Dalle gonne alle aule: donne e bambini nel mirino della destra

Le parole di Tajani, il modello delle trad wives e il tetto agli alunni stranieri: un filo comune lega patriarcato, controllo dei corpi ed esclusione.

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ANSA

Oggi ho una gonna lunga e nera, che scende giù fino alle caviglie, e sono dunque una persona molto seria. Ieri, purtroppo, non poteva dirsi altrettanto, con un vestito estivo e le spalle scoperte. D’altronde si sa, l’abito fa il monaco. O non era così? Che meraviglia poter viaggiare indietro nel tempo, ascoltare le parole di uno dei politici in teoria più influenti del nostro governo, con una delega estremamente delicata agli Esteri, Antonio Tajani, che qualche giorno fa in un dialogo tutto al maschile ha disegnato una cosmogonia patriarcale in cui poter rivivere i tempi dei cacciatori-raccoglitori e dei secoli bui medievali, stilista della morale femminile che individua la lunghezza dell’orlo corretta per rispecchiare la giusta moralità. E dunque, cosa bisogna fare per essere ragazze serie?

D'altronde, normare il corpo delle donne e la loro apparenza in pubblico è un tema in cui nel corso della storia italiana spesso ci si è confrontati: durante il Ventennio, ad esempio, scegliere il modello a cui la vera donna italiana doveva aderire era atto politico e fine strategia di comunicazione, quando grande attenzione era data alla brava madre, sposa ubbidiente e umile nel privato ma prosperosa e dai fianchi larghi nell’immaginario collettivo, per dare alla luce e nutrire figli che sarebbero stati leve del Regime.

Subordinate, spose esemplari, madri della Patria, insignite di medaglie onorifiche se facevano tanti figli – da crescere a casa, al massimo a razzolare nei cortili dei condomini controllati da portieri delatori, senza bisogno di lavorare. È da sempre uno strumento utile, prima che vietare, porre sbarramenti, tetti percentuali: fin dal 1927, il Regime utilizza questo strumento per ridurre (non eliminare) le retribuzioni delle donne del 50% in molti settori, e poi con il Regio Decreto 1514 per disincentivare le donne a lavorare, ponendo il limite del 10% alla presenza femminile negli uffici, tranne per le attività “particolarmente adatte”, come ad esempio gli ambiti della cura. Un’altra cifra, in aumento questa volta: il raddoppio del 50% delle tasse universitarie per le donne. Non una proibizione formale, ma un ostacolo e un limite di fatto. Bisognava essere veramente molto motivate per volerlo fare, su questo non c'è dubbio.

Tanto è stato fatto dalle nostre Madri Costituenti e da tutte le donne che dal Dopoguerra in poi hanno lottato per scrivere, approvare e attuare le leggi che hanno fatto la nostra storia e che hanno costruito, tassello dopo tassello, il percorso verso la parità in Italia. Il diritto di voto universale, la rappresentanza, il pari salario, l’accesso ai pubblici impieghi, la parità tra coniugi e quella sul lavoro, il divorzio, l’aborto, la legge contro la violenza sessuale, che da reato contro la morale diventa reato contro la persona e tante altre pietre miliari. E siamo ancora in cammino, sempre all’erta per sventare i tentativi solerti e pressoché quotidiani di riportarci indietro, dagli orli delle gonne alla negazione del femminicidio come reato contro le donne.

Perché è così, quel modello culturale della sposa esemplare, umile, sottomessa e modesta, ha purtroppo superato indenne gli anni delle lotte per i diritti, ha valicato il Sessantotto e la liberazione sessuale, ha resistito alle battaglie per ottenere il divorzio e legalizzare l'aborto. È rimasto annodato e annidato, quel modello, nascosto nella mente di troppi e oggi ci troviamo a ricevere le giuste misure cui conformarci per essere scelte come brave spose. E dunque sopra il ginocchio non va bene, sotto il ginocchio già meglio, alla caviglia è da donna seria. Ma se poi è troppo bella non garantisce fedeltà, potrebbe essersi concessa troppe libertà, se invece è “così così”, magari un po’ dimessa, in tuta anziché in minigonna, già si può stare tranquilli, dovrebbe anche essere grata per l’opportunità.

