Decifrando l'indecifrabile: per un principio di governo nel disordine mondiale

Archivio Rinascita
Stiamo perdendo tutti i riferimenti che ci hanno consentito, in Europa e non solo, di vivere in un contesto pluridecennale di pacifica convivenza. Ci eravamo illusi che i conflitti armati fossero il retaggio di epoche ormai lontane e che potessimo concentrare i nostri sforzi sui problemi della crescita economica e della sua redistribuzione, di un più ampio e articolato sviluppo sociale, sulle nuove sfide dell’innovazione tecnologica, della transizione ecologica e dei cambiamenti climatici.
E invece ci ritroviamo a vivere una fase di profonda crisi del multilateralismo, dopo che ci eravamo illusi sull’esistenza di una comunità internazionale dialogante, pur in un clima di non sopita conflittualità, sulla presenza solida ed efficace di organismi di coordinamento, a partire dalle Nazioni Unite, utili a prevenire le tensioni internazionali e a comporre le escalation militari.
Abbiamo appena svoltato il primo quarto di secolo del terzo millennio e lo scenario globale appare completamente trasformato. Il disordine mondiale sembra ormai dilagare. Non riusciamo più a trovare un bandolo che ci aiuti a sciogliere questo groviglio di conflitti commerciali e bellici, ideologici ed etnici, questa continua accensione di focolai di crisi.
Stentiamo persino a immaginare un principio di riorganizzazione, un criterio di coordinamento che ci aiuti a dipanare traiettorie di razionalità in grado di restituire ordine al caos attuale.
Donald Trump ha appena attaccato, con massicci bombardamenti, l’Iran del regime liberticida degli ayatollah, decapitandone il vertice, a partire dalla suprema guida Khamenei. È un’iniziativa unilaterale realizzata in piena sinergia politica e militare con il governo israeliano di Netanyahu. L’attacco è stato avviato nel mezzo di un negoziato. Anche in Venezuela Trump ha deciso un attacco militare unilaterale nel mezzo di un negoziato.
Nonostante i continui scarti e la sostanziale imprevedibilità, le iniziative di politica estera di Trump iniziano ad assumere contorni definiti. Parlare di una dottrina strutturata è forse troppo, anche se ormai correntemente si ragiona di “Monroe doctrine”. Ma sicuramente da queste prassi aggressive possiamo ricavare alcuni primi corollari.
Gli attacchi armati sono condotti senza alcuna considerazione per il diritto internazionale. Le violazioni sono evidenti sotto molteplici profili. Innanzitutto, non ricorrono gli estremi della legittima difesa di cui all’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, poiché né il governo di Maduro né il regime iraniano avevano posto in essere un “attacco armato” contro gli Stati Uniti o rappresentavano una “minaccia attuale” in grado di impensierire la capacità reattiva di Washington e dei suoi alleati. Inoltre, queste azioni militari hanno avuto quale immediato obiettivo la cattura di Maduro e l’assassinio di Khamenei, due capi di Stato che godevano dell’immunità personale assoluta, che in base al diritto internazionale impedisce la loro sottoposizione alla giurisdizione di uno stato estero, a meno che non sia in gioco l’attuazione del provvedimento di una corte internazionale.
Gli attacchi sono stati rivolti contro regimi autocratici o comunque illiberali, ma non sembrano affatto ispirati dalla volontà di promuovere transizioni democratiche e il rispetto dei diritti umani. In Venezuela, un attimo dopo la cattura di Maduro, il Governo degli Stati Uniti ha negoziato il passaggio di consegne direttamente con la numero due del regime di Maduro, l’ex vicepresidente Delcy Rodriguez, incoronandola presidente ad interim. Quanto all’Iran, Trump ha sin qui invitato la popolazione a «prendere il controllo del governo», in modo molto generico, senza prefigurare un futuro scenario democratico. Pesano, evidentemente, i rapporti della CIA che hanno delineato scenari successori niente affatto confortanti, considerato che appare improbabile il depotenziamento del forte ruolo – militare, economico, politico – tradizionalmente svolto dai Pasdaran e non è affatto da escludere una soluzione caratterizzata da un marcato radicalismo ideologico.
