Dal Sahara Occidentale a Ceuta, e ritorno
Dai migranti usati come arma negoziale alle risorse contese: alle origini dello scontro tra Marocco e Spagna c’è un conflitto dimenticato e mai risolto.

ANSA
La decisione di re Mohammed VI del Marocco di intitolare un’importantissima arteria autostradale a Donald Trump, in segno personale di “profonda stima”, chiude provvisoriamente il cerchio cominciato pochi giorni fa sulle coste di Ceuta, con l’arrivo di oltre 60.000 migranti, in gran parte giovani uomini — nel frattempo quasi tutti rimpatriati, al netto di quelli che hanno trovato la morte —, carne da macello di uno scontro che si muove attorno a un’unica matrice: il Sahara Occidentale.
All’interno del cerchio, i cui contorni continueranno a dilatarsi a dismisura, si è mossa l’ormai consolidata galassia MAGA-Internazionale Nera, sempre pronta, coordinata, rapida ed efficace. Alcuni hanno sfruttato immediatamente l’occasione — Meloni e co. in Italia —, altri sono rimasti soddisfatti a guardare — Netanyahu —, tutti contro il governo spagnolo, reo di presentare al mondo un modello economico, sociale, energetico, ecologico e migratorio giusto e lungimirante, basato sull’internazionalismo e sulla solidarietà, e che ha, agli occhi dell’Internazionale Nera, un difetto ossessionante: funziona.
La saga, quindi, continua, ma è bene non perdere di vista i contorni del cerchio, la ragione primaria dell’attuale crisi. Perché, in un parallelo forse azzardato per proporzioni ma corretto nella sostanza, come per la Palestina, i conflitti dimenticati non si risolvono da soli, ma sfociano presto o tardi in immani tragedie.
La Trump Highway attraversa il Marocco da nord a sud e passa nel Sahara Occidentale, territorio in gran parte occupato dal Marocco stesso e sul quale da decenni il regno di Mohammed VI accampa sovranità in spregio al diritto internazionale. La parte non ancora occupata è sotto il controllo del Fronte Polisario, che chiede l’indipendenza per il popolo sahrawi. Ricordiamo tutte e tutti — almeno quelli di una certa età — l’immancabile stand del Polisario alle Feste dell’Unità, per dire quanto la causa fosse un tempo molto sentita in Italia e non solo.
L’ONU considera il Sahara Occidentale un “territorio non autonomo” in attesa di decolonizzazione, con diritto inalienabile all’autodeterminazione, e non riconosce la sovranità marocchina. Ricordiamo che il Sahara Occidentale è stato una colonia spagnola dal 1884 e che il suo status rimane irrisolto ancora oggi.
Dopo il ritiro precipitoso della Spagna nel 1975, il Marocco e la Mauritania si spartirono il territorio, ma il Fronte Polisario, movimento di liberazione sahrawi sostenuto dall’Algeria — dettaglio importante per il cerchio di cui sopra —, proclamò la Repubblica Araba Sahrawi Democratica (RASD) e intraprese una guerriglia di resistenza. La Mauritania rinunciò alle sue rivendicazioni nel 1979, lasciando il Marocco a controllare la maggior parte del territorio.
Come? Con la costruzione di un vergognoso e dispendioso muro di sabbia e terra, lungo 2.700 chilometri, che separa le zone sotto il suo controllo da quelle in mano al Polisario. Nel 1991, sotto l’egida dell’ONU, si firmò un cessate il fuoco fra le parti, con la promessa di un referendum mai celebrato per l’autodeterminazione.
Il Marocco prospetta ormai solo un laconico piano di autonomia, mentre il conflitto, dimenticato dai più, resta latente, salvo ogni tanto la ripresa delle ostilità, come nel 2020. Sia detto per inciso: più il tempo passa, più anche l’autonomia proposta dal Marocco si svuota di senso.
Un esempio per tutti. Salvo qualche articolo specializzato e di nicchia, nessuno si è accorto che l’Ulisse di Nolan è stato in gran parte girato nei territori illegalmente occupati. Il film, lasciando intatte le indubbie qualità artistiche testimoniate da chi l’ha visto — i cineasti sahrawi hanno chiamato al boicottaggio —, contribuisce a normalizzare l’occupazione e a rafforzare la strategia marocchina: far riconoscere città come Dakhla, in territorio occupato, come destinazioni turistiche legittime e attrattive, contribuendo così a consolidare l’occupazione e l’idea che queste terre appartengano al Marocco.
Dall’uscita del film, infatti, i luoghi delle riprese stanno conoscendo un boom turistico, e non si tratta di un caso: Rabat investe da anni in una politica culturale e mediatica volta a cancellare l’esistenza sahrawi e a imporre una narrazione in cui il Sahara Occidentale sarebbe naturalmente marocchino.
Tuttavia, non è facile cancellare il popolo del Sahara Occidentale. Si tratta di poco meno di 180.000 persone stipate in cinque campi vicini a Tindouf, in Algeria. Stiamo parlando di un esilio lungo oltre cinquant’anni, in condizioni di vita sempre più precarie, perché al clima ostile — estati a più di 50 gradi e inverni rigidi —, all’insicurezza alimentare, che reca seri e cronici problemi di salute, si aggiunge ora la drastica riduzione degli aiuti internazionali.
