Dare voce alle periferie, ricostruire la democrazia
Da Barbiana alle borgate romane, fino a Oslo: scuola, ascolto e governo del territorio per superare marginalità e frammentazione sociale.

Archivio Rinascita
Se la democrazia è partecipazione, devono esistere luoghi in cui chi oggi è marginalizzato possa esprimere bisogni e soluzioni incontrando capacità di ascolto e di sintesi fra più esigenze presenti nella società. Può essere difficile, si devono saper gestire scontri di visioni e di interessi, ma l’esercizio di capacità di leadership della politica si manifesta nel saper mettere insieme le due fasi di ascolto e di proposta. Se guardiamo alla storia del nostro paese troviamo esempi di come ciò sia avvenuto e abbia prodotto risultati che ancora oggi possono essere di riferimento per il metodo da usare per esercitare questa capacità politica. Partiamo dal significato dello studio e della sua importanza per il progresso delle singole persone e della società nel suo complesso.
Se è vero che la validità e rilevanza di parole e fatti non dipendono dal titolo di studio di chi ne è autore ma dalle sue competenze, conoscenze e capacità, è altrettanto vero che la possibilità di avanzare negli studi rende più agevole il processo verso un’emancipazione sociale e un miglioramento delle proprie condizioni di vita; per generazioni i genitori hanno lottato per garantire ai propri figli il diritto allo studio e, per chi non c’era e per chi lo ha dimenticato, può essere utile rivedere quella sequenza del film C’eravamo tanto amati in cui madri e padri facevano la fila per giorni e notti davanti alla scuola per poter iscrivere i propri figli.
Nel 1954 don Lorenzo Milani avvia l’esperienza della Scuola di Barbiana; sui muri della scuola c’era scritto «L’operaio conosce 100 parole, il padrone 1000, per questo è lui il padrone»; fra i motti della scuola c’era “I care” contrapposto al “Me ne frego” fascista. Non è un caso che le politiche delle destre, in continuità con il periodo fascista, esaltino il mantenimento di ciascuno al proprio posto, senza possibilità di cambiare e migliorare l’esistente perché, come scritto in Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani (Libreria Editrice Fiorentina, pag. 73), «La lotta di classe quando la fanno i signori è signorile. Non scandalizza né i preti né i professori che leggono L’Espresso». È don Lorenzo Milani a fondare la Scuola di Barbiana; sono i ragazzi della scuola a scrivere la Lettera a una professoressa. È un esempio di come sia stato possibile costruire l’opportunità per consentire a ragazzi considerati “difficili” di far sentire la propria voce.
È il maestro elementare Albino Bernardini a raccontare in Un anno a Pietralata (La Nuova Italia, 1968) la sua esperienza in una scuola di periferia nella Roma della fine degli anni ’60. Gianni Rodari scrive nell’introduzione, a proposito degli ostacoli che i colleghi mettono sulla strada di inclusione avviata da Bernardini in coerenza con i principi di uguaglianza sanciti dall’art. 34 della Costituzione:
«Per i suoi colleghi la borgata, i ragazzi, le loro famiglie sono catalogati in blocco in una definizione dispregiativa: “Che gentaglia!”, “Sono prepotenti e maleducati, non hanno rispetto per nessuno: lei non li conosce, ma se ne renderà conto subito, vedrà!”. Un muro poco meno che razzistico divide quegli insegnanti dagli esseri umani — bambini, donne, uomini — tra i quali hanno la sensazione di essere capitati per castigo.
[…]
Il sottoproletariato turbolento, gli immigrati che la città tiene nel ghetto della sua “cintura” miserabile, i loro figli cresciuti nella strada e nei terreni da costruzione, precocemente esperti e allenati a metodi da giungla sociale, fanno loro paura. Imporre comunque una disciplina è la loro unica preoccupazione: un modo, anche, per difendersi da contatti umani che stimerebbero degradanti».
La storia non si ripete, ma ci sono molti tratti in queste vicende che rimandano a quanto accade oggi con atti ministeriali fondati sul disprezzo dell’altro da sé e su insegnanti che, come apprendisti stregoni, si trovano ad essere vittime delle loro stesse idee reazionarie e razziste. È invece da ammirare e sostenere con politiche concrete quella grande parte del corpo insegnante, di maestri che continuano a faticare e a lottare per educare le nuove generazioni alla libertà e all’uguaglianza.