Queste aggressioni sono state condotte contro Paesi sovrani che possiedono tra le maggiori riserve energetiche del pianeta. Il Venezuela possiede le riserve petrolifere più grandi al mondo, mentre l’Iran è ai primissimi posti sia per le riserve di petrolio sia per le riserve di gas naturale. Peraltro, Trump non ha mai nascosto la sottesa motivazione alle sue iniziative, che è quella di garantire agli Stati Uniti l’accesso a risorse minerali critiche e a riserve energetiche. Subito dopo il suo secondo insediamento alla Casa Bianca ha chiarito a Zelensky che il sostegno americano nei negoziati di pace sarebbe stato condizionato alla sottoscrizione di accordi di sfruttamento delle risorse minerarie ucraine e, infatti, il 30 aprile 2025 è stato sottoscritto il Mineral Resources Agreement. Anche la sua determinazione di annettere la Groenlandia è stata motivata dalla sua posizione strategica e, più specificamente, dalla volontà di garantire agli Stati Uniti l’accesso a terre rare e metalli essenziali.
La deliberata e sistematica violazione del diritto internazionale della nuova era Trump nasce e si sviluppa sul piano dell’economia. Si riannoda alla disillusione che è seguita alla stagione esaltante della globalizzazione, allorquando l’espansione di uno spazio globale di mercato senza limiti e confini aveva generato entusiastiche promesse di diffusa prosperità e rafforzata sicurezza.
Le aggressive politiche commerciali perseguite da Trump sono, per buona parte, frutto di questa disillusione e della volontà di ridare slancio a un’economia gravata da un alto debito pubblico, che sta soffrendo fortemente la sfida con le economie emergenti.
Già nel 1962 Milton Friedman, nel suo celebre Capitalismo e libertà, aveva invitato ad abolire i dazi doganali, incitando il suo paese a fare come la Gran Bretagna nel XIX quando abrogò le Corn Laws: «Siamo una grande nazione e non ci conviene pretendere benefici reciproci da Cina, Messico o Europa prima di ridurre i dazi sui prodotti provenienti da quei paesi».
Poi è subentrato il Washington Consensus, che conteneva una esplicita direttiva sulla liberalizzazione del commercio e delle importazioni e sul mantenimento di dazi bassi e uniformi.
Decenni dopo, Robert Lighthizer, il guru trumpiano delle politiche commerciali, si è fatto interprete di una totale inversione di rotta, e nel recente volume No Trade is Free (Broadside Books, New York, 2023) ha contestato i risultati del “libero commercio sbilanciato”, che ha impoverito le famiglie e le comunità americane, assicurando importazioni a basso costo e tutelando i profitti aziendali.
Il neo-protezionismo americano comporta ostinata volontà di riequilibrare la bilancia commerciale nei confronti di paesi “nemici” ma anche “alleati”, senza distinzioni, nella convinzione che i bisogni dei cittadini americani vengano prima dei buoni rapporti diplomatici con paesi terzi. Il vecchio ordine mondiale è franato, in particolare, sotto i colpi della forsennata competizione con la Cina. La differenza è che in passato queste competizioni si giocavano sulla consistenza degli eserciti e delle riserve valutarie. Oggi, la competizione è diventata molto più complessa, perché si perseguono strategie sistemiche in grado di garantire vantaggi industriali e commerciali.
Gli Stati Uniti, ma un po’ tutti i paesi, hanno maturato l’ossessione per l’autonomia strategica e la costante preoccupazione di scoprirsi vulnerabili sul piano della competizione tecnologica.
Il commercio mondiale, in passato, contemplava ampie possibilità di diversificazione di fornitori e di mercati, con la conseguenza che era molto più facile raggiungere equilibri di sistema.
Oggi le risorse più preziose e i beni più ambiti sono i dati quale materia prima, le terre rare, i minerali critici, i chip e i semiconduttori, la capacità computazionale quale nuovo capitale produttivo, e l’energia, tanta tantissima energia. La competizione si gioca a colpi di data center e di super-computer, infrastrutture assolutamente indispensabili per vincere la sfida dell’autonomia tecnologica.
Da quando la Cina è entrata nella WTO, agli inizi del 2000, divenendo la “fabbrica del mondo”, la sua economia e la connessa capacità tecnologica si sono avvantaggiate notevolmente espandendosi a ritmi vertiginosi. Oggi la Cina controlla circa il 70% dell’estrazione mondiale di terre rare e vanta il 90% circa della lavorazione e raffinazione, utilizzando questo primato come un’arma strategica nella catena globale di approvvigionamento.
