnozzi Bronco & Sid. Un certo Manny Salazar, boss potente e avido con esercito personale in un'isoletta spagnola, dovrebbe restituire 1 miliardo di dollari ricevuti in prestito, ma il "villain" non ha intenzione di farlo, sicché tocca a Rachel, esperta in recupero crediti e gestioni patrimoniali, il compito di passare all'azione, prima con le buone, poi con metodi più spicci.

Al suo diciassettesimo lungometraggio, il regista inglese 57enne Guy Ritchie, che fu lanciato da "Lock & Stock – Pazzi scatenati" e poi sposò Madonna, fa un film d'azione molto all'americana, vecchio stile nella messa in scena. Lui che ama trame complicate, chiacchiere brillanti e andirivieni cervellotici, penso a "The Gentlemen", qui sfrutta il canone più classico che ci sia, specie nel campo delle miniserie: una sparatoria micidiale, una donna che potrebbe morire, un salto all'indietro di alcuni mesi e poi il ritorno alla situazione iniziale per andare avanti con la storia.

L'effetto è di una certa pigrizia, ma Ritchie dev'essersi divertito, per una volta, a non incasinare i punti di vista, per andare dritto con lo spettacolone adrenalinico, 98 minuti in tutto, come forse piacerebbe al suo attore feticcio Jason Statham. Che però qui non c'è. Al suo posto i più giovani Jake Gyllenhall e Henry Cavill, appunto nei ruoli di Bronco & Sid, gli angeli custodi dell'avvocata, s'intende eleganti, ironici, praticamente invulnerabili, oltre che fedelissimi (debbono a lei se non marcirono in una prigione da incubo). Naturalmente "In the Grey" non sfodera troppe ambizioni, se non quella di divertire il pubblico, specialmente maschile, in una carambola di sparatorie, inseguimenti, salti nel vuoto, esplosioni, travestimenti e battute spiritose. Il tutto con pochi effetti speciali digitali, almeno mi pare, un po' all'antica hollywoodiana.

La cantante messicana Eiza González è una gioia per gli occhi nel ruolo di Rachel, ma sfodera anche grinta e passione, la britannica Rosamund Pike fa la stronza che pensa di saperla lunga e truffare tutti, lo spagnolo Carlos Bardem, fratello maggiore di Javier, è tronfio quanto basta per non risultare infine destinato a un'inattesa punizione.  *** E veniamo al piccolo schermo. La bella miniserie si chiude con le dimissioni di Margaret Thatcher, avvenute in diretta tv il 22 novembre del 1990. Pochi mesi prima comincia invece la storia di "Legends", sei puntate su Netflix, dallo scorso 7 maggio, scritte dal giornalista scozzese Neil Forsyth e dirette dai registi Brady Hood e Julian Holmes.

«La tua leggenda deve essere parte di te. Una parola sbagliata, una decisione sbagliata, e sei fottuto»: è una delle battute-chiave di questa miniserie che rievoca una missione, a lungo rimasta segreta, compiuta dall'agenzia doganale britannica, il cui nome in inglese suonava allora "Her Majesty's Customs and Excise". Il titolo non va preso alla lettera, nel senso che le leggende in questione indicano le identità assunte dagli agenti sotto copertura: più sono verosimili e incarnate con convinzione, rompendo con la vita di prima, più sarà possibile farla franca e non essere scoperti. Insomma una sorta di recita, ma molto audace.

Nei primi mesi del 1990 la "Lady di ferro" aveva bisogno di fare colpo sul Paese in materia di lotta al traffico di droga, specie eroina, a causa della crescita esponenziale dei decessi. Così, su ordine del ministro degli Interni, la Dogana dovette improvvisare una task-force capace di sfornare risultati concreti, da spendere elettoralmente. Solo che l'agenzia aveva pochi mezzi a disposizione, sia di budget sia tecnologici (altro che la Dea americana), per non dire della scarsa preparazione nel colpire il narcotraffico internazionale. Nasce così "Legends": quattro normali agenti doganali, due uomini e due donne, vengono ingaggiati dopo un veloce corso di addestramento da un ufficiale, Don, a lungo "undercover" e naturalmente segnato da quell'esperienza; non sono esperti in missioni rischiose, non sanno sparare e spaccare ossa, devono solo avere sangue freddo, mente sveglia e riuscire a infiltrarsi nelle organizzazioni criminali.

Kate e Bailey vengono spediti a Liverpool, Erin, la mente analitica, si occupa delle ricerche e dei collegamenti via computer, mentre il compito più arduo, cioè farsi accettare a Londra da un feroce boss curdo, un certo Hakan, spetta a Guy Stanton, stanco di controllare valigie all'aeroporto, affascinato fino all'ossessione da quel cambio di identità rispetto alla sua vita di padre e marito. Ispirata a una storia vera, sia pure riveduta e corretta, "Legends" racconta come i cinque riuscirono a bloccare due tonnellate di eroina partita dal Pakistan, lavorando su più fronti, spesso rischiando di venire beccati. Il tutto dentro un meccanismo di tensione costante che bene restituisce l'aria del tempo, la fine dell'era-Thatcher, la crisi economica di quella stagione. Se il meccanismo del racconto è piuttosto classico, a partire dalla buffa selezione iniziale, la miniserie ha il merito di moltiplicare i punti di vista e di giocare con le psicologie di personaggi anche minori, come solo gli inglesi sanno fare. Tom Burke, Hayley Squire, Aml Ameen e Jasmine Blackborow sono rispettivamente Guy, Kate, Bailey ed Erin, mentre Steve Coogan, che fu magnifico coprotagonista di "Philomena" nel 2013, conferisce al suo Don il giusto mix di realismo e tormento.

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