Delmastro intoccabile, ragazzini in galera
Dal caso Delmastro al ddl anti-maranza, il governo usa la sicurezza per colpire il disagio sociale e delegittimare i giudici, mentre protegge i propri uomini.

ANSA
C'è un filo rosso che lega vicende apparentemente lontane tra loro: il caso Delmastro, il nuovo disegno di legge ribattezzato "anti-maranza", i vari “decreti sicurezza”, la continua polemica del Governo contro la magistratura. È il filo di una precisa cultura politica che ha sostituito il principio di uguaglianza davanti alla legge con il solito doppiopesismo: forti coi deboli, e deboli coi potenti. Ancora meglio: indulgenza verso gli amici, severità esemplare verso chi è percepito come un problema sociale o, peggio ancora, come un potenziale avversario politico.
Il disegno di legge cosiddetto "anti-maranza" viene propagandato come la risposta all'allarme per la criminalità minorile. Ma, al di là della propaganda, ripropone un copione ormai noto: più carcere, più repressione, meno fiducia negli strumenti ordinari dello Stato di diritto. Ancora una volta la risposta a fenomeni complessi viene ridotta all'inasprimento delle misure penali, come se decenni di esperienza non avessero già dimostrato l'insufficienza di questa ricetta.
L'aspetto più inquietante, tuttavia, è un altro. Dietro la retorica della sicurezza per una norma-manifesto che non può cambiare nulla, se non in peggio, si nasconde un'ennesima delegittimazione della magistratura. Il nostro ordinamento ha costruito, in decenni di elaborazione costituzionale e giurisprudenziale, un sistema nel quale il giudice valuta caso per caso la maturità del minore, la sua capacità di intendere e di volere, il percorso educativo più idoneo, la concreta possibilità di recupero. Non è una concessione buonista. È un principio costituzionale, fondato sulla personalizzazione della responsabilità penale e sulla finalità rieducativa della pena.
Il Governo, invece, sembra partire da una premessa opposta: che i giudici siano troppo indulgenti, troppo lenti, troppo incapaci di distinguere chi merita il recupero da chi deve essere rinchiuso. È un messaggio implicito ma chiarissimo: non ci fidiamo dei magistrati, quindi interveniamo noi per irrigidire il sistema.
È lo stesso schema visto negli ultimi anni su molti altri fronti. Quando una sentenza non piace, la colpa è del giudice. Quando un'indagine coinvolge il potere politico, il problema diventa la magistratura. Quando emergono limiti nell'azione di governo, la soluzione consiste quasi sempre nell'individuare un nemico istituzionale.
Non è un caso isolato. È un metodo. Lo si è visto con tutti i vari decreti governativi e “pacchetti sicurezza”, presentati come toccasana contro la criminalità che invece non solo hanno mostrato il volto feroce dell’autoritarismo di Stato, ma – soprattutto – hanno rivelato l’impotenza di uno Stato inefficiente nel contrastare la criminalità sempre più diffusa, fallendo proprio sul terreno della sicurezza che dovrebbe essere il più congeniale ai governi di destra come questo. La realtà ha raccontato un'altra storia. L'aumento degli strumenti repressivi non ha eliminato il disagio sociale, non ha cancellato le baby gang, non ha restituito prospettive educative ai quartieri più difficili. Perché la devianza minorile nasce soprattutto dall'abbandono scolastico, dalla povertà educativa, dalla disgregazione familiare, dalla marginalità sociale. Pensare di risolverla esclusivamente con il diritto penale significa confondere gli effetti con le cause.
La repressione è necessaria quando si commettono reati. Nessuno lo mette in discussione. Ma diventa inefficace quando pretende di sostituire la prevenzione, la scuola, i servizi sociali, la cultura, il lavoro, le politiche giovanili. Il rischio è persino opposto: trasformare ragazzi recuperabili in criminali definitivi, facendo del carcere il luogo della loro formazione anziché della loro rieducazione.
Colpisce, inoltre, il diverso metro adottato quando al centro dell'attenzione vi sono esponenti della maggioranza. Il caso Delmastro ne costituisce il paradigma politico. Al di là delle vicende giudiziarie, sulle quali sarà la magistratura a pronunciarsi, il messaggio politico lanciato dalla maggioranza è inequivocabile: protezione totale del proprio uomo, nessuna assunzione di responsabilità politica, nessuna riflessione sull'opportunità istituzionale.
Ancora una volta, due pesi e due misure. Da una parte, massima comprensione e solidarietà verso chi appartiene al proprio schieramento. Dall'altra, tolleranza zero verso adolescenti spesso cresciuti nelle periferie del disagio, ai quali si risponde col linguaggio della repressione. Garantisti con gli amici. Garantismo dimenticato quando riguarda i soggetti più deboli e soprattutto i "nemici" (rammentiamo che cresce anche la protesta politico-sociale nei più giovani, dissenso dal quale questo Governo vuole difendersi).
In questo quadro si inserisce anche la costante ed ossessiva campagna di delegittimazione della magistratura. Una strategia che ha già conosciuto una significativa battuta d'arresto nell’esito del referendum sulla separazione delle carriere, ben lontano dalle aspettative dell'esecutivo. Gli italiani hanno dimostrato di saper stare – ancora una volta - dalla parte della Costituzione. La sicurezza è un diritto dei cittadini. Ma anche la legalità costituzionale lo è.
La vera sfida non consiste nel riempire le carceri minorili. Consiste nello svuotare le strade dalla disperazione che alimenta la devianza. Altrimenti prevarrà solo l'immagine simbolica di un Paese nel quale gli uomini di potere sono intoccabili, mentre ai ragazzi più fragili si riserva il volto più duro dello Stato. Non è così che si rafforza la giustizia e la democrazia. È così che si indebolisce il principio di uguaglianza sul quale essa dovrebbe fondarsi.
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