Gli Stati Uniti si sono scoperti un gigante con arti di argilla. Vantano ancora un predominio militare, commerciale e tecnologico, ma ormai subiscono la temibile rincorsa di un’economia cinese che tutti gli indici statistici danno per favorita nel lungo periodo. Nel gennaio 2026 gli USA si sono affrettati a concludere un accordo storico con Taiwan per investimenti di qualche centinaio di miliardi sui semiconduttori avanzati, di cui Taiwan è leader mondiale, offrendo significative riduzioni tariffarie come contropartita.
Questo accordo è suscettibile di indirizzare il quadro geo-politico e di definire equilibri sistemici molto più di tante tradizionali iniziative diplomatiche. Nel nuovo disordine mondiale l’economia ha preso completamente il sopravvento. La politica è degradata al ruolo di mera ancella dell’economia. È diventata la sua modesta appendice.
L’Europa è in preda al disorientamento più assoluto. È totalmente incapace di offrire – non dico una soluzione, ma anche solo – una posizione che non sia un confuso balbettio, che oscilla dalla banalità alla contraddizione. Viviamo una condizione umiliante, una soggezione disarmante.
Incapace di assumere la guida del processo di pacificazione del conflitto russo-ucraino, dopo avere risolutamente sbarrato la porta alla diplomazia, l’Unione europea è sprofondata in una condizione di totale afonia e inazione, provata da quattro anni di fallimentari previsioni sulla facile scommessa della vittoria militare dell’Ucraina, sul crollo dell’economia russa, sul cambio di regime a Mosca.
E così ci siamo disperatamente buttati in velleitari progetti di riarmo, che contemplano spese folli, progettate disorganicamente da parte di ciascun Stato membro, senza che ci sia un serio progetto di difesa comune e, ancor prima, un piano di massicci investimenti per affrontare le nuove, complesse sfide dell’innovazione tecnologica, in particolare dell’intelligenza artificiale e della robotica.
In Europa siamo passati dal welfare al warfare, nel giro di qualche mese, assecondando una riconversione industriale a senso unico, in direzione della produzione di armamenti, fortemente voluta dalla Germania.
Senza neppure un reale confronto e una seria valutazione delle prospettive future, abbiamo lasciato che la Germania, che per anni ha goduto di un ampio spazio fiscale che non ha messo a fattor comune per una crescita comune europea, decidesse di ridiventare una superpotenza militare.
I nostri alleati tedeschi hanno abrogato, de but en blanc, i vincoli costituzionali di bilancio, dopo averci imposto per anni l’austerità, e si stanno armando massicciamente, senza minimamente porsi il problema della coesione e dell’armonia del mercato comune, senza considerare il costante aumento di consensi di un partito di estrema destra, AfD, contraddistinto da chiari rigurgiti ideologici nazionalsocialisti, che in un prossimo futuro potrebbe gonfiarsi sino a pretendere la guida del governo.
Nel disorientamento generale, nella babele di confuse istanze che prevalgono in Europa, chi ha le idee più chiare, non necessariamente le migliori, prevale facilmente. E così la transizione ecologica e digitale è diventata, semplicemente, transizione militare.
Abbiamo programmato un piano di riarmo europeo multimiliardario in quattro e quattr’otto, abbiamo lasciato che la Germania pianificasse investimenti monstre in campo militare, che gli Stati membri della Nato incrementassero la spesa militare sino al 5% del rispettivo PIL.
Dopo avere impiegato decenni per erigere e affinare un modello sociale europeo, lo stiamo improvvidamente distruggendo. Abbiamo lasciato che governanti insipienti, i falchi della Nato, i comparti della difesa, gli apparati militari, le aziende di settore e i fondi di investimento che si sono buttati a capofitto a far profitti, tingessero il nostro futuro di verde militare senza alcun dibattito pubblico.
Ci siamo lasciati trascinare in un’economia di guerra senza neppure un voto democratico dei nostri Parlamenti, nazionale ed europeo.
Tutti questi programmi e progetti di riarmo sono sostenuti e giustificati da una propaganda che descrive come attuale una minaccia bellica. Senza trascurare la realtà di guerre “ibride” che sono destinate a diffondersi sempre più. Il risultato è che stiamo pian piano adattando le nostre azioni, il nostro modo di pensare, la nostra organizzazione di vita in funzione di questo clima di perenne e incombente minaccia.