Le donne lo sperimentano dall'inizio dell'umanità: c'è sempre un uomo che vuole stabilire qual sia il loro posto, quale il ruolo, come apparire. A fronte di una Premier donna, la prima di tutte noi, abbiamo un Ministro che identifica la tipologia di donna che consiglierebbe al proprio figlio, un giusto e serio low profile, né troppo libera né troppo bella.

È stato detto che “semplicemente è una frase uscita male”, non andrebbe ingigantito il fatto. Una frase infelice. Sarà certamente così, io non ne dubito. Tuttavia, qui il tema vero è la matrice da cui nasce quel fraintendimento: Nanni Moretti ci ha disarmato con la semplicità del suo “le parole sono importanti” ed è effettivamente così, parole uscite male sono spesso emblema di pensieri costruiti male. Frutti di bias cognitivi o, forse, di modelli e retaggi culturali ancestrali e medievali. Frutti di una idea di società e di educazione costruita pensando sempre ad una gerarchia tra i generi: l'uomo sceglie, la donna è scelta, in base alle garanzie di fedeltà, ubbidienza e capacità (e aggiungerei affidabilità) di procreazione.

C'è una tendenza innescata dai movimenti maga della destra americana che ormai abbraccia i social in modo ampio e trasversale, ed è la narrazione delle giovani influencer che raccontano quanto sia bello stare a casa senza lavorare, essere mantenute, fare palestra per addestrare il proprio corpo, farsi le unghie e i capelli, da vere regine della casa, senza il peso di pensare a nulla. Si potrebbe pensare che siano contenuti innocui, reel residuali di mondi che non ci interessano o che ci sfiorano soltanto. Ma la politica è in tutto e ogni cosa è politica: e allora il modello culturale che si sta provando a far passare attraverso le cosiddette trad wives (mogli tradizionali) e le stay-at-home-girlfriends (mantenute economicamente dai compagni), spesso con molti figli e una forte devozione biblica, soprattutto alle nuove generazioni, diventa un tema su cui non dobbiamo chiudere gli occhi.

Quelle unghie lunghe laccate alla perfezione, ritoccate ogni giorno, ci dicono implicitamente “Non c'è bisogno che lavori, non c'è bisogno che scegli, c'è qualcun altro che lo fa per te”. Se sei brava, bella, ubbidiente e sottomessa, c'è un uomo che ti nutre e ti protegge, cosa ti serve di più? Tutto questo ha un nome, ed è patriarcato, indorato come una pillola, ma pur sempre sé stesso. Che sia mediterraneo oppure straniero. Oltre al paradosso insito nel fatto che tutto il tempo impiegato a raccontare di non lavorare, sui social, richiede in realtà una grossa mole di risorse, energie e tempo, a noi interessa in questa sede il messaggio che trasmettono, inequivocabile: una regressione dolce ai tempi in cui la donna era a casa coi figli, e l’uomo portava a casa soldi e cibo. Niente autonomia, niente libertà, non ce n’è bisogno.

E allora donne mie, di destra e di sinistra, di centro e di non mi schiero, davvero è questo che vogliamo per noi stesse? Che qualcuno ci spieghi cosa fare per essere scelte?

Meglio avere un’unghia spezzata, uno smalto screziato o i capelli scompigliati, o nessuna di queste cose e le unghie smangiucchiate, ma essere libere di governare il proprio conto in banca, il proprio portafoglio, il proprio lavoro, in una parola essere padrone della propria autonomia, senza delegare a qualcuno la propria libertà, perché alle volte si rischia che delegando troppo si dimentichi come si fa a scegliere ma si accetti ancora una volta di essere scelte. Dopotutto, Margaret Atwood nel Racconto dell’Ancella ha disegnato un universo teocratico e distopico in cui i ruoli delle donne nella società sono identificati proprio dall’abito: le mogli di verde acqua, le marte (le controllore) di verde chiaro, le ancelle (schiave sessuali costrette alla procreazione, al servizio di uomini di potere) di rosso scuro, con mantello e copricapo che impedisce allo sguardo di viaggiare. Per carità, un grande romanzo di fantapolitica e fantascienza, ma la riflessione sul corpo delle donne è più che mai attuale.