Da quanto detto è evidente come le questioni dello studio e del rapporto con le periferie e le aree di marginalizzazione siano strettamente legate fra loro. C’è quindi un tema di analisi e comprensione delle realtà sociali che passa attraverso il dare voce a queste realtà e credo sia utile in quest’ottica riprendere il lavoro di Giovanni Berlinguer e Piero Della Seta Borgate di Roma (Editori Riuniti, prima edizione 1962 e seconda edizione rivista del 1976). Scrivevano gli autori nell’introduzione all’edizione del 1976:
«Fu il fascismo a segregare, anche fisicamente, i nuclei di operai e artigiani che malgrado tutto si formavano, e che alteravano l’immagine di una Roma conformista ed a sospingerli verso le periferie, ove si incontravano con i recenti immigrati privi perfino del diritto di residenza. Fu la DC a proseguire questa politica, aggravandola con sfrenate speculazioni. Ma è proprio da questo magma informe di classi e sottoclassi, di espulsi da ogni regione, e dalla loro saldatura con forze intellettuali e politiche moderne e rivoluzionarie che sta maturando, con ritmi ormai accelerati, l’antagonista storico della borghesia: uno schieramento composito e complesso le cui oscillazioni e fluttuazioni si collocano, tendenzialmente, in un processo ascendente».
Passeranno non molti anni e il processo tendenzialmente ascendente si arresterà per giungere ai nostri giorni in cui c’è un arretramento che è necessario saper vedere e interpretare. E sempre a proposito di metodo di analisi, in Borgate di Roma (ed. 1976, pag. 225) c’è una lunga citazione di un articolo di Edoardo D’Onofrio (Rinascita, febbraio 1960, n. 2, pag. 146). Ne riporto alcuni passi.
«Il fenomeno del sottoproletariato a Roma è un fenomeno di grande portata sociale e politica. A Roma il sottoproletariato è servito ai circoli dirigenti della borghesia, in più di una occasione, da massa di manovra e di urto contro gli operai romani e contro i raggruppamenti democratici della capitale, per cui l’emancipazione del sottoproletariato dalla tutela conservatrice e reazionaria non è stato e non è per i comunisti romani un compito politico secondario e marginale, ma è stato ed è uno dei compiti il cui assolvimento è una delle condizioni per lo sviluppo e il successo della lotta democratica e socialista a Roma».
E poi il combattere energicamente «il tentativo di corruzione in grande stile fatto dalla Democrazia Cristiana e dai circoli clericali di comprare co’ la pasta e co’ l’ojo la massa enorme degli elettori sottoproletari esistenti nelle borgate» per mettere in atto «in conseguenza, una politica di difesa e di elevazione del sottoproletariato». Insomma, scegliere da che parte stare, anche con chi, nelle scuole e nei territori, è etichettato come “brutto, sporco e cattivo”, per uscire dalle condizioni di servitù. Saper mettere insieme la lotta per la fontanella del quartiere con quella per una società più giusta. Metodo e pratica che portarono in quegli anni a giunte comunali con sindaci come Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli.
La realtà di oggi è diversa da quella a cui si riferiscono gli esempi citati, ma gli esempi possono essere utili ad indicare un metodo per definire il “che fare”. Diversi sono i contesti urbanistici, diversa è la condizione delle periferie e delle aree interne del paese, diverse sono le modalità di formazione delle opinioni e si tratta di diversità che hanno portato a un drastico aumento delle disuguaglianze e dello sfruttamento ottenuti anche con una progressiva polverizzazione del tessuto sociale.
Si pensi ad esempio alle periferie di grandi città in cui, accanto al lavoro positivo portato avanti in molte scuole, si deve prendere atto di come il territorio sia governato dal sistema delle cosiddette piazze di spaccio. Governo che si esercita con la definizione dei punti di sorveglianza, determinazione dei turni orari delle sentinelle, selezione del personale da utilizzare come sentinella, definizione dei mezzi di comunicazione fra sentinelle e centrali di distribuzione della droga, determinazione del valore delle loro paghe e delle punizioni per chi non garantisce prestazioni adeguate e distribuzione delle retribuzioni. Organizzazione del lavoro e gestione delle risorse umane che sembra dimostrare un buon livello di efficienza ed efficacia.
