Deficit al 3,1%, l’Italia resta sotto procedura Ue fino al 2027

Il saldo primario è in avanzo, ma crescita debole e interessi sul debito pesano sui conti. Salari, energia e fiscal drag diventano nodi decisivi.

Paolo FuriaFlusso Quotidiano
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ANSA

Nonostante gli auspici del governo, Istat conferma la stima preliminare di aprile di un rapporto deficit/pil al 3,1%. La principale conseguenza è che l’Italia non uscirà dalla procedura Ue per deficit eccessivo prima del 2027, cioè non prima del voto. Ciò condurrà necessariamente a una legge di bilancio poco espansiva, a pochi mesi dal voto e nel pieno della spirale inflazionistica determinata dalle tensioni internazionali e in particolare dall’improvvida guerra in Iran voluta da Trump e Netanyahu. I dati Istat, in ogni caso, offrono un quadro chiarissimo delle ragioni per le quali si arriva a un rapporto deficit/pil del 3,1% nonostante i tagli e quindi delle misure che occorrerebbe prendere. Con un Pil cresciuto solo dello 0,6% anche un saldo primario in attivo non basta a scendere sotto il 3%. I tagli sostanziali al welfare di questi anni rendono i margini di compressione della spesa pubblica al minimo storico.

Il saldo primario è in avanzo per il secondo anno consecutivo, allo 0,7% del Pil: al netto degli interessi sul debito, insomma, lo Stato incassa più di quanto spende, il che rende la situazione italiana molto diversa da come spesso presentata dai propugnatori della solita, vecchia ricetta liberista. Il punto è l’esatto contrario: il potere d’acquisto debolissimo a causa della questione salariale irrisolta, in presenza di una spirale inflattiva che riguarda soprattutto energia e mercato immobiliare, non fa circolare a sufficienza il mercato interno e i consumi, proprio quando i dazi americani e le tensioni internazionali rendono più difficile l’export. Contratti, salario minimo, fiscal drag e trattativa sul costo dell’energia: sono queste le leve a disposizione del paese oggi per migliorare la competitività e la produttività. Aver contribuito attivamente all’affossamento del ceto medio di questo paese attraverso riforme fiscali inique e l’aumento della pressione fiscale (+0,7%) è una responsabilità diretta del Governo Meloni.

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