Di Battista, la malattia e il volto umano della politica

La testimonianza a diMartedì richiama il valore della cura e dell’impegno civile, interrogando il ruolo delle istituzioni oltre la retorica della casta.

Dario GinefraApprofondimenti
Di Battista, la malattia e il volto umano della politica

ANSA

L’intervento di Alessandro Di Battista nello studio di diMartedì va oltre il semplice fatto di cronaca o la parentesi televisiva, trasformandosi in una riflessione profonda sul senso dell’esistenza e sulla natura autentica dell’impegno pubblico. Chi ne ha condiviso i banchi nella XVII legislatura ne ricorda bene la cifra stilistica — quel piglio sfidante, irriverente e appassionato che ne ha spesso polarizzato i giudizi — ma la sua scelta negli anni di restare fuori dai palazzi istituzionali ha risposto a una vocazione precisa: usare la parola e il racconto per dare voce a chi non ce l’ha, documentando le ingiustizie globali e le tragedie belliche dei nostri tempi, dalla martoriata Striscia di Gaza ai contesti più complessi del pianeta. Di fronte alle sue ultime parole, la polemica politica si azzera e lascia il posto a una lezione di profonda umanità. La forza del suo messaggio risiede prima di tutto nel rifiuto di ogni retorica attorno alla malattia: nessuna deriva patetica o vittimistica, ma nemmeno l’artificiosa costruzione del «guerriero» che lotta da solo contro il male, bensì la consapevolezza sobria e composta di un giovane uomo che affida il proprio percorso alle cure della medicina scientifica, mantenendo la determinazione di riprendersi giorno dopo giorno spazi di vita e di libertà.

In questo sguardo vitale, la sofferenza personale si fa ponte verso la sofferenza collettiva, richiamando la straordinaria e paradossale dignità del popolo cubano che, pur piegato da un embargo soffocante e dalla carenza dei beni essenziali, dimostra una cura dell’altro capace di superare la scarsità di risorse operative attraverso l’eccellenza e la dedizione dei propri medici — gli stessi che portarono aiuto e solidarietà all’Italia nei giorni più bui della pandemia. Questo «arrivederci» temporaneo alla militanza attiva si trasforma così in un potente messaggio di speranza per tutti coloro che affrontano un percorso oncologico: la dimostrazione che la passione civile, l’attenzione al mondo e il senso del servizio non vengono scalfiti dalla fragilità, ma anzi si purificano dalle spigolosità del passato per restituire alla politica la sua dimensione più alta e necessaria, quella di una comune e profonda condivisione umana.

Un’umanità che si manifesta anche nella sua dura critica a un certo sistema comunicativo, reo di aver speculato sul suo stato di salute con ricostruzioni prive di rispetto o persino con notizie infondate. Al contempo, la vicenda del suo rientro — affidato a un volo sanitario privato coperto da polizza assicurativa e non a un aereo di Stato — suggerisce uno spunto di analisi pacato ma ineludibile: il forte richiamo al dovere delle istituzioni di tutelare i connazionali in condizioni di extrema ratio stride, per ironia della sorte, con la narrazione populista che per anni ha dipinto ogni intervento o prerogativa pubblica come un inaccettabile privilegio di casta. Riconoscere oggi la legittimità di quel soccorso significa prendere atto dei limiti di una retorica che ha finito per indebolire la fiducia nelle istituzioni repubblicane, una scorciatoia comunicativa dalla quale la più recente guida di Giuseppe Conte ha cercato progressivamente di smarcarsi.

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