Denise, salvarsi non basta per tornare a vivere

La figlia di Lea Garofalo si è tolta la vita a 35 anni, la stessa età a cui la madre venne uccisa dal compagno. Aveva sfidato la ’ndrangheta testimoniando contro il padre per rendere giustizia a sua madre, la sua morte interroga sul prezzo della protezione.

Marco ColomboFlusso Quotidiano
Il volto di Lea sulle bandiere di Libera

ANSA

Denise è morta a 35 anni. La figlia di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dalla ‘ndrangheta a Milano nel 2009, si è tolta la vita gettandosi da un balcone della sua abitazione ad Ariccia dove viveva. Era ancora adolescente quando sua mamma Lea scomparve a Milano il 24 novembre 2009. Il padre Carlo Cosco le disse che se n’era andata volontariamente. Ma Denise conosceva troppo bene sua madre e il suo desiderio di darle un futuro migliore staccandosi dal contesto mafioso a cui la costringeva il compagno. Lea, ribellatasi alla ’ndrangheta, era stata attirata in trappola, uccisa, il suo corpo fatto a pezzi e bruciato. Il compagno, Carlo Cosco, fu condannato all’ergastolo anche grazie alla testimonianza di Denise che, protetta da un paravento, racconto in tribunale la storia di sua madre. Entrò nel programma di protezione, cambiò nome e città e provò a ricominciare. «Grazie per avermi dato una vita migliore, ciao Mamma» aveva detto, in collegamento, durante i funerali pubblici di Lea nel 2013 mentre in sottofondo risuonavano le canzoni che lei stessa aveva scelto per quell'ultimo saluto a cui non aveva potuto partecipare. Motivi di sicurezza. Una sicurezza che può tohgliere il fiato.

Qualcosa poi si è spezzato. Denise ha deciso di togliersi la vita a 35 anni, la stessa età che aveva sua mamma Lea quando venne uccisa. Solo una coincidenza tragica, probabilmente, che non spiega il gesto ma rende impossibile non interrogarsi sul peso della sua storia familiare. Denise portava con sé la storia drammatica di sua mamma, l’allontanamento dal padre, la necessità di accusarlo, la fine del mondo in cui era cresciuta. Poi il programma di protezione: un nuovo nome, nuovi luoghi, una vita da ricostruire senza poter raccontare quella precedente. Accettare la tutela dello Stato significa salvarsi, certamente, ma anche scomparire. Troncare ogni tipo di legame con il mondo che ti ha circondato fino a quel momento, perdere affetti e punti di riferimento. In un contesto del genere, seppur supportati, diventa difficile fare i conti con una storia come quella che si portava dentro. In questo senso la morte di Denise ci deve interrogare, perché non diventi solo un altro simbolo dell’antimafia. La sua morte ricordi allo Stato che il compito non finisce quando salva un corpo: serve aiutare una persona a tornare a vivere.

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