Dalla crisi energetica a un nuovo programma della sinistra

Arturo MarzanoIl Punto
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ANSA

È del tutto utile e opportuno l’intervento del Partito democratico nella grave emergenza energetica che pesa in modo abnorme sui bilanci delle famiglie e su quelli delle imprese. La lettera che Elly Schlein ha pubblicato sul Corriere qualche giorno fa ne è la testimonianza più evidente. La richiesta di intervento fiscale sui profitti delle imprese petrolifere, se giuridicamente fattibile, è una richiesta ragionevole, dal momento che tali profitti sono largamente dovuti a circostanze di mercato drogato derivanti da situazioni di conflitto in corso nello Stretto di Hormuz e, soprattutto, in Ucraina. Non c’è alcun dubbio, infatti, che la guerra ai confini orientali dell’Europa abbia inciso in modo pesante sul tenore di vita delle nostre popolazioni e sulla tenuta delle nostre economie, perché tutti i canali di approvvigionamento energetico dalla Russia sono stati drasticamente interrotti.

Questo è del tutto evidente nella drammatica crisi dell’economia tedesca e, in particolare, dell’industria, il cui sviluppo è stato assicurato per decenni dalle forniture sicure di energia russa a prezzi equilibrati. Per queste ragioni, legate alla tenuta economica dei nostri Paesi, che è indissolubilmente intrecciata con la tenuta delle nostre democrazie, è più che mai urgente che la guerra in Ucraina cessi. Questa è una priorità assoluta dopo quattro anni di guerra e con il rischio che un suo ulteriore prolungamento possa condurre verso esiti catastrofici per il nostro continente.

Suscita qualche sorpresa che nella lettera non ci sia alcun riferimento a questo tragico dato di fatto, che è, per così dire, «la causa strutturale» della crisi energetica attuale. Ciò vale a maggior ragione perché è dei giorni scorsi la notizia che la Gran Bretagna ha deciso di far produrre missili di attacco al consorzio MBDA in Ucraina. Il consorzio è partecipato, oltre che dal Regno Unito, dalla Francia e dalla Germania, anche dall’industria italiana Alenia. Ciò significa che l’Italia rischia di essere direttamente coinvolta in una situazione estremamente delicata e rischiosa sul piano politico-militare, che non trova supporto giuridico né nella legge 185/1990, in deroga alla quale sono stati varati 12 decreti, né tantomeno nell’art. 11 della Costituzione, trattandosi di una fattispecie che ricadrebbe, piuttosto, nell’art. 78.

Lo stesso discorso vale per la Germania, la cui Costituzione, all’art. 115a, è, su questo aspetto, simile alla nostra per evidenti ragioni storiche derivanti dalla conclusione della Seconda guerra mondiale.

C’è poi una valutazione che forse è il caso di fare anche sullo specifico nazionale della questione energetica, al di là della giusta esigenza di muoversi nell’ottica di una progressiva riduzione dei combustibili fossili. La valutazione riguarda la storia degli ultimi decenni e il modo in cui il nostro Paese si è disfatto dei due pilastri dell’economia pubblica in campo energetico: ENI ed ENEL.

La privatizzazione dell’ENI, che ha ridotto la presenza dello Stato al 31%, ha privato l’Italia di uno strumento di politica pubblica in campo energetico, decisivo anche per la formazione dei prezzi. Lo stesso discorso vale anche per Enel, in cui oggi la presenza dello Stato è al 7%, con una forte presenza statunitense al 46,2%. Purtroppo i nostri Governi sono stati fra i protagonisti delle privatizzazioni in Italia: un gravissimo errore politico che ha cambiato la storia economica del nostro Paese e che è parte non trascurabile delle nostre difficoltà attuali.

L’insieme di queste considerazioni — politica estera, politiche economiche, politiche istituzionali, ecc. — richiederebbe una riflessione pacata e non recriminatoria, in chiave critica e autocritica, nel quadro di un ripensamento del Programma Fondamentale del PD del 2008.

Quel programma è largamente superato nei suoi pilastri costituenti già dopo la conclusione del referendum istituzionale del 2017 e le politiche del 2018, dato che le ipotesi di superamento della forma di governo parlamentare e il tendenziale bipartitismo preconizzati non hanno avuto alcun riscontro, né lo hanno nel nostro sistema politico, e perfino nella sgangherata proposta di riforma elettorale Meloni. La stessa concezione del partito e della politica, privata del sostegno finanziario pubblico, il personalismo esasperato e un civismo non sempre giustificato hanno mostrato tutti i limiti di un’analisi non corretta dello stato del Paese e delle sue esigenze di rappresentanza democratica.

Né abbiamo potuto constatare il valore quasi assoluto del mercato, come in qualche modo sosteneva un interessante saggio del 2017, «Il liberismo è di sinistra». Fermo restando che il mercato non va demonizzato, già in quegli anni abbiamo avuto autorevoli esponenti del centrosinistra che avviavano coraggiosamente una riflessione critica sulla loro esperienza di governo, che, però, incredibilmente, non ebbe alcuna eco nei nostri dibattiti. Giuliano Amato, al Corriere, in un’intervista a Cazzullo del 13-6-2017, affermò, tra l’altro: «Alle nostre spalle c’è un fallimento di proporzioni storiche». Romano Prodi, nel suo saggio «Il piano inclinato», del 2017, sottolineò: «Abbiamo affrontato la globalizzazione con strumenti inadatti e senza una visione di lungo respiro».

Ecco perché è necessario aprire una nuova stagione della sinistra italiana: un nuovo programma fondamentale per una sinistra riformista, sottolineo riformista e non massimalista, che però non va confusa con una formazione politica liberale, anche se una componente liberale e liberaldemocratica costituisce un alimento politico e culturale non residuale.

La storia del riformismo del PCI (Berlinguer, Napolitano, ecc.) e la storia del popolarismo cattolico, nel suo esponente più significativo, Aldo Moro, rappresentano i nostri riferimenti più validi e di grandissima attualità. È molto improbabile, come si è visto in questi anni, che una sinistra moderna possa prosperare distaccandosi dalla storia nazionale e dai soggetti politici popolari che ne sono stati protagonisti. Innovare è necessario e possibile, ma solo riconnettendoci con queste esperienze possiamo ritrovare la nostra strada.

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