Dal clima dell’emergenza alla politica della manutenzione
Alluvioni, siccità e frane mostrano la fragilità dei territori: servono risorse stabili, competenze pubbliche e una strategia permanente di prevenzione.

ANSA
Ogni volta che un’alluvione travolge un paese, una frana interrompe una strada o una tempesta distrugge raccolti e abitazioni, il dibattito pubblico si concentra inevitabilmente sulla conta dei danni. Si calcolano i costi economici, si documentano le devastazioni, si interviene nell’immediato per soccorrere le persone colpite. Tutto necessario. Ma sempre più insufficiente.
Gli eventi climatici che stanno interessando il nostro Paese in queste settimane raccontano infatti una storia più profonda. Ci parlano di un territorio diventato più fragile, di equilibri ambientali compromessi e di una trasformazione che non riguarda soltanto la natura, ma anche il nostro modo di vivere, lavorare e socializzare.
C’è ancora chi continua a minimizzare, sostenendo che alluvioni, siccità, grandinate o ondate di calore siano fenomeni che hanno sempre accompagnato la storia dell’uomo. È vero. Nessuno può sostenere che gli eventi meteorologici estremi siano una novità assoluta. Ciò che è cambiato, però, è la loro frequenza, intensità e rapidità.
È il paradosso climatico del nostro tempo. Da una parte l’acqua che cade con una violenza senza precedenti, dall’altra la crescente scarsità della risorsa idrica. In poche settimane si può passare dai fiumi in piena a letti quasi asciutti. Mentre precipitazioni intense mettono in ginocchio interi territori, le falde si abbassano e la siccità continua a rappresentare una minaccia permanente per l’agricoltura, gli ecosistemi e le comunità. Il cambiamento climatico non è più una previsione per il futuro. È una realtà che condiziona il presente.
Di fronte a questo scenario, continuare a ragionare esclusivamente in termini emergenziali significa affrontare le conseguenze senza intervenire sulle cause e sulle fragilità che amplificano gli effetti degli eventi estremi. È una strategia costosa, inefficace e destinata a essere superata dai fatti.
Per questo la questione climatica dovrebbe diventare una priorità assoluta della politica pubblica nei prossimi anni. Non come tema settoriale riservato agli ambientalisti, ma come una grande sfida che coinvolge economia, infrastrutture, salute pubblica, sviluppo territoriale e coesione sociale. La vera domanda non è se possiamo permetterci di investire nella prevenzione. La domanda è se possiamo permetterci di non farlo.
Ogni anno miliardi di euro vengono spesi per ricostruire ciò che gli eventi estremi distruggono in poche ore. Eppure una parte significativa di quelle risorse potrebbe essere destinata a rendere i territori più sicuri prima che le emergenze si manifestino. La prevenzione non rappresenta un costo aggiuntivo: è il più efficace degli investimenti.
La questione centrale non è soltanto reperire nuove risorse. È cambiare approccio.
Per troppo tempo la cura del territorio è stata considerata una voce residuale della spesa pubblica, spesso la prima a essere sacrificata quando i bilanci degli enti locali entrano in difficoltà. Negli ultimi decenni si è spesso scelto di ridurre progressivamente proprio quelle professionalità che garantivano una presenza costante sul territorio.
Gli operatori idraulico-forestali, gli addetti alla manutenzione ambientale, gli operai comunali impegnati nella cura di strade, fossi, canali, boschi e aree verdi sono stati troppo spesso considerati un costo da contenere anziché una risorsa da valorizzare. In nome della riduzione della spesa pubblica sono stati ridotti gli organici, limitate le assunzioni e indebolite le competenze che rappresentavano un presidio fondamentale per la sicurezza delle comunità.
Eppure la prevenzione non si realizza soltanto attraverso grandi opere o interventi straordinari. Si costruisce anche attraverso il lavoro quotidiano di chi pulisce un canale di scolo prima che esondi, monitora un versante prima che ceda, mantiene in efficienza un corso d’acqua, si prende cura del patrimonio verde e forestale.
È un lavoro spesso invisibile, che raramente conquista le prime pagine, ma che fa la differenza tra un territorio curato e un territorio abbandonato. Per questo investire nella manutenzione significa investire anche nelle persone, ricostruire competenze pubbliche, rafforzare gli organici degli enti locali e riconoscere agli operatori della cura del territorio il ruolo strategico che svolgono nella prevenzione dei rischi ambientali e climatici.
Non servono, quindi, soltanto fondi straordinari da attivare dopo ogni alluvione o dopo ogni frana. Servono risorse strutturali, certe e continuative, che consentano a Comuni, Province, Comunità montane e Regioni di programmare interventi permanenti nel tempo.
La messa in sicurezza dei corsi d’acqua, la manutenzione dei versanti, la pulizia delle reti di drenaggio, la gestione del patrimonio arboreo, la tutela delle aree boschive e delle coste non possono dipendere da bandi occasionali o da finanziamenti emergenziali.
La cura del territorio deve diventare una funzione pubblica stabile, finanziata anno dopo anno e inserita in modo strutturale nei bilanci delle istituzioni locali. Così come nessuno metterebbe in discussione le risorse necessarie per mantenere una scuola, una strada o un ospedale, allo stesso modo dovrebbero essere garantite quelle indispensabili alla manutenzione ambientale e territoriale.
Lo stesso vale per il verde urbano. Alberi, parchi e infrastrutture verdi producono benefici ambientali, sociali e sanitari, ma richiedono programmazione e manutenzione. Non basta finanziare la piantumazione: occorre finanziare la cura. Altrimenti si continua a investire nell’annuncio e non nel risultato.
La vera sfida è passare da una politica dell’emergenza a una politica della manutenzione. Perché un territorio curato è un territorio più sicuro, più resiliente e meno esposto agli effetti degli eventi estremi. E perché ogni euro investito nella prevenzione evita costi molto maggiori in ricostruzione, risarcimenti e gestione delle emergenze.
In questo senso, la transizione ecologica non può essere considerata soltanto come un insieme di obiettivi ambientali. Deve diventare una strategia di governo del territorio fondata su investimenti stabili, programmazione di lungo periodo e responsabilità pubblica.
Non servono misure spot o interventi straordinari annunciati dopo ogni catastrofe. Serve una scelta politica chiara: garantire alle istituzioni locali le risorse necessarie per prendersi cura, ogni giorno, del territorio che amministrano.
La sfida climatica rappresenta probabilmente la più grande questione politica, economica e sociale del XXI secolo. Riguarda la sicurezza delle persone, la tenuta dei territori, la competitività delle imprese e la qualità della nostra democrazia. Investire oggi nella cura del territorio e nell’adattamento climatico significa costruire sicurezza, occupazione, innovazione e benessere.
E il primo passo non è aspettare la prossima emergenza, ma fare della cura quotidiana del territorio una priorità permanente dell’azione pubblica.
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