Da Mao all’intelligenza artificiale: il capitalismo di Stato cinese
Dalla pianificazione alle riforme di Deng, fino alle ambizioni tecnologiche di Xi: come è cambiata l’economia cinese e quali sfide ne segnano il futuro.

ANSA
Quando Mao Zedong e il Partito Comunista presero il potere nel 1949, la Cina era un Paese prevalentemente rurale, impoverito da decenni di guerre civili e dall’invasione giapponese. Il nuovo governo introdusse un sistema economico ispirato al modello sovietico, fondato sulla collettivizzazione forzata di ogni attività, sulla proprietà pubblica dei mezzi di produzione e sulla pianificazione statale. Ogni cosa era sotto il rigido e spesso spietato controllo del partito comunista e della sua nomenclatura. Di fatto economia e politica coincidevano, e la struttura centrale e territoriale del partito comunista dirigeva anche la politica economica. Negli anni Cinquanta furono nazionalizzate industrie, banche e imprese private. Il primo piano quinquennale, avviato nel 1953, favorì lo sviluppo dell’industria pesante, dell’acciaio, dell’energia e dei trasporti. Il settore agricolo venne progressivamente collettivizzato, con la creazione delle cooperative e poi delle comuni popolari.
Il tentativo più radicale fu il Grande balzo in avanti, lanciato nel 1958. L’obiettivo era accelerare contemporaneamente industrializzazione e produzione agricola attraverso le comuni rurali e piccoli impianti locali. Il progetto si rivelò però disastroso: la produzione agricola crollò, le informazioni furono manipolate e tra il 1959 e il 1961 una gravissima carestia provocò milioni di vittime, stimate addirittura tra i venti e i quaranta milioni di cinesi. Il fallimento del Grande Balzo determinò anche una crisi ai vertici del sistema di potere cinese. Il potere assoluto di Mao venne messo in discussione, e anche se formalmente rimaneva il capo del partito e del Governo, figure più moderate presero il sopravvento almeno nella gestione dei processi economici.
Nel 1966 Mao, per riconquistare pienamente il potere, lanciò la cosiddetta rivoluzione culturale contro i Quattro vecchi (vecchie idee, vecchia cultura, vecchie abitudini e vecchi comportamenti). Con un formidabile strumento di propaganda come il libretto rosso, che raccoglieva frasi, massime e aforismi di Mao, si esortarono gli studenti e i giovani a «bombardare il quartiere generale», cioè i vertici moderati del partito che avevano messo sotto scacco Mao. Il risultato fu una vera e propria persecuzione di massa della fazione moderata del partito, con processi sommari, esecuzioni e massacri. Si stima che durante la rivoluzione culturale morirono milioni di dirigenti, militanti e iscritti del partito, e molti cittadini che per una ragione o per l’altra erano oggetto di feroci vendette sociali e spesso anche personali.
Durante la Rivoluzione culturale, iniziata nel 1966, l’economia subì ulteriori sconvolgimenti. La chiusura o il rallentamento di scuole e università, le persecuzioni politiche e l’instabilità colpirono la produttività e la capacità amministrativa del Paese. Nonostante alcuni progressi nell’industrializzazione e nell’alfabetizzazione, alla morte di Mao, nel 1976, la Cina rimaneva relativamente povera e tecnologicamente arretrata rispetto alle economie occidentali. Ancora per due anni il potere restò nelle mani dei dirigenti che avevano affiancato Mao nella Rivoluzione culturale e che furono definiti “la banda dei quattro”, tra i quali spiccava il nome di Jiang Qing, quarta moglie e vedova di Mao. Nel 1978 i quattro furono arrestati e condotti a processo per gli efferati crimini che avevano commesso e capo del Partito Comunista divenne il principale oppositore moderato di Mao, Deng Xiaoping.
Pur mantenendo il controllo politico del Partito Comunista, Deng avviò una profonda trasformazione economica, spesso definita “socialismo con caratteristiche cinesi”. Le riforme iniziarono dall’agricoltura. Il sistema delle comuni fu gradualmente smantellato e venne introdotto il sistema di responsabilità familiare: i contadini potevano coltivare individualmente la terra e vendere parte della produzione sul mercato, pur senza possederla formalmente. Questa maggiore autonomia aumentò rapidamente la produttività agricola.
