Da Assisi al mondo, la rivoluzione di Francesco secondo Marco Bartoli

Il medievista racconta i primi secoli dei frati Minori: la predicazione, i viaggi, l’incontro con l’Islam e un messaggio di pace ancora vivo.

Antonio SalvatiInterviste
Da Assisi al mondo, la rivoluzione di Francesco secondo Marco Bartoli

ANSA

Il 2026 è l’anno dell’ottavo centenario della morte (il "Transito”) di san Francesco di Assisi (1226). Un anno straordinario inaugurato il 10 gennaio scorso nella basilica di Santa Maria degli Angeli davanti alla Porziuncola ad Assisi. Si tratterà di un evento speciale. Numerose manifestazioni si svolte e tante ne sono in programma.

Il 4 ottobre 2026, giorno del Santo Patrono d'Italia, diventerà ufficialmente una Festa Nazionale in Italia, dopo l'approvazione di una legge nel 2025. L’iniziativa dell’ostensione delle spoglie mortali o reliquie sacre di san Francesco tenutasi ad Assisi dal 22 febbraio al 22 marzo 2026, nella Chiesa inferiore della Basilica di San Francesco, ha richiamato oltre cinquecentomila pellegrini prima della conclusione.

Un ampio interesse vivo e trasversale per la figura del Santo di Assisi, personalmente riscontrato recentemente durante una visita ad Assisi. Un interesse che non conosce confini: non riguarda solo gli italiani o gli europei, ma abbraccia persone di ogni provenienza, cultura e condizione.

San Francesco è un uomo che ancora oggi interpella la vita di tanti senza distinzioni, malgrado la distanza cronologica e culturale. La sua vita ha avuto un impatto enorme in tanti campi, ispirativa della nostra cultura, della nostra civiltà, al di là dell’orizzonte strettamente cristiano.

Non ha solo fondato un ordine religioso, ma ha fornito un notevole contributo a livello culturale per la lingua italiana, nell’ambito delle arti figurative e dell’ecologia. La sua vita, segnata da una chiara connotazione religiosa, è stata una scelta radicale, profondamente diversa da quella della maggior parte di coloro che oggi lo venerano, lo stimano e lo amano. Un’esistenza, così austera e gioiosa, ma ricca di Spirito e relazioni, che può sembrare spesso irraggiungibile, ineguagliabile.

In realtà, i suoi insegnamenti continuano a donarci ispirazioni nel cuore, intuizioni nella mente, scuotendoci dal torpore e dal sonnambulismo. Pertanto, l’ottavo centenario della morte di san Francesco diviene un tempo di memoria e di raccolta – come ha affermato Papa Leone XIV – di un seme “gettato nella terra che continua a generare frutti di pace, fede e amore”. 

Uscirà nei prossimi giorni l’ultima fatica Marco Bartoli, medievista e insigne esperto di storia del francescanesimo, La Regola di Francesco. I frati Minori da Assisi al mondo (Carocci 2026 pp. 236 € 22,00).

Bartoli, allievo di Raoul Manselli, è autore di numerosi saggi e diversi libri, tra i quali segnaliamo: Santa innocenza. I bambini nel Medioevo (‎San Paolo Edizioni, 2021); Chiara. Una donna tra silenzio e memoria (San Paolo Edizioni, 2001), François et les pauvres: entre aumône et partage (Editions Franciscaines, Paris, 2011), Gli ultimi anni di Francesco d’Assisi (Edizioni Biblioteca Francescana Milano 2025). 

Nel suo ultimo volume Bartoli delinea in particolar modo la storia nei secoli iniziali dell’Ordine dei frati Minori e del loro impatto con il mondo in trasformazione del suo tempo. Francesco d'Assisi, com’è noto, con i primi fratres, volle dar vita a una comunità itinerante, il cui orizzonte doveva essere il mondo intero, secondo la forma del Vangelo.

Un libro che ci dice tanto sulla “missione francescana”, una storia di predicazione di pace e fratellanza che ha toccato Parigi, ma anche Khambaliq (Pechino) e Tenochtitlán (Città del Messico).

Basandosi sulle fonti e sulla storiografia più accreditata, il volume ripercorre la storia e le metamorfosi di questo messaggio che da oltre otto secoli si irradia da Assisi al mondo intero. Abbiamo incontrato Bartoli per saperne di più. 

  1. Il tuo libro racconta la storia nei secoli iniziali dell’Ordine dei frati Minori e del loro impatto con il mondo in trasformazione del suo tempo. Un impatto che ovviamente scaturisce dall’intuizione evangelica di Francesco d’Assisi. Puoi indicarci i tratti salienti di questa influenza “francescana”?