E attenzione a pensare che no, un modello inneggiante alla donna subordinata qui non possa attecchire, perché basta farsi un giro sulle pagine social dedicate al mondo delle Mamme Pancine, per trovarsi immersi in una distesa di immensa ingenuità e inconsapevolezza, tra racconti paradossali di rituali improbabili per la fertilità e molto spesso commenti e giudizi su altre donne considerate poco serie (o troppo libere…), al cui fenomeno proprio la Treccani dedica una voce specifica tra i neologismi censiti nel 2022.

Parallelamente all’innesco nel dibattito pubblico di come debba presentarsi una ragazza seria, il governo annuncia il tetto del 30% alla presenza di alunni stranieri nelle classi delle scuole pubbliche, dimostrando una grande distanza da come funzionano e come sono composte le proprie comunità territoriali. Ancora una percentuale che prova a intervenire su un diritto fondamentale, stavolta quello all’istruzione, sancito dall’articolo 34 della Costituzione, uno dei più belli: la scuola è aperta a tutti. Bene sarebbe stato confrontarsi con Sindaci, presidenti di Municipio, mondo della scuola, per scoprire che questa norma è inapplicabile oltre al fatto di essere terribilmente ingiusta, e peraltro già avanzata e strutturalmente inapplicata nel lontano 2010, dall’allora ministra Gelmini.

Non è un bambino straniero a costituire un problema in termini di sicurezza nella comunità come in classe, quanto piuttosto l'educazione e la cultura del rispetto dell’altro che deve essere coltivata, per stranieri e italiani. È di pochi giorni fa l’agghiacciante notizia di una professoressa pro remigrazione accoltellata in classe da un italianissimo tredicenne e salvata da un ragazzo di origini congolesi. E allora, cosa fa la differenza nella sicurezza della comunità, scolastica o territoriale che sia? Il passaporto o l’educazione?

La civiltà di un popolo – in questo caso sì, di un popolo – si misura sui diritti che attribuiamo o togliamo a noi stessi e agli altri. E allora una discussione pubblica che in pochi giorni tocca le donne e i bambini – di qualunque provenienza, colore, religione o credenza – che tocca i corpi, e i luoghi dove dobbiamo stare, in che ruolo dobbiamo agire, con una gonna lunga o con una gonna corta, così come fuori o dentro le classi, ci riporta al tema più ampio di come troppo spesso donne e bambini siano considerati appendici e non protagonisti di questa società, di cui le prime sono motori e i secondi sono il futuro. E allora perché questi argomenti nel dibattito pubblico, che sembrano lontani eppure sono intrecciati? Sarà forse una strategia per inseguire e intercettare quella pancia del Paese che ultimamente si è riconosciuta in posizioni più estreme, che non riconosce i diritti delle donne né il reato di femminicidio, ma parla di un vannacciano Patriarcato Mediterraneo? Oppure che sbandiera la remigrazione come soluzione alla (in)sicurezza nelle città? E si scaglia contro quell’11,6% di bambini stranieri nelle scuole italiane, i cui due terzi sono di seconda generazione, sul totale di 7,5 milioni di studenti, nonostante ci dimostrino ogni giorno i loro talenti, la loro integrità, come ha fatto il ragazzo di origine congolese che ha salvato la professoressa accoltellata a Roma, pochi giorni fa?

Noi donne abbiamo il grande, sapiente potere di fare rete – lo abbiamo imparato in millenni di cammino per i nostri diritti, in cui i legami anche informali hanno costituito reti potenti di solidarietà e comunità: è il momento di difendere il corpo, la scelta libera di tutte, in minigonna o meno, così come i figli e le figlie di tutte, che parlino italiano o meno. Loro lo impareranno, forse anche meglio di molti altri, i bambini si sa che hanno infinite risorse. Le abbiamo anche noi adulti, donne e uomini, per arginare un ritorno al Passato?

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