Democrazia alla prova: risposte al capitalismo politico e rifondazione della partecipazione
Il convegno di Genova del Forum Disuguaglianze Diversità

ANSA
Il Forum Disuguaglianze Diversità ha rilanciato il proprio impegno con un importante convegno: la tre giorni Democrazia alla prova è stata un momento molto rilevante di riflessione e proposta. A Genova, dal 23 al 25 gennaio, non si è svolto un confronto come tanti, ma un fatto politico e culturale nuovo, capace di mettere a disposizione del Pd, della sinistra e di una più larga alleanza progressista un patrimonio di idee difficilmente eludibile.
Il punto di partenza – fissato con nettezza nel documento d’impostazione, gli Assunti – è che la democrazia non può essere trattata come un assetto dato una volta per tutte, da difendere in forma puramente conservativa, ma come un sistema che, nel tradurre la Costituzione, deve continuamente adattarsi al contesto, rigenerare i propri dispositivi, evitare che la rappresentanza si svuoti e che il popolo smetta di formarsi in modo plurale. Siamo a un bivio: la democrazia può imboccare la strada autoritaria, quella illiberale delle autocrazie elettorali, e diventare il simulacro di sé stessa; oppure può trasformarsi, rafforzando strumenti partecipativi e capacità di governo della complessità. È precisamente questa la domanda che il Forum Disuguaglianze e Diversità ha posto: non se la democrazia sia “in crisi” in astratto, ma se sia capace di reagire alla prova a cui è sottoposta e di rinnovare i propri strumenti, la propria credibilità, il proprio rapporto con la società. E come chi la promuove possa tornare a vedere le possibilità di far valere esperienze e pratiche democratiche, sperimentazioni.
L’analisi del Forum ha alla base la categoria più forte ripresa ed emersa a Genova: quella di capitalismo politico. Negli Assunti preparatori dell’evento questo concetto viene riproposto come chiave per descrivere un mutamento dell’equilibrio fra economia e politica: il capitalismo non si limita più a operare nel mercato, ma si fa quasi “costituente”; forte della preminenza della tecnica, struttura l’arena decisionale, orienta le scelte pubbliche, condiziona la sovranità fiscale e regolativa, trasforma le disuguaglianze economiche in disuguaglianze di influenza, produce le mostruosità sfrenate che vediamo, provoca la distruzione del diritto internazionale e le guerre, mina alle basi l’idea di un’Europa politica. La democrazia elettorale può sopravvivere formalmente; ciò che si svuota è la sua sostanza, cioè la capacità collettiva di incidere sulle condizioni materiali dell’esistenza. La formula di Filippo Barbera – la democrazia come “corpo” sociale prima ancora che come insieme di regole – coglie esattamente questo passaggio: se il corpo si indebolisce, per effetto della precarizzazione del lavoro, dell’erosione dei servizi pubblici, della crescita delle disuguaglianze, allora le procedure restano, ma la cittadinanza si impoverisce e il voto perde efficacia trasformativa. Questa è anche una ragione strutturale del dilagare dell’astensionismo elettorale, esito e al tempo stesso forma principale di disuguaglianza.
Da qui deriva una precisazione decisiva del concetto di “crisi democratica”: l’idea che essa vada compresa come adattamento regressivo. La grammatica costituzionale resiste, ma la sintassi politica – l’insieme di pratiche, organizzazioni e conflitti che traducono i principi in azione collettiva – si riduce drasticamente. La democrazia non è finita: è sotto pressione. E questa pressione è organica, non solo culturale o comunicativa. Nadia Urbinati, nel suo intervento, ha attribuito alla povertà della nostra idea di democrazia una parte della responsabilità di questo slittamento: quando la democrazia viene ridotta a elezioni regolari e regola di maggioranza, il “minimo” diventa “massimo”, e tutto ciò che riguarda libertà sostanziale, eguaglianza, potere di non essere dominati e libertà di opporsi, qualità del conflitto e della partecipazione esce dal campo visibile. Così la democrazia si fa minima, si restringe al rito del voto – per chi ancora vota – e proprio per questo diventa vulnerabile alla torsione autoritaria.