Abbiamo intrapreso a ragionare di rifugi anti-atomici, della opportunità che l’educazione militare sia insegnata nelle scuole e che le strutture ospedaliere siano riorganizzate per curare i militari feriti. È ormai ben avviato il dibattito, in vari paesi europei, sulla necessità di reintrodurre la leva militare per incrementare le “risorse umane” e rafforzare, per questa via, la prontezza dello strumento militare.
Affrontiamo tutto questo con rassegnata acquiescenza, persuasi che questa sia una strada obbligata da percorrere.
In realtà la minaccia stiamo contribuendo a crearla noi, operando queste scelte di campo. Stiamo avanzando, a piccoli balzi, caracollando, verso un conflitto armato, anche qui in Europa. Giorno dopo giorno. Inesorabilmente.
Ma davvero possiamo accettare tutto questo, davvero possiamo operare queste scelte così dirimenti, così impegnative per il futuro nostro e dei nostri figli senza tentare strade alternative? Senza neppure discuterne?
In Italia, in particolare, non c’è nessun confronto, nessun dibattito sul rispetto dei nostri principi costituzionali. Nessun approfondimento sulla compatibilità delle strategie di reazione rispetto agli scenari che stiamo vivendo con il chiaro principio di cui all’art. 11 della nostra Carta costituzionale, per cui l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Questa disposizione ha un contenuto programmatico, ma anche molto concreto: impone di non ricorrere alla guerra come strumento offensivo, ma anche di non creare le premesse – rassegnandoci a un clima di minacce e contro-minacce – per rotolare, quasi con moto inerziale, in una guerra.
La realtà è che viviamo un contesto in cui non solo la politica latita, ma anche il diritto appare completamente esiliato, soffocato dal primato della forza e della prepotenza.
Le violazioni, in particolare, del diritto internazionale si succedono ormai costantemente. Sono addirittura rivendicate. Si arriva finanche a minare l’operatività delle corti internazionali, a perseguire i giudici che dovrebbero applicare e far rispettare principi e regole del diritto internazionale.
Il declino dell’Occidente, valutato anche in questa prospettiva, appare inesorabile.
Un tempo l’Occidente era un patrimonio di valori, una ricca e articolata civiltà, alimentata dalla cultura greca, romana, cristiana, germanica. Oggi appare un coacervo di Paesi che si stanno interrogando se negli Stati Uniti, il faro delle nostre democrazie, sia in corso una torsione autocratica, quando ormai è da tempo evidente una deriva plutocratica e tecnocratica.
Intanto, il resto del mondo si organizza per via autonoma: si stanno sviluppando forme di cooperazione sempre più rafforzata tra gli altri grandi player globali e i Paesi del Sud globale che trovano più attraente entrare nell’economia dei Brics o, in ogni caso, afferire all’Organizzazione della cooperazione di Shanghai, dove pure si fanno dichiarazioni per la pace, il multilateralismo, dove pure si invoca un nuovo ordine mondiale più equo.
Ma davvero dobbiamo rassegnarci a questa eclisse della politica e della diplomazia, davvero dobbiamo accettare che i nostri valori costituzionali, i principi del diritto internazionale siano accantonati per tornare al passato e riconoscere che l’unico valido principio di governo dei rapporti internazionali è la legge del più forte? La legge del più armato, del più equipaggiato sul piano tecnologico, del più corredato di un esercito consistente ed efficiente?
No. Non possiamo rassegnarci. Non dobbiamo rassegnarci affatto. E come fare se i nostri governanti non ci ascoltano? In una democrazia non puoi che affidarti alla forza della pubblica opinione. Dobbiamo mobilitare la pubblica opinione.
È per questa ragione che la comunità politica di cui faccio parte è scesa in piazza il 5 aprile 2025, chiamando a raccolta le altre forze politiche, le associazioni e tutte le persone di buon senso, di saldi principi, per manifestare la ferma contrarietà al percorso in cui siamo incamminati, che ci sta portando dritti allo scontro bellico.
I 100 mila che quel giorno hanno riempito i Fori Imperiali, qui a Roma, hanno dimostrato di credere che esiste un percorso alternativo a quello scelto dai nostri attuali governanti.
Questo percorso alternativo esiste, non è immaginario. In Europa è stato scelto in passato. È quello che portò alla Conferenza di Helsinki sulla cooperazione e sulla sicurezza, che si concluse con l’Atto finale del 1975.
Dobbiamo recuperare lo spirito che ha animato quella scelta, quei lavori. Lo spirito di Helsinki. Dobbiamo tornare a Helsinki, non perché sia possibile fermare e retrodatare le lancette della storia. Non possiamo proporre un programma antistorico.
