De Niro a Roma: cronaca di un’epica resistenza

FUORI SALA
Roma, novembre 2025. Con l’evento Fuori Sala, a cura di Alice nella città in partnership con Roma Capitale, arriva un omaggio straordinario: due intere giornate di celebrazione per Robert De Niro. L’attore, dopo aver inaugurato il primo Nobu Hotel di via Veneto, ha ricevuto la Lupa Capitolina dal sindaco Gualtieri e ha incontrato gli studenti delle scuole di cinema per una conversazione pubblica con Walter Veltroni.
Al termine della proiezione del capolavoro di Sergio Leone, C’era una volta in America, la sala si illumina e Veltroni coglie l’attimo: "Bob, e cosa c’è adesso in America?". De Niro riflette; non è mai stato un uomo di grandi chiacchiere. Scuote la testa, poi sceglie con cura una parola: "Hope, speranza". E insiste: "Bisogna continuare a credere che si possa cambiare la tremenda amministrazione Trump. Lo ripeto di continuo: l’attuale politica va respinta. È necessario reagire, come si è iniziato a fare con l’elezione del sindaco di New York, con il voto in Virginia e in California, grazie alle dure accuse del governatore di quello Stato. Bisogna fare muro contro ciò che sta avvenendo; non si può permettere che questa amministrazione ci bullizzi. Non lasciamo libero il bullo. Vogliamo che ci venga restituito il nostro Paese; non vogliamo che si trasformi, come sta succedendo, in una dittatura".
In platea siede Goffredo Bettini, e non a caso. Fu lui, infatti, ideatore e presidente nel 2006 della Festa del Cinema (ricordate la lupa con gli occhiali di paillettes sugli eclatanti poster?), a consegnare a De Niro, insieme al sindaco Veltroni, il passaporto italiano. E fu sempre lui a inventarsi la visita di Leonardo DiCaprio a Tor Bella Monaca nell'anno del tappeto rosso per The Departed di Martin Scorsese. Omaggi a quel cinema ancora conficcato nell’epica americana — forse già nostalgia di un altro Paese, di un’altra libertà e di una diversa forza narrativa.
La stessa epica a cui guardava Sergio Leone. A Roma, De Niro ha ricordato il loro incontro: "Abbiamo iniziato a parlare di C’era una volta in America molto prima del set, a metà degli anni Settanta, e abbiamo cominciato a lavorarci seriamente dal 1980 (il film è del 1984, ndr). Verso la fine delle riprese scherzavo dicendo a tutti che avevo la sensazione che Sergio non volesse finire il film; non voleva chiudere quel cerchio, coltivava inconsapevolmente il desiderio di non lasciarlo andare. Poi ha scoperto quel luogo speciale di New York, la stazione della metropolitana dove cominciavano a vedersi i primi graffiti urbani. Lì è scattato qualcosa e l’opera si è compiuta. Un’epopea complessa e molto divertente, come lo era Sergio: questo è il mio ricordo".
Alla domanda se il cinema abbia ancora spazio per film di tale dimensione — il soffio omerico di Leone o Scorsese — De Niro risponde: "Lo spero. Mi auguro che Martin, pur nell’industria di oggi, possa ancora dirigere, dopo Killers of the Flower Moon, uno dei suoi film smisurati, densi di violenza narrativa". In Killers, De Niro interpretava il protagonista più malvagio: in apparenza difensore dei nativi americani, in realtà il nemico che ne pianificava lo sterminio. Più che una metafora, un’anticipazione della politica di deportazione perpetrata dall’amministrazione Trump. "Se parliamo di cinema americano," chiosa l’attore sul palco di Roma "non sono affatto sicuro che artisti con la visione e la potenza di fuoco culturale di Scorsese possano ancora trovare spazio".
Hollywood, in effetti, appare oggi ripiegata su se stessa, rintanata nel parco giochi dei franchise, mentre assiste all’attacco ibrido di altri racconti, di un cinema d’autore potente in arrivo da nuove frontiere. Non era mai accaduto prima che nelle categorie principali degli Oscar fossero nominati così tanti film stranieri: dal norvegese Sentimental Value al brasiliano L’agente segreto, fino a Un semplice incidente dell’iraniano Jafar Panahi.
Tuttavia, il cinema americano sviluppa da sempre i propri anticorpi. Lo stesso De Niro cita un esempio importante: "Amo Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, che tiene insieme tutto: le contraddizioni del Paese, la narrazione espansa, l’idea di rivoluzione perduta e l’antagonismo. Oggi, però, molte opere sono realizzate per lo streaming, girate per essere frammentate in episodi; dunque i codici sono cambiati. Io stesso ho appena interpretato e prodotto una serie, Zero Day per Netflix, sulle teorie cospirazioniste, dove interpreto un ex presidente degli Stati Uniti che indaga su un attacco informatico globale. Un’esperienza interessante, ma un modo di narrare molto diverso dal film tradizionale, che ha indubbiamente un altro respiro".
Esiste comunque una Hollywood che resiste e coltiva la tensione politica, come testimoniano titoli super-candidati agli Oscar quali Sinners o Bugonia, che trattano di violenza contro le minoranze, paranoie persecutorie, autocrazia e infiltrazioni MAGA, utilizzando abilmente gli espedienti del genere (horror, fantasy, pop). Il discorso politico assume forme meno dirette ma resiste, infiltrandosi nei talk show, nei late night e sui social, ovunque le star possano esibire il proprio dissenso — come De Niro che, da tempo, apre ogni apparizione pubblica con un secco "Fuck Trump".
A Roma, l’attore rigirava tra le mani, incuriosito, la tessera numero 1 del Cinema Fiamma, un tempo sala simbolo della Dolce Vita, poi abbandonata e oggi in fase di trasformazione in polo culturale per le giovani generazioni. Torna nel discorso dell'attore quella parola: "speranza". Gli mostrano il quadrante tra via Veneto, piazza Barberini e via Bissolati, dove sta nascendo un distretto che legherà cinema, cultura e turismo. Pochi giorni prima, a New York, ha vinto Zohran Mamdani e De Niro si lascia andare: "Mi sembra di percepire un mutamento. La gente nel mio Paese comincia a capire che Trump va bloccato. Finora è riuscito a eludere le condanne, ma ora il dissenso sale: ha scatenato il caos anziché la pacificazione, ha sfidato il Paese a forza di divieti e arresti. Dobbiamo liberarci di questo orribile presidente e spero che Mamdani riesca a realizzare il suo programma radicale. Come americano, sono imbarazzato di essere rappresentato da Trump. Dobbiamo batterci per ritrovare i nostri valori".
Qualche mese dopo la celebrazione romana, alla vigilia dell’attacco all’Iran e mentre Trump tiene il discorso sullo Stato dell’Unione (The State of the Union), De Niro convoca in parallelo The State of the Swamp (Lo Stato della palude). Tutti vestiti di verde come rane, in omaggio al manifestante-simbolo che, travestito da batrace durante una protesta anti-ICE a Portland, fu attaccato da un agente federale con lo spray urticante.
In quell'occasione, con un discorso teso fino alle lacrime e dopo i fatti di Minneapolis, l’attore ha rafforzato le parole pronunciate durante l’intensa visita romana: "Se volete che gli Stati Uniti d’America siano degni del vostro amore, preparatevi a scendere in strada per difendere la Costituzione e lo Stato di diritto. Mi sento tradito dal mio Paese, ma, statene certi: ce lo riprenderemo".