Il convegno ha avuto il merito di tenere insieme questa diagnosi con un’altra questione, decisiva per la sinistra: il rapporto fra democrazia e capitalismo, oggi entrato in una fase più acuta di tensione. Il capitalismo tende a riprodurre concentrazione di ricchezza e potere, mentre la democrazia, se prende sul serio i propri principi, tende a riequilibrare i rapporti di forza. Il neoliberismo, divenuto egemone a partire dagli anni Ottanta, ha eroso la capacità organizzativa e solidaristica della democrazia, ha svuotato il conflitto, ha delegittimato il pubblico, ha affidato allo Stato un ruolo subalterno rispetto alle richieste delle imprese, ha minato l’idea stessa di beni pubblici come diritti universali e ha attaccato il welfare. Inoltre, ha plasmato il senso comune: ha dissolto il valore dell’uguaglianza e la riprovazione dell’ingiustizia sociale, per negare alla radice il “principio speranza”. Quando poi, per i limiti allo sviluppo e molte altre contraddizioni, quell’egemonia ha iniziato a incrinarsi, non si è aperta automaticamente una via democratica alternativa: si è aperto spazio, spesso in terreni non più presidiati dalla sinistra, per la versione autoritaria del populismo. Per Gaetano Azzariti la posta in gioco non è soltanto una cattiva congiuntura politica, ma il rischio di una rifondazione costituzionale di destra, che non passa necessariamente per rotture aperte e immediate, bensì per una lunga erosione dei caratteri essenziali dello Stato costituzionale: bilanciamento dei poteri, garanzia dei diritti, centralità del Parlamento, rispetto della legalità sovranazionale, ripudio della guerra. Ciò provoca spiazzamento e indignazione, che rischiano però di rimanere inermi e senza effetti: è necessario passare dalla semplice denuncia morale alla necessità di tradurre il conflitto in programma, istituzioni, diritto vivente. In altre parole, trasformare lo sdegno in politiche costituzionali.
In questo quadro, Massimo Florio ha offerto una delle analisi più innovative e, per certi versi, più utili per una nuova agenda economica progressista. La sua tesi è netta: l’attacco alla democrazia è l’effetto collaterale di un attacco più profondo, quello allo Stato. Lo Stato sociale non è un semplice complemento del capitalismo, ma ha assunto dimensioni tali da costituire, per certi versi, un modo di produzione pubblico distinto e conflittuale rispetto alla logica dell’estrazione privata del profitto. Per questo la destra ha capito meglio di tanta sinistra che la traiettoria del pubblico può aprire una strada diversa e va quindi spezzata. Florio ne ricava una conseguenza forte: non basta difendere il welfare, bisogna rilanciare lo Stato, pensare nuove imprese a missione pubblica, allargare la base fiscale non solo tassando i ricchi ma valorizzando beni pubblici, infrastrutture e capacità di investimento, costruire un “modo di produzione pubblico” che torni a produrre valore sociale visibile, con “l’intelligenza sociale” che si crea e serve a formare istituzioni rinnovate, emancipazione dell’innovazione tecnologica e nuovo tessuto economico-sociale. È una proposta, non priva di indicazioni concrete, che offre alla sinistra un terreno programmatico non difensivo ma offensivo. Sono spunti che richiamano, per capacità critica e propositiva e per tante assonanze, il Manifesto per un’altra economia e un’altra politica scritto da Emanuele Felice. Elena Granaglia ha ulteriormente precisato il fondamento normativo di questa prospettiva, ricordando che la democrazia va intesa non solo come rappresentanza popolare e voto maggioritario, ma come “dedizione a un’idea di profondo convincimento nell’uguaglianza morale fondamentale di tutti”, dalla quale discende la necessità di un’infrastruttura sociale universale di beni e servizi per una vita dignitosa. E ha mostrato come il neoliberismo abbia indebolito questa “proprietà sociale” anche attraverso una crescente privatizzazione nelle modalità di spesa pubblica sociale: esternalizzazioni, accreditamenti, quasi-mercati, voucher e agevolazioni fiscali hanno progressivamente trasformato il sociale da garanzia di diritti in settore di prestazioni sempre più modellato sulla logica del mercato.
Tutto questo, però, chiama in causa il punto forse più sensibile per il Pd e per la sinistra italiana: la risposta politica. Se la democrazia non è semplicemente da difendere, ma da trasformare mentre la si difende, allora il centro del problema diventa la costruzione di una nuova partecipazione politica. Non bastano più la denuncia delle disuguaglianze e la critica all’autoritarismo. Occorre ricostruire domande dal basso, luoghi di mediazione, forme organizzate di conflitto e di elaborazione collettiva. Il contributo di Filippo Barbera è, da questo punto di vista, di grande interesse: la democrazia non si rigenera solo riaffermando i principi, ma costruendo arene in cui cittadini, corpi intermedi, associazioni, istituzioni e, sì, anche partiti tornino a confrontarsi per produrre problemi pubblici e soluzioni condivise. Lo “sperimentalismo democratico” non è spontaneismo: richiede architettura, organizzazione, predistribuzione del potere di parola. Ma, proprio per questo, mette in crisi i partiti così come si sono adattati all’ondata neoliberista: soggetti sempre più integrati nel rapporto Stato-mercato-media, sempre meno capaci di mediare interessi sociali e di generare autonomia politica.