I frati Minori nei secoli si sono divisi e hanno anche combattuto tra loro, a volte fino al sangue. Gli storici hanno avuto difficoltà a descrivere una storia unitaria del francescanesimo. Molti anni fa andava di moda parlare di “tradimento” dell’intuizione originaria, poi si è preferito parlare di “metamorfosi”, cioè di profondi cambiamenti.

Studiando però le vicende dei frati Minori tra il XIII e XVI secolo si coglie un’ispirazione identitaria che ha accompagnato le diverse generazioni di frati, pur nell’infinita varietà di applicazioni pratiche. Un aspetto comune ad esempio è rappresentato dall’impegno nella comunicazione: tutti i frati Minori, da Bonaventua ai Cappuccini, hanno creduto nella forza delle parole e hanno cercato nuovi modi per comunicare.

Tutto questo aveva avuto inizio con Francesco, che è stato un vero genio della comunicazione. Tanto per fare un esempio: nel 1209. Francesco, con una decina di compagni, si recò a Roma per ottenere l’approvazione del papa alla sua forma di vita secondo il Vangelo. Come tutti sappiamo, dopo una certa procedura venne condotto alla presenza del pontefice. La Curia romana aveva due preoccupazioni: una di carattere dottrinale (accertarsi dell’ortodossia del gruppo) e l’altra di carattere economico (ogni nuova esperienza doveva avere risorse o rendite per mantenersi).

Francesco nel suo gruppo aveva accolto ricchi e poveri e tutti avevano rinunciato ai loro possessi per darli ai poveri: come si sarebbero sostenuti? La risposta, con tutta probabilità inventata sul momento è in una parabola che colpì per la sua originalità un chierico inglese, Oddone da Cheriton, che la trascrisse in seguito nei suoi Sermones.

«Frate Francesco, alla domanda: Chi avrebbe nutrito i suoi frati, visto che accet¬tava indifferentemente tutti, rispose: Un re rese incinta una donna nel bosco. Essa diede alla luce un figlio. Avendolo nutrito per un po’ di tempo, bussò alla porta del re, perché d’ora in poi provvedesse lui a sostentare il suo figlio. Appena la cosa fu annunciata al re, rispose: «Tanti uomini perfidi e inutili mangiano nella mia reggia; è ben giusto che mio figlio possa prendere il suo nutrimento tra loro». E spiegando questa parabola, frate Francesco disse di essere egli questa donna che il Signore ha fecondato con la sua parola, per cui ha generato tanti figli spirituali. Se dunque il Signore provvede a tante persone ingiuste, non c’è da stupirsi che egli provveda fra gli altri ai propri figli».

La genialità di Francesco in questo caso consistette nell’usare un linguaggio tipicamente laico, tipico della cultura cortese, per esprimere un concetto religioso: se Dio mi ha dato dei figli, sarà lui, come padre buono, a provvedere al loro sostentamento.

  1. Francesco ha fatto dell’andare per il mondo per annunciare il Vangelo una delle caratteristiche centrali della fraternità nata attorno a lui. In altri termini, sin dai primissimi momenti Francesco d’Assisi aveva proposto ai suoi il modello dei discepoli mandati da Gesù per città e villaggi. Puoi dirci qualcosa sulla “missione francescana”?

Uno degli episodi più ripresi in tutte le fonti agiografiche francescane descrive il momento in cui Francesco inviò i primi frati a predicare.

«In quel tempo entrò nella comunità religiosa un altro uomo pieno di bontà, così il loro numero fu portato a otto. Allora il beato Francesco li radunò tutti insieme, e dopo aver parlato loro a lungo del regno di Dio, del disprezzo del mondo, del rinnegamento della propria volontà, del dominio che si deve esercitare sul proprio corpo, li divise in quattro gruppi, di due ciascuno, e disse loro: «Andate, carissimi, a due a due per le varie parti del mondo e annunciate agli uomini la pace e la penitenza in remissione dei peccati» [VbF xii,29].

Se i frati erano otto l’episodio deve collocarsi prima del viaggio a Roma, quando erano dodici. Dunque Francesco inviò i suoi primissimi compagni dopo una semplice esortazione personale, senza alcuna formazione speicifica. Probabilmente erano tutti laici, digiuni di studi teologici.

Francesco però credette possibile inviarli “per le varie parti del mondo” per annunciare la pace e invitare tutti alla penitenza, promettendo il perdono. Questa scelta era del tutto inusuale: per formare un  predicatore normalmente erano necessari anni di studio.

Persino i Valdesi, che pochi anni prima avevano dato vita ad un’intensa attività di predicazione, prima di inviare qualcuno gli chiedevano di imparare a memoria larghi brani del Nuovo Testamento. Per Francesco i frati dovranno predicare, con le parole e con la vita, la grandezza di Dio.