In tale contesto, combattere questo sistema esclusivamente con interventi sulle sentinelle e sui distributori finali delle dosi di stupefacenti, lavoro prezioso fatto dalle forze dell’ordine, sarebbe come cercare di limitare la diffusione della Grande Distribuzione Organizzata intervenendo soltanto sui commessi e le cassiere dei supermercati. C’è poi la questione di come si agisce sul versante della domanda nel mercato della droga; ci sono clienti delle piazze di spaccio che, quando non si servono del recapito a domicilio, la mattina arrivano con automobili di lusso, indossano giacca e cravatta; manager in carriera o presunti tali che poi magari andranno in ufficio vantando il loro coraggio nell’aver frequentato quartieri malfamati e di aver fatto buoni affari, utilizzando poi le dosi acquistate per “migliorare” le loro prestazioni manageriali.
Tutto ciò avviene sotto gli occhi di bambini e ragazzi; e allora il tema diventa quello di come far diventare pratica quotidiana i valori educativi che trasmette quella scuola che opera sulla base dei principi costituzionali, di come rendere evidente che la vita e il “successo” non passano attraverso lo spaccio e il consumo di stupefacenti e del sistema che ne garantisce l’esistenza.
Quindi si torna al tema del governo del territorio, all’idea di città. Troppo spesso una metropoli viene ad essere suddivisa in settori mutuamente esclusivi. C’è la città per il turismo, una specie di Disneyland in cui la storia intesa come opera degli uomini sparisce e rimane solo il consumo di luoghi e merci indifferente alla possibile vivibilità quotidiana di quei luoghi (stesso discorso vale per i cosiddetti “borghi”). C’è la città del lavoro, luogo in cui si trascorre gran parte del tempo, ma sempre più restia a vedere momenti di socializzazione e di condivisione di esperienze per migliorare le proprie condizioni. C’è la città dove si torna dopo il lavoro, dove i figli hanno trascorso la loro giornata (se sono fortunati a scuola), dove fra le altre cose le piazze di spaccio hanno sviluppato il loro business, dove si dorme.
È possibile e praticabile una diversa idea di città che consenta di superare la frammentazione sociale e di migliorare le condizioni di vita soprattutto per chi è in condizioni di maggiore marginalizzazione e difficoltà? Guardare alle esperienze di altri paesi può essere utile, non per copiare esperienze non trasferibili in contesti sociali differenti ma per ragionare sugli approcci e provare ad estrarne gli aspetti positivi.
Penso ad esempio a quanto avvenuto in una zona di Oslo, Vaterland, che va dalla stazione della metropolitana di Grønland fino al ponte di Nybrua, fino a qualche anno fa piazza di spaccio nota come Oslo’s Pusher Street. Negli ultimi anni si è spostata in quell’area la sede del gruppo editoriale Dagens Næringsliv e successivamente la sede dell’IBM; l’IBM ha scelto per la propria sede un edificio multi-user perché ha ritenuto necessario per il proprio sviluppo creare le condizioni per ricevere stimoli dal mondo esterno. Il risultato di queste operazioni è stato quello di richiamare ulteriori iniziative e oggi quel quartiere viene considerato un hot-spot creativo con l’interazione sul posto fra lavoro e città e una delle principali zone pedonali di Oslo. La piazza di spaccio è sparita. Credo sia un’esperienza su cui riflettere.
Non mancano quindi analisi su quanto sta avvenendo a partire anche dalle innovazioni tecnologiche che accompagnano questa fase; sono esperienze di singoli, di associazioni e di comunità che bisogna saper mettere a frutto in modo coerente. Credo che per chi ritiene che i principi di libertà e uguaglianza alla base della convivenza civile sanciti dalla Costituzione siano la base per garantire progresso e miglioramento sociale, sia necessario sviluppare e attuare forme di presenza nella società che dimostrino nella pratica come ascolto e proposta siano fasi inscindibili di un processo democratico. Quando si è stati capaci di farlo il risultato è stato quello, fra mille difficoltà e lotte, di dare avvio a stagioni di progresso sociale.
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