Cuba, un'anomalia necessaria: il futuro dell’umanità è legato all'isola
Tra embargo, solidarietà internazionale e contraddizioni interne, l’isola continua a rappresentare un’esperienza unica di autodeterminazione e giustizia sociale

ANSA
Basta un colpo d’occhio alla carta geografica per capire quanto valore e cosa rappresenti l’indipendenza di Cuba e dei cubani. La principale isola delle Antille, a poche miglia dalla Florida dal Messico, ma ancor più vicina ad Haiti, dove gli schiavi, arrivati incatenati via mare dall’Africa, furono i primi a dar vita nel continente americano ad uno stato libero ed indipendente. Vista da Nord, Cuba era facile e comoda terra di conquista e di svago, vista da Sud era terra di libertà e di riscatto. Per il Nord, bianco, puritano e imperialista, un’anomalia insopportabile, per il Sud, meticcio, oppresso, indio, dal Rio Negro alla Patagonia, un ideale. Nel mezzo Cuba con la sua storia, con la sua gente, con la sua revolución, con i suoi miti e con i suoi limiti.
Noi abbiamo imparato a conoscerla togliendoci di dosso le chiavi di lettura ideologiche, evitando paralleli e facili entusiasmi. Abbiamo avuto la possibilità, o il privilegio, di rapportarci con Cuba attraverso il sindacato, la Central de Trabajadores de Cuba, le sue federazioni e le sedi territoriali, incontrando lavoratori e le lavoratrici nelle assemblee e nei congressi, in un rapporto schietto, franco, leale, anche duro, quando non ci siamo trovati d’accordo, ma sempre con reciproco rispetto e consapevoli di essere dentro sistemi e percorsi storici e politici diversi, ma con profonde radici e fondamenta in comune: solidarietà e un internazionalismo fondati sull’uguaglianza, sulla cooperazione tra i popoli, sui diritti universali e sulla pace.
La frase di José Martí (1835-1895), «nuestra patria es la humanidad» riportata sul muro di cinta, all’ingresso del cimitero degli eroi, a Santiago de Cuba, condensa la visione e l’orizzonte della società cubana, confermando quei valori e quei principi fondanti che ci uniscono. Il filosofo, poeta, politico cubano esortava così, la popolazione dell’isola, a liberarsi dal giogo del colonialismo con un orizzonte universale, quando ancora non esistevano le Nazioni Unite, mentre gli stati si contendevano, a suon di cannoni e di massacri, territori, risorse e popolazioni del pianeta per dominare e per arricchirsi. Una storia che, purtroppo, non è ancora finita.
Cuba, una volta liberatasi dall’ultimo dittatore di turno, Fulgencio Batista, asservito al potere ed agli interessi della mafia e degli USA, ha costruito una esperienza di autodeterminazione unica nel continente, rompendo le catene dello sfruttamento, riappropriandosi delle proprie risorse e del proprio futuro, senza mai far mancare il proprio sostegno e solidarietà alle lotte di liberazione di altri popoli dall’America Latina all’Africa ed alla cooperazione in ambito sanitario, per combattere epidemie (ebola, malaria, covid-19) e sostenere i servizi sanitari nazionali in ogni parte del mondo (si parla di 163 paesi che hanno avuto cooperazione sanitaria da Cuba!). Per quanto ci riguarda, mai potremo scordare la presenza ed il grande contributo professionale ed umano della Brigata di medici “Henri Reeve” nei distretti sanitari di Torino e di Pavia durante la prima emergenza covid. A cui rispondemmo con una tempestiva campagna di solidarietà che consegnò a La Habana un aereo carico di materiali ed attrezzature sanitarie destinate ai reparti di terapia intensiva degli ospedali distrettuali dell’isola. Come non ricordare che, nonostante l’embargo, Cuba riuscì a produrre cinque tipi di vaccini anti-covid, distribuiti in una campagna nazionale alla propria popolazione e poi offrendoli alle altre nazioni a prezzo di costo, mettendo a nudo lo strapotere e gli interessi delle multinazionali farmaceutiche sopra la vita e la sicurezza sanitaria di intere nazioni. Cuba ha prodotto vaccini e non armi.
