Democrazia tradita, dalle brioches ai dollari di Trump
Da Maria Antonietta ad Achille Lauro e Trump: il potere che trasforma i bisogni in consenso. La risposta riformista passa dall’equità sociale.

ANSA
C’è un filo invisibile, cinico e resistentissimo, che unisce lo sfarzo barocco della Francia prerivoluzionaria ai palchi ultra-populisti dell’America contemporanea, una linea retta che attraversa i secoli unendo monarchi assoluti, sindaci-armatori e miliardari nell'arte millenaria di comprare il consenso manipolando i bisogni primari della pancia. È lo zeitgeist di un potere che non si limita a governare, ma esige di essere venerato, quell'istinto paternalistico e profondamente arrogante che riduce il cittadino a suddito e trasforma il suffragio universale in un atto di pura sottomissione liturgica. Questa evoluzione rivela la natura intrinsecamente teocratica dell'autorità: chi detiene il comando non si percepisce mai come un semplice funzionario dello Stato, ma come il depositario di un diritto divino, un mediatore sacro tra la scarsità terrena e la provvidenza.
Tutto comincia a Versailles con un cortocircuito comunicativo rimasto impresso nella memoria collettiva dell'Occidente, quel "Se non hanno pane, che mangino brioches" che svela la cecità di una monarchia che si riteneva investita da Dio e, proprio per questo, totalmente svincolata dal dovere di comprendere la miseria materiale della strada. Per la corte di Luigi XVI la carestia non era una colpa politica ma un disegno imperscrutabile, un digiuno plebeo a cui rimediare con un surrogato di lusso, istituendo il primo dogma della fede clientelare: l'illusione che l'abbondanza dei dominanti possa gocciolare, come una grazia dall'alto, sulle bocche degli affamati.
Quando quella finzione crollò sotto la scure della ghigliottina, il potere non rinunciò alla sua pretesa teocratica, ma capì di doverla mimetizzare attraverso una transustanziazione culinaria del consenso, di cui la dinastia sabauda nell'Italia post-unitaria del 1889 offrì l'esempio perfetto. La nascita della Pizza Margherita non fu un poetico omaggio gastronomico, ma la codificazione di un nuovo rito d'addomesticamento politico in cui il re, imprimendo il sigillo reale e i colori della nuova bandiera nazionale sul piatto più povero della plebe napoletana, celebrava una vera e propria comunione laica. Mangiare la pizza della regina spiegava l'atto di assimilare l'autorità dello Stato piemontese, trasformando la sottomissione in un atto di digeribile devozione, dove la miseria non veniva cancellata dalle riforme ma nobilitata dal tocco del sovrano.
Questa liturgia della sottomissione alimentare si è fatta ancora più esplicita, quotidiana e dogmatica nel secondo dopoguerra, quando l'armatore miliardario Achille Lauro ha trasformato i vicoli di Napoli nel teatro di un culto miracolistico basato sulla frammentazione rituale del bisogno. Il Comandante si muoveva tra la folla come un pontefice dispensatore di grazie incarnate in pacchi di spaghetti e banconote spaccate a metà, introducendo la spietata e geometrica Politica della Scarpa secondo cui prima del voto ricevevi la calzatura sinistra e, solo a miracolo elettorale avvenuto, potevi ritirare la destra per completare il paio. Era la dissacrazione definitiva del diritto democratico, ridotto a una processione per chiedere la carità, dove l'elettore accettava di camminare zoppo pur di ricevere la scarpa destra dalle mani del proprio salvatore.
Se oggi pensiamo che questa liturgia appartenga a un passato remoto, commettiamo un errore di superbia, perché quel bancone del mercato politico si è semplicemente trasferito nei grandi centri congressi degli Stati Uniti, dove Donald Trump ha aggiornato il dogma della provvidenza calata dall'alto con la promessa del Dividendo Trump. L'annuncio di voler distribuire cinquemila dollari in contanti a ogni cittadino americano adulto in caso di vittoria rappresenta l'approdo contemporaneo di questa fede clientelare, una promessa che gli esperti bollano come follia finanziaria ma che l'elettorato recepisce come una manna dal cielo. Quei cinquemila dollari sono le brioches digitali del ventunesimo secolo, l'ostia sacra con cui l'aspirante monarca promette di moltiplicare i pani e i pesci della classe media attingendo ai forzieri dello Stato, a patto che i fedeli gli garantiscano il controllo totale del Congresso.
È la definitiva consacrazione della visione teocratica del potere moderno, un meccanismo perverso in cui il leader non si presenta più come un amministratore che risponde alle leggi umane, ma come un'entità provvidenziale che esige un atto di fede cieca in cambio della salvezza economica. Di fronte a questo mercato dei corpi e delle anime, la risposta non può essere il moralismo sterile, ma una netta riaffermazione etica e politica: i voti non si devono, né si possono, comprare con il denaro, perché mercanteggiare sulla miseria significa liquidare la Repubblica.
Ma se alla destra populista va sottratto il monopolio del cinismo monetario, diventa un dovere storico e morale della sinistra riformista invertire radicalmente il paradigma, dimostrando che esiste un altro modo, nobile e democratico, di comprare legittimamente i voti, e quel modo si chiama equità sociale. Se il clientelismo acquista il consenso nel segreto dell'urna offrendo un sollievo individuale e precario, la buona politica ha l'obbligo di conquistarlo alla luce del sole, offrendo in cambio la certezza del diritto universale, l'emancipazione collettiva e la dignità del lavoro. Comprare i voti con l'equità sociale significa dimostrare alle classi subalterne che la fedeltà allo Stato conviene più della sottomissione al padrone di turno, perché una sanità pubblica eccellente, un'istruzione accessibile e una tassazione progressiva valgono infinitamente di più di una banconota da mille lire spezzata o di un bonus una tantum elettorale.
Quando il cittadino smette di pretendere servizi strutturali e comincia a sperare nel dividendo politico, la democrazia abdica alla sua missione originaria. Si compie così una transizione invisibile quanto letale, in cui lo Stato di diritto viene sostituito da un altare dei favori, dove chi comanda non distribuisce risorse pubbliche ma concede indulgenze monetarie, costringendo il popolo a rimanere in una condizione di perenne e grata precarietà.
Accettare questo baratto significa convalidare l'idea che la dignità umana abbia un prezzo esatto e variabile, calcolabile in dollari, in spaghetti o in brioches, accettando che il potere mantenga il monopolio assoluto del banchetto mentre decide, con magnanimità calcolata, quante briciole far cadere per terra per garantirsi l'obbedienza dei commensali. Finché l'elettorato scambierà la propria sovranità con un dividendo elettorale, le catene della dipendenza rimarranno intatte, ma la sfida riformista resta quella di sostituire l'elemosina con la giustizia, svelando che la vera libertà non si riceve come una grazia dall'alto, ma si pretende attraverso l'equità delle leggi.
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