Visto che la dipendenza alimentare dagli aiuti sfiora il 96%, non stupisce che la riduzione del 30% delle razioni alimentari dal 2023 si stia accompagnando a un aggravamento della malnutrizione e delle conseguenze croniche che ne derivano, particolarmente per i bambini.
In queste terrificanti condizioni il popolo sahrawi riesce ancora a mostrare resilienza — parola ormai abusata che però qui assume un significato alto. L’istruzione, per esempio, è stata una priorità fin dall’inizio, con scuole gratuite nei campi, anche come risposta culturale nei confronti dell’occupante. Nonostante le temperature proibitive, la corrente che va e viene e l’acqua che scarseggia, iniziative locali come orti comunitari e progetti di allevamento avicolo cercano di creare un minimo di autonomia e integrare gli aiuti, sebbene con risorse molto limitate.
Tutta questa scarsità è paradossale, perché il territorio del Sahara Occidentale è ricco di risorse naturali. E proprio queste risorse spiegano in grandissima parte il conflitto e perché, per il Marocco, il Sahara resti cruciale.
Alla pesca abbondante sulle coste atlantiche, fra le più ricche del mondo — da notare che le risorse ittiche sono oggetto di accordi internazionali, come quelli tra l’Unione europea e il Marocco, più volte contestati e a volte anche annullati dalla giustizia europea per la mancanza del consenso della popolazione sahrawi —, si uniscono fosfati e terre rare.
La miniera di Bu Craa è il più ricco e puro giacimento di fosfati al mondo e frutta quasi 400 milioni di dollari all’anno al Marocco. Quanto alle riserve di “nuove” terre rare, ancora inesplorate e considerate il petrolio del XXI secolo, il territorio è potenzialmente ricco di tellurio — probabilmente il 10% del totale mondiale — e cobalto.
Tutte queste ricchezze, attuali e potenziali, spiegano molto e spiegano anche perché la testa del cerchio che rappresenta la vera ragione della crisi a cui stiamo assistendo forse non vada cercata negli sbarchi di Ceuta, ma in un fatto accaduto pochissimi giorni prima: la visita ufficiale di Sánchez in Algeria, il 20 luglio 2026.
La visita, avente finalità principalmente energetiche, ha avuto però come corollario un tentativo di distensione dopo il congelamento delle relazioni fra i due Paesi a seguito del voltafaccia spagnolo del 2022. In quell’occasione, la Spagna aveva cambiato la sua posizione storica di neutralità sul Sahara Occidentale, appoggiando il piano di autonomia del Marocco. La decisione aveva provocato l’ira dell’Algeria, con tanto di richiamo dell’ambasciatore e sospensione del trattato di amicizia.
Il 20 luglio Sánchez non ha certo cambiato posizione sul Sahara Occidentale, ma è chiaro che una distensione fra i due Paesi per ragioni di approvvigionamento energetico possa aprire la strada ad altro. Tanto è bastato al Marocco per lanciare la “bomba umana” su Ceuta il 30 luglio.
Da notare che non è la prima. Il 17 maggio 2021 successe esattamente la stessa cosa. C’è da dire che in quel caso la diplomazia marocchina era stata più trasparente nell’ammettere i fatti: “Ci sono atti che comportano conseguenze”, fu spiegato.
L’atto in questione: l’allora ministra degli Esteri spagnola, Arancha González, aveva concesso l’ingresso umanitario per cure mediche al leader del Fronte Polisario, Brahim Ghali. La crisi portò alle dimissioni di González, sacrificata da Sánchez in favore dell’attuale ministro José Manuel Albares, il cui compito principale fu chiarissimo: ricostruire le relazioni diplomatiche con il Marocco.
Il suo abile lavoro diplomatico di allora gettò le basi del vertice bilaterale dell’aprile 2022 a Rabat, durante il quale Sánchez e re Mohammed VI firmarono una “roadmap” di piena riconciliazione. Interessante notare che la roadmap includeva la cooperazione in materia di migrazione e la riapertura delle dogane commerciali di Ceuta e Melilla.
E siamo a oggi, mentre fonti di stampa marocchine di regime cominciano anche ad accampare diritti sulle exclave postcoloniali spagnole di Ceuta e Melilla. Sembra un gioco al rialzo in vista della prossima tappa autunnale all’ONU a New York, per la quale varrà la pena — a suo tempo — dilatare ancora un po’ il cerchio del racconto, questa volta dalla parte della coda.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha discusso la questione del Sahara Occidentale nell’ottobre 2025. Il 31 ottobre 2025 è stata adottata la Risoluzione 2797, con l’astensione di Cina, Russia e Pakistan, mentre l’Algeria non ha partecipato al voto.
Sono stati versati fiumi d’inchiostro sull’interpretazione di questa risoluzione. I negoziati sono stati tesissimi soprattutto su se e come menzionare la proposta di un piano di autonomia del Marocco, che figura nel testo come possibile “base di negoziato”, seppur in modo meno incisivo di quanto il Marocco avesse voluto.
Il punto centrale della risoluzione è comunque il rinnovo del mandato della missione dell’ONU nella regione. Poiché il mandato è stato prolungato di soli dodici mesi, la prossima scadenza per una discussione e un eventuale rinnovo sarà proprio nell’ottobre 2026.
Vedremo. E mentre torniamo a sfrecciare sulla Trump Highway, non ci sfugge un ultimo significativo “dettaglio”: USA e Israele riconoscono la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, nel quadro degli Accordi di Abramo. Quando si dice le coincidenze.
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