Ma l’indipendenza e lo strappo dall’impero sono sempre stati insopportabili per la politica imperialista americana. Tant’è che la spiegazione della rivoluzione del 1959 è stata, volutamente e strumentalmente, letta in chiave geopolitica, della guerra fredda, negando così il portato storico di quel levantamiento all’instaurazione di un regime comunista, dentro il cortile di casa. Così facendo si è voluto appiattire tutto alle solite categorie di analisi, alla contrapposizione tra occidente capitalista e blocco comunista, rimuovendo le ragioni profonde: per dirla alla Galeano, le vene aperte dell’America Latina. Quella rivoluzione, invece, è molto di più, è la liberazione ed il riscatto dei popoli oppressi, delle culture meticce e indigene, che affonda le sue radici nei cinquecento anni di conquista e nelle diverse forme del colonialismo e del potere che le classi dominanti, alternandosi nel corso dei secoli, comprese quelle che si svincolarono dagli imperi coloniali nel XIX secolo, ma che riprodussero gli stessi sistemi di controllo politico ed economico sulle popolazioni, praticamente, sostituendosi alla colonia.
Cuba rappresenta, quindi ,questa anomalia. La revolución è riuscita dove hanno fallito le altre rivolte. A partire da quella degli schiavi della vicina isola Hispaniola diventata poi Haiti, ed oggi il luogo più povero e pericoloso di tutto il continente, alle altre rivoluzioni del Centro America, del Messico e dei movimenti guerriglieri ed indigeni dell’America del Sud. Una storia che attraversa secoli, dalla conquista, alla colonizzazione fino ai giorni nostri, dove ancora le democrazie sono fragili, vulnerabili e con strutture di potere riconducibili a gruppi di parentela discendenti dei conquistadores e delle elites creole che hanno occupato ogni ambito del potere, dalla proprietà delle terre, alle istituzioni, alla giustizia, alla chiesa, trasformatasi nel tempo e nelle forme, capaci di convivere con dittature, con colpi di stato e dentro sistemi formalmente democratici, ma sostanzialmente escludenti e razzisti.
Cuba è un’altra storia. Eccezionale, da sostenere e da proteggere, ma non priva di limiti ed i difetti. Con un sistema politico e statale che per noi risulta estraneo e non praticabile, come è il sistema politico a partito unico che si sovrappone alle istituzioni statali, militari ed economiche, come il controllo e le limitazioni alle libertà individuali, che seppure compensate da un profondo coinvolgimento popolare al progetto collettivo di mantenimento e di difesa della propria indipendenza, rimane un limite all’esercizio delle libertà e dei diritti umani. Come la crescita, nonostante la retorica ufficiale, delle diseguaglianze e della stratificazione sociale, anche se molto più contenute che nel resto del continente. Limiti e difetti che però vanno visti e valutati dentro il quadro internazionale, più come causa di una politica di aggressione e di isolamento imposta da oltre sessant’anni, piuttosto che effetti del sistema e del modello di società. Cosa sarebbe oggi Cuba se non avesse avuto il bloqueo?
Ma, nonostante questi limiti e queste contraddizioni, che non si possono e non si debbono nascondere, le conquiste ottenute in termini di diritti, di emancipazione e di riscatto di un intero popolo, è oggettivo e rimane ancora oggi il punto di riferimento più avanzato per i popoli e per i movimenti progressisti dell’America Latina, e non solo.