Successivamente furono create le zone economiche speciali, soprattutto lungo la costa, come Shenzhen. In queste aree furono concessi incentivi fiscali, maggiore libertà imprenditoriale e condizioni favorevoli agli investimenti stranieri. La Cina divenne così una piattaforma produttiva per le multinazionali, grazie alla disponibilità di manodopera numerosa e relativamente economica. Deng sintetizzò il nuovo orientamento con una frase divenuta famosa: «Non importa che il gatto sia bianco o nero, l’importante è che acchiappi i topi». L’efficienza economica divenne più importante della purezza ideologica. Lo Stato continuò a controllare i settori strategici, ma consentì la crescita di imprese private, mercati locali e forme di concorrenza.
Negli anni Novanta la Cina accelerò il processo di industrializzazione e urbanizzazione. Milioni di persone si trasferirono dalle campagne alle città, alimentando la crescita delle fabbriche e dei servizi. Le imprese statali meno efficienti furono ristrutturate, mentre aumentarono le aziende private e le joint venture con società straniere. L’adesione all’Organizzazione mondiale del commercio, nel 2001, rappresentò un passaggio decisivo. La Cina ottenne un accesso più stabile ai mercati internazionali e divenne uno dei principali centri manifatturieri del pianeta. Prodotti tessili, elettronica, giocattoli, macchinari e successivamente componenti tecnologici venivano esportati in tutto il mondo.
La crescita si basava su alcuni elementi fondamentali:
- bassi costi di produzione;
- forti investimenti in infrastrutture;
- elevati risparmi delle famiglie;
- sviluppo delle esportazioni;
- attrazione di capitali e tecnologie straniere;
- intervento diretto dello Stato nell’economia.
Tra il 1978 e gli anni Duemila, il prodotto interno lordo cinese crebbe a ritmi eccezionali. Centinaia di milioni di persone uscirono dalla povertà e si formò una vasta classe media urbana. Anche il dominio di Deng ebbe le sue contraddizioni e, sia pur con notevoli aperture economiche, fu segnato da tratti fortemente illiberali e autoritari. Verso la fine del suo mandato, nel 1989, quando tutto il mondo viveva un fremito libertario con la caduta del muro di Berlino, Deng scatenò una durissima repressione contro gli studenti che chiedevano maggiori libertà e riforme sociali e che furono fortemente colpiti: sono simboliche e terribili le immagini della repressione studentesca di Piazza Tiananmen. Sul piano economico le riforme varate da Deng ebbero un effetto importante e duraturo fino ai primi anni del nuovo millennio, segnando una crescita a tratti impetuosa.
La crisi finanziaria globale del 2008 mise in discussione il modello basato quasi esclusivamente sulle esportazioni. Per sostenere l’economia, il governo cinese lanciò un enorme piano di stimolo fondato su infrastrutture, edilizia e credito. Furono costruite autostrade, ferrovie ad alta velocità, aeroporti e nuove città. Questa politica evitò una brusca recessione, ma produsse anche effetti problematici: aumento dell’indebitamento, sovracapacità industriale e forte espansione del settore immobiliare. Molte amministrazioni locali dipesero dalla vendita dei terreni e dal debito per finanziare la propria crescita.
Negli anni successivi Pechino cercò di spostare l’economia verso i consumi interni, i servizi e l’innovazione tecnologica. Aziende come Alibaba, Tencent, Huawei, BYD e molte altre contribuirono alla crescita dell’economia digitale, dell’e-commerce, delle telecomunicazioni e dei veicoli elettrici. Con Xi Jinping, divenuto segretario generale del Partito Comunista nel 2012, il ruolo dello Stato nell’economia è tornato più forte. Il governo ha sostenuto grandi programmi industriali, tra cui Made in China 2025, destinato a rafforzare la produzione nazionale nei settori strategici: semiconduttori, robotica, aerospazio, intelligenza artificiale, biotecnologie e veicoli elettrici.
La Belt and Road Initiative, lanciata nel 2013, ha esteso gli investimenti cinesi in infrastrutture, porti, ferrovie ed energia in Asia, Africa, Europa e America Latina. L’iniziativa ha rafforzato l’influenza internazionale della Cina, ma ha suscitato anche critiche legate alla sostenibilità del debito, alla trasparenza e alla dipendenza economica dei Paesi partner. Durante questo periodo il governo ha inoltre rafforzato il controllo sulle grandi imprese tecnologiche private, sostenendo la necessità di ridurre le disuguaglianze e limitare i rischi finanziari. La campagna per la “prosperità comune” ha cercato di contenere l’eccessiva concentrazione della ricchezza, anche se ha accresciuto l’incertezza per alcuni investitori privati.