Recuperare lo spirito di Helsinki significa valorizzare il concetto e la pratica della sicurezza cooperativa, che intende la stabilità come frutto di ordine ed equilibrio internazionale basato su accordi internazionali e rapporti cooperativi costruiti con politica e diplomazia.
Significa abbandonare il concetto e la pratica della sicurezza oppositiva, che, diversamente, intende puntare tutte le fiches sulla capacità di difesa, di deterrenza e di prontezza delle forze armate, basate sul riarmo, che invece finisce per creare più insicurezza in una spirale di riarmo potenzialmente inarrestabile e incontrollabile.
Significa essere consapevoli che la sicurezza oppositiva porta al “paradosso della sicurezza”, per cui una volta che il bisogno di sicurezza viene apparentemente appagato da sempre maggiori investimenti militari, i tuoi vicini si spaventano, sentendosi minacciati, e quindi prendono ad armarsi anche loro. A quel punto diventa inevitabile una spirale viziosa per cui nessuno più si sente al sicuro e ciascuno aumenta le proprie difese, in una prospettiva che genera violenze, aggressioni, guerre.
Significa comprendere che nessuno vince con le armi perché in guerra tutti sono perdenti. Significa, come ci ha insegnato papa Francesco, abbandonare il linguaggio della violenza perché solo disarmando le parole, possiamo disarmare le menti sino a disarmare la terra.
Significa comprendere che la pace non è un semplice trattato che pone fine a una guerra, ma è un percorso di pacificazione, che contempla – come passaggio necessario – la comprensione delle ragioni dell’altro e la disponibilità a reciproche concessioni.
Significa che il nostro bisogno di sicurezza non potrà mai essere appagato dalla folle rincorsa all’accumulo di armi, ma – come diceva John Kennedy – «dal progresso verso la distensione e dalla capacità di affrontare i problemi mondiali con la ragione e la cooperazione».
Significa che non è mai vigliaccheria sedersi a un tavolo per costruire un percorso di pacificazione, ma, anzi, richiede molto più coraggio rispetto a chi fa irresponsabili scommesse sulla vittoria militare, accettando il sacrificio di vite umane in una spirale di morte e distruzione.
Lo spirito di Helsinki è il riconoscimento della supremazia della forza della politica che rifugge la tentazione di una politica intesa come supremazia della forza. È il riconoscimento della supremazia del confronto diplomatico sullo scontro militare, dell’intelligenza sulla prevaricazione, della ragione sull’emotività.
Lo spirito di Helsinki è l’affermazione di una razionalità paziente, che governa la complessità dei processi politici e storici, con visione, coraggio, determinazione.
Non dobbiamo mai temere di negoziare. Al contrario, oggi sta prendendo il sopravvento la paura, la paranoia che genera mostri e oscura il dialogo e la distensione che sono le uniche vie per la sicurezza collettiva.
Il nostro Occidente oggi langue, affogato in un mare di faziosa pavidità. Condanniamo la Russia per l’aggressione in Ucraina e ne facciamo il Paese più sanzionato al mondo. Ma continuiamo a coccolare il governo israeliano, sostenendolo militarmente ed economicamente, nonostante il genocidio compiuto a Gaza e le continue violazioni in Cisgiordania. Lasciamo che gli Stati Uniti e Israele sommergano di bombe i Paesi sovrani di volta in volta presi di mira, in spregio di qualsiasi norma di diritto internazionale e ci indigniamo per la reazione iraniana.
Pietro Ingrao, nell’aprile del 1990, intervenne alla Camera dei Deputati in dissenso dal proprio gruppo parlamentare sull’invio di un contingente militare italiano nel Golfo. Motivò il suo dissenso affermando: «Credevo ormai di aver imparato che nell’epoca aspra e terribile delle armi atomiche nessuno sa più calcolare se e quando le flotte, gli aerei e i cannoni possano veramente fermarsi. […] Non credo che nell’era atomica armandosi si salvi la pace. […] La pace si prepara con la pace. Questo non c’è nella politica dell’attuale governo: ci sono invece le flotte e la vecchia diplomazia dei patti militari sotto il grande ombrello armato della potenza americana. L’Onu appunto diventa così un’appendice. Ma così il mondo, questo mondo così terribilmente diviso in opulenti e affamati è a rischio».