Basta mettere a confronto la realtà cubana con gli altri paesi della regione per avere conferma di questa realtà. Il sistema economico e sociale a Cuba è chiaramente strutturato al soddisfacimento dei diritti fondamentali come sono salute, educazione, casa e lavoro, accessibili e presenti in ogni angolo dell’isola ed in ogni nucleo familiare, ed alla crescita culturale della popolazione attraverso un sistema educativo pubblico, gratuito ed universale. A Cuba questa è una realtà e non propaganda. Nel resto del continente non esiste una realtà simile: i servizi pubblici sono assenti o in condizioni di degrado, mentre fioriscono scuole, servizi sanitari ed assicurazioni private. Università e salute sono un privilegio e non un diritto. Questa è la cruda e dura realtà. La discriminazione è alla nascita e non la si recupera più. La società e lo stato giudica dal colore della pelle e dagli zigomi, dal quartiere in cui vivi, dalla rete di parentela. Le condizioni di lavoro sono di antica schiavitù. Il mestiere più pericoloso in molti stati è quello del sindacalista, poi l’attivista sociale, l’ambientalista ed il leader indigeno. L’economia informale, definizione formale per definire il lavoro nero, senza diritti, senza tutele e senza contratto, supera il 50% nell’intero sub-continente latinoamericano, ma in Centro America supera il 70%. Lo stato sociale e le pensioni coprono meno del 20% della popolazione. La violenza, l’impunità di stato, la collusione tra istituzioni, finanza e narcotraffico controllano democrazie e interi paesi rendendo vane le esperienze di governi e di leader progressisti e democratici. Ancora oggi siamo impegnati a ricostruire verità e giustizia per le vittime delle dittature e del famigerato Plan Condor degli anni 70/80 del secolo scorso, mentre, nuove strategie di controllo sociale e politico si stanno affermando.
Condannare Cuba ed i cubani per i limiti ed i difetti del proprio stato, di fronte alla realtà delle Americhe, è cecità, cinismo, prepotenza e negazione del diritto di autodeterminazione dei popoli. È un messaggio che non si ferma a Cuba, ma a tutti i popoli. Solo così si spiega il perché del più lungo embargo della storia moderna, che dal 1962 gli USA impongono illegalmente sull’economia di Cuba. È il rifiuto che le popolazioni locali riprendano possesso delle loro ricchezze e delle proprie forme di governo. È la difesa estrema, fino alle più tragiche conseguenze: la guerra ed i massacri, che il sistema dominante sta imponendo in ogni latitudine del pianeta, spesso in violazione del diritto internazionale.
D'altra parte negli ultimi mesi, con l'aggravarsi della situazione internazionale, la morsa all'isola è diventata asfissiante con l'ordine esecutivo di Trump di fine gennaio che prevede l'imposizione di dazi doganali ai paesi che forniscono petrolio all'isola. In pochi giorni l’isola è rimasta senza carburante, le città sono sempre più spesso al buio a causa degli ‘apagones’ e manca energia per le attività essenziali, come ospedali, scuole, fabbriche di cibo e medicinali. Il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, si è detto "estremamente preoccupato" per la situazione umanitaria a Cuba, che potrebbe "aggravarsi fino al collasso" se dovessero proseguire le pressioni statunitensi sull'approvvigionamento di petrolio dell'isola. Per quanto detto, per quello che Cuba rappresenta e per l'aggravamento della situazione siamo impegnati, in continuità con il passato, in progetti di solidarietà legati al sostegno del sistema elettro-energetico dell'isola attraverso la campagna ‘Energia Per la Vita’, che si concluderà a fine aprile, assieme all’associazione Italia Cuba, Arci, Anpi e Nexus: a breve partiranno i primi progetti nella parte orientale dell’isola colpita dall’uragano Melissa. Siamo altresì impegnati anche a sostenere il sindacato cubano per rendere la sede nazionale autonoma dal punto di vista energetico. In questo contesto internazionale avverso quale sarà il futuro di Cuba, non è dato a sapere. Ma una cosa è certa, il futuro dell’umanità è legato a questa storia: se trionferà l’ideale della patria come mondo intero, vinceremo tutti. In caso contrario, la sconfitta sarà di tutta l’umanità.
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