L’analisi di Piero Ignazi mostra che non siamo di fronte a una semplice disaffezione verso i partiti, ma a una trasformazione complessiva del rapporto fra input sociali e output istituzionali. Da un lato si assiste a un lento assorbimento del “veleno” istituzionale: il depotenziamento del Parlamento a favore dell’esecutivo, la compressione del confronto, la crescita della democrazia decidente di una politica asservita. Dall’altro, la società non è affatto un deserto: esiste un “film carsico” di solidarietà, partecipazione associativa, capitale sociale, e c’è un’area di astensione intermittente e critica che può essere rimobilitata se torna a percepire un’offerta politica significativa. Non è finita la partita fra destra e sinistra; è diventato molto più difficile costruire i dispositivi di rappresentazione e di fiducia.
Per questo il nodo della forma-partito torna inevitabilmente al centro. Gli Assunti del convegno su partecipazione e rigenerazione democratica sono confermati con chiarezza: la crisi dei partiti non può essere vista come un destino, né si può rispondere con la nostalgia del partito di massa. Ma neppure esistono surrogati sufficienti. I partiti restano, fin qui, l’unica forma organizzativa capace di connettere stabilmente società e decisione istituzionale. Il problema è come rifondarli: ridando centralità alla democrazia interna, alla formazione politica, alla selezione contendibile della classe dirigente, al radicamento territoriale, all’elaborazione programmatica, al rapporto fra partecipazione sociale e responsabilità di governo. Il Pd, in particolare, non può limitarsi a oscillare fra leadership e correnti, né a vivere di primarie e campagne episodiche: ha bisogno di tornare a essere, appunto, un partito-infrastruttura, permeabile alla società civile organizzata e alle fonti di cultura, capace di articolare interessi, produrre visione e assumere responsabilità.
Da questo punto di vista, viene necessario un richiamo all’articolo 49 della Costituzione. Se i partiti sono il luogo attraverso cui i cittadini concorrono con metodo democratico a determinare la politica nazionale, allora una legislazione che dia attuazione a quell’articolo – sulla democrazia nei partiti, sulla trasparenza, sul finanziamento della partecipazione e della formazione politica, sul radicamento territoriale – diventa una leva decisiva per sottrarre le organizzazioni politiche alla loro riduzione a comitati del capo o a macchine elettorali fragili e opache, allo schiacciamento sulle istituzioni. La proposta di riaprire questo cantiere di riforma e autoriforma, di dare vita ad una “fase costituente”, anche per il Pd, è parte integrante dell’agenda necessaria.
Il valore del convegno di Genova sta allora proprio qui: nello sforzo compiuto per portare la sinistra fuori da una posizione puramente difensiva, verso la costruzione di un’alleanza progressista che non si limiti a sommare sigle e leadership, ma torni a dimostrare l’intento di costruire società, fiducia, organizzazione, rappresentanza. L’alleanza politica si allarga se si rappresenta, per le sue diverse componenti, come un’officina di idee e di pratiche. Le prove, in questi mesi, sono state tutte positive e incoraggianti.
L’esperienza del Forum Disuguaglianze Diversità animato da Fabrizio Barca è preziosa. Ma c’è un campo vasto di esperienze e di alleanze: penso, per fare un altro esempio importante, a quella dell’ASviS, che ha promosso l’Agenda 2030 dell’ONU, una riforma costituzionale nel segno del “principio responsabilità” e oggi mette all’opera la conquista della Valutazione di impatto generazionale delle politiche. Per il Pd, la ripresa dell’attività della Fondazione Demo, con le giornate d’ascolto svolte a Milano, alla Fondazione Feltrinelli, ha mostrato grandi disponibilità di tanti attori e forti potenzialità, a condizione che l’attività possa articolarsi e approfondirsi in modo selettivo, come già si è fatto su temi di grande rilevanza con il metodo del Forum Industria. Anche la grande mobilitazione in vista del referendum contro la riforma costituzionale che intende mettere la magistratura sotto il controllo del governo ha dato segnali nuovi di impegno. E direi, infine, che proprio il rilancio di Rinascita possa offrire un luogo in cui tanti percorsi si intrecciano, si confrontano e generano politica.