Cultura e politica: un legame da ritrovare

Adriana MartinoBattaglia delle Idee
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ANSA

Quando Goffredo Bettini mi ha comunicato l’intenzione di dar vita a una rivista che si sarebbe chiamata Rinascita, ispirandosi alla storica rivista del PCI, non ho potuto trattenere una certa commozione. Come potevo non ricordare il significato che Rinascita ha avuto al tempo della mia giovinezza? Era la rivista fondata da Togliatti, lo strumento di elaborazione e di diffusione politica e culturale che contribuiva a orientare noi militanti sui temi più scottanti e a fornirci una guida ideologica.

Ma Rinascita ospitava anche interventi e articoli di intellettuali di formazione non marxista, a cui si aggiunse nel 1965 un supplemento mensile, “Il Contemporaneo”, importante in quanto si occupava di temi e problemi inerenti allo spettacolo dal vivo, all’arte e al cinema, settori in cui ero particolarmente impegnata sia per motivi professionali che sociali.

L’interesse e l’allargamento per questi molteplici temi erano dovuti non a caso a quella visione togliattiana che voleva connettere, in un “nuovo blocco storico” gramsciano, l’incontro di una cultura progressista del paese con le masse popolari anche attraverso le arti. Questa necessità di una saldatura tra società civile e società politica ha fatto parte fin dall’inizio della strategia togliattiana, che non a caso lo portò alla scelta di affidare a un editore non organico al PCI come Einaudi la pubblicazione delle “Lettere dal carcere” di Gramsci, pur avendo a disposizione la propria casa editrice, gli Editori Riuniti.

Nei decenni successivi, fino al 1991, c’è sempre stata nel PCI la preoccupazione costante di tenere vivo il rapporto con i settori artistici, e lo faceva attraverso la presenza di proprie commissioni culturali che servivano a rendere organici i rapporti con le competenze specifiche del mondo artistico, della musica, del teatro e del cinema. Commissioni dove si discutevano i mutamenti e le tendenze che avvenivano nei singoli settori, l’impatto sui mass media, il rapporto con le istituzioni culturali, oltre all’approfondimento delle leggi.

Certamente questo rapporto è stato ondivago e mai del tutto pacifico, ma si è sempre riconosciuto che la creazione artistica era un tema fondante della riflessione del PCI di quegli anni. Questa strategia aveva inizialmente avuto anche una funzione pedagogica, ma ebbe poi negli anni la sua evoluzione verso una visione meno egemonica e più integrata nella società civile: la cultura non più intesa come strumento di lotta politica e di propaganda, ma aperta a una visione pluralista ed estesa ai diritti civili.

Era cresciuta la consapevolezza che la fruizione dell’arte, della musica e del teatro faceva parte del tempo libero delle persone in quanto individui, che le sottraeva alla passività, che aiutava le relazioni umane e quindi, per estensione, quelle collettive del mondo civile e del mondo del lavoro.

Tutte queste considerazioni non le faccio per riportarle nel ricordo nostalgico di un periodo storico ormai irripetibile, ma la nuova Rinascita porta inevitabilmente al riaffacciarsi di tanti interrogativi, porta a ritrovare nuove e antiche analisi sui mutamenti sociali avvenuti nel tempo e sui motivi storici e politici per cui si è così affievolito il rapporto fra la sinistra e gli intellettuali.

Lungi da me voler affrontare un tema così complesso e tormentato, che è stato oggetto in tutti questi decenni di fiumi di inchiostro e di polemiche infinite. Certamente, se una nuova rivista ha l’ambizione di richiamarsi a una testata così ricca di storia come Rinascita, credo possa avere l’ambizione, per esempio, di stimolare un dibattito su come vengono percepiti oggi tutti quei temi che da sempre hanno fatto parte della cultura della sinistra: temi come la scuola, l’università, la musica, le arti, il cinema, i musei.

Sarebbe utile far conoscere come la classe politica che si richiama alla sinistra se ne stia occupando oggi concretamente e se nei suoi programmi si senta la necessità di collegarsi più organicamente con questi settori, che riconoscono nel godimento di quei beni una loro occasione di crescita culturale.

Le disuguaglianze e l’impoverimento delle masse popolari, nonostante la democratizzazione dell’accesso tecnologico all’informazione, hanno creato nuove forme di povertà e di rinuncia all’uso e al godimento di questi beni. La transizione digitale ha incrementato contenuti spesso di bassa qualità, alimentando “l’ignoranza di massa”, specialmente nelle aree svantaggiate, e annullando così lo spirito critico.

Il declino della TV generalista è stato certamente l’inizio di un degrado che ha collocato le produzioni culturali sempre più in basso, come qualità e come contenuti. Ma sappiamo bene che la formazione dei buoni cittadini è la sfida centrale del nostro tempo, l’enorme problema sociale. Perché è l’ignoranza di massa quella che tutela in maniera agguerrita gli interessi di settori politici ed economici dominanti, quegli interessi che diffondono il conformismo e contribuiscono alla spoliticizzazione della politica.