  1. Francesco a partir dal 1209 cominciò a inviare i suoi fratres per il mondo, semplicemente per vivere secondo la forma del santo Vangelo. Un desiderio che non fu compreso dalla Curia romana. Ci aiuti a comprendere le modalità di vita itinerante dei primi fratres?

La migliore descrizione della vita pensata da Francesco per i suoi frati si trova nel capitolo XIV della Regola non bollata, che secondo gli specialisti, faceva parte del proposito presentato da Francesco a Innocenzo III.

«Quando i frati vanno per il mondo, non portino niente per via, ne´ sacco, ne´ bisaccia, ne´ pane, ne´ pecunia, ne´ bastone. E in qualunque casa entreranno dicano prima: Pace a questa casa. E dimorando in quella stessa casa mangino e bevano quello che ci sara` presso di loro. Non resistano al malvagio; ma se uno li percuote su una guancia, gli offrano anche l’altra. E se uno toglie loro il mantello, non gli impediscano di prendere anche la tunica. 6 Diano a chiunque chiede a loro; e a chi toglie le loro cose, non le richiedano»[RnB XIV]. 

Le prime missioni non dovettero essere facili. La Leggenda dei tre compagni, ad esempio, racconta che 

«Tutti quelli che li vedevano, ne erano fortemente meravigliati per quel loro modo di vestire e di vivere così differente da qualunque altro: sembravano proprio degli esseri boschivi. Dovunque entravano, fosse una città, un castello, un villaggio o una casa, annunziavano la pace, esortando tutti a temere e amare il Creatore del cielo e della terra e ad osservare i suoi comandamenti». [Leg. Trium Sociorum X, 37]

  1. Quel che colpisce – leggendo il tuo volume – è che sin dall’inizio, il piccolo gruppo di penitenti di Assisi, privi di formazione teologica, che conducevano una vita marginale spesso disprezzata, aveva come orizzonte il mondo intero. Le fonti raccontano di viaggi, anche molto lontano. Alcuni frati conobbero anche il martirio.

Il caso più eclatante è quello di frate Egidio, che le fonti presentano come un “semplice”, cioè un uomo senza cultura. Nella Vita scritta dopo la sua morte si narra che andò, su licenza di Francesco, in Terra Santa, in Spagna, fino a Compostela, e poi a Tunisi. Il primo viaggio in Terra Santa sembra sia stato nel 1212, cioè appena tre anni dopo l’inizio della fraternitas. Nel 1220 vi fu poi l’episodio dei primi frati martiri in Marocco. Ma già da qualche anno i frati avevano raggiunto la Siria, l’Ungheria, la Germania, la Francia e la Spagna.

Questa espansione missionaria non si concluse con la morte di Francesco, basti pensare che nel 1247 Giovanni da Pian del Carpine raggiunse Karakorum, allora capitale dell’impero mongolo. Erano passati appena vent’anni dalla morte di Francesco.

Si resta ammirati davanti a questo frate che, a piedi o a cavallo, percorse, tra andata e ritorno, circa 17.000 o 18.000 chilometri, pari a quasi la metà della circonferenza della sfera terrestre. Il viaggio durò 15 mesi per l’andata e circa 12 per il ritorno, la permanenza a Karakorum fu di 4 mesi, durante i quali assistette all’ elezione di Güyük Khan, sotto il quale i mongoli avanzeranno nella conquista della Cina, fino a quando nel 1279 sposteranno la capitale a Khanbaliq, il nome mongolo di Pechino/Beijin. 

  1. Francesco aveva desiderato raggiungere le terre di Islam sin dal 1212, ma la nave aveva fatto naufragio; poi aveva tentato passando per la Spagna, ma era stato fermato dalla malattia. Infine, decise di recarsi in Terra Santa nel 1220, quando i crociati avevano posto l’assedio all’importante porto di Damietta in Egitto. A Damietta avvenne il famoso incontro con Malik al-Kamil del 1220. Ciò che è assolutamente originale è il fatto che nessuna fonte accenna a parole di disprezzo verso l’Islam e verso il suo profeta da parte di Francesco. Questa circostanza merita di essere sottolineata. Cosa ci dici?

La guerra, ogni guerra (e la spedizione crociata non era estranea a ciò) produce una visione distorta del nemico, che è sempre privato dei tratti umani e descritto come pazzo, indemoniato, disumano.

La prima biografia di Mohammed che sia circolata in Occidente è quella che Gilberto di Nogent ha inserito nella sua cronaca della prima crociata. In essa il profeta è descritto come un epilettico (quindi un indemoniato) che muore divorato dai maiali.

È a questo tipo di propaganda che probabilmente risalgono anche le offese dei frati in Marocco. Francesco rifiutandosi di offendere il profeta in realtà fa qualcosa di raro: si distacca dall’odio e dalla propaganda bellica che accompagnava l’impresa crociata. È questo atteggiamento che gli guadagna la benevolenza del Sultano.

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