Le principali difficoltà attuali
L’economia cinese continua a essere una delle più grandi e dinamiche del mondo, ma oggi affronta sfide importanti. La prima è il rallentamento della crescita. Dopo decenni di espansione rapidissima, è diventato più difficile mantenere gli stessi ritmi. Il modello fondato su investimenti ed esportazioni deve confrontarsi con una domanda interna meno vivace e con una maggiore concorrenza internazionale.
Un secondo problema riguarda il settore immobiliare. Il forte indebitamento di imprese e amministrazioni locali ha reso fragile il mercato delle abitazioni. La crisi di grandi gruppi immobiliari ha ridotto la fiducia dei consumatori e pesato sull’attività economica. La Cina deve inoltre affrontare l’invecchiamento della popolazione e la diminuzione della forza lavoro. Per molti anni la crescita è stata alimentata da una grande disponibilità di lavoratori; oggi, invece, il Paese deve investire maggiormente in produttività, automazione e innovazione.
Un altro elemento di tensione è il rapporto con gli Stati Uniti e con altri Paesi occidentali. Le controversie riguardano semiconduttori, tecnologia, commercio, sicurezza delle catene di approvvigionamento e accesso ai mercati. Le restrizioni all’esportazione di tecnologie avanzate possono rallentare alcuni settori cinesi, ma allo stesso tempo spingono Pechino a sviluppare una maggiore autosufficienza tecnologica. Infine, la Cina deve conciliare crescita economica e transizione ecologica. Il Paese è tra i maggiori produttori di emissioni al mondo, ma è anche leader nelle energie rinnovabili, nei pannelli solari, nelle batterie e nei veicoli elettrici.
Oggi la Cina sta compiendo un ulteriore grande sforzo: diventare il Paese leader nell’applicazione dell’intelligenza artificiale. Uno dei maggiori esperti di economia e intelligenza artificiale, Kai-Fu Lee, sostiene che oramai è in corso una sfida a due tra Stati Uniti e Cina sul dominio e l’uso dell’intelligenza artificiale. Non vi è dubbio che gli Stati Uniti siano stati il Paese in cui essa è nata e si è sviluppata, ma progressivamente la Cina ha investito sempre di più, scalando ogni classifica e ponendosi di fatto ora in diretta competizione con gli Stati Uniti. In particolare la Cina sta lavorando al potenziamento e all’inserimento dell’IA in tutti i processi produttivi.
La Cina ha compreso che la tecnologia intelligente cambierà e velocizzerà per sempre la nostra vita, semplificando ogni cosa e permettendoci di avere un controllo efficiente su tutte le azioni della vita quotidiana. Dall’ondata percettiva, ora stiamo passando a quella autonoma, con macchine intelligenti che possono sostituirci in molte azioni faticose e che richiedono solo una nostra piccola azione di controllo. Il suo impatto rivoluzionario permette di rimodellare le infrastrutture, le imprese, l’istruzione, i servizi fondamentali e le relazioni umane. La Cina ha adottato con l’IA lo stesso approccio usato storicamente: copiare per riprodurre. E potenziare. E con un Paese che ancora possiede un controllo totale sulle scelte, le decisioni e i processi economici, l’attuazione diviene molto più veloce e facile che nelle democrazie occidentali. Possiamo per questo dire che oramai la Cina è lanciata verso una leadership del settore più importante e decisivo della vita e dell’economia.
Dall’epoca di Mao ai giorni nostri, l’economia cinese ha attraversato tre grandi fasi: la pianificazione centralizzata, la liberalizzazione controllata iniziata da Deng Xiaoping e l’attuale modello di capitalismo statale, caratterizzato da forte intervento pubblico e ambizioni tecnologiche globali. La trasformazione ha prodotto risultati straordinari: industrializzazione, urbanizzazione, riduzione della povertà e affermazione della Cina come potenza mondiale. Tuttavia, il futuro non è privo di rischi. L’indebitamento, la crisi immobiliare, l’invecchiamento demografico, le disuguaglianze e le tensioni geopolitiche obbligano il governo cinese a ripensare il proprio modello di sviluppo. La Cina non sembra intenzionata ad abbandonare il controllo politico dello Stato sull’economia. Piuttosto, mira a costruire un sistema capace di combinare mercato, pianificazione strategica, innovazione tecnologica e potere pubblico. Il successo di questo equilibrio avrà conseguenze non solo per la Cina, ma per l’intera economia mondiale.
Possiamo definire questo modello in diversi modi. Socialismo temperato, economia mista a regolazione statale. Tuttavia l’adesione di fatto ai meccanismi del mercato, combinata con una stretta regolazione centralizzata e indirizzata dallo Stato, ci fa propendere verso la definizione di capitalismo di Stato.
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati