Crosetto e le mimetiche: la sicurezza alla prova della libertà

Più poteri ai militari nelle città pongono una questione democratica: come proteggere i cittadini senza restringere il loro spazio di autonomia.

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ANSA

Guido Crosetto sostiene che non basti «far vedere qualche mimetica in strada». Il richiamo al riordino della Difesa, riportato dall’ANSA il 13 settembre, apre una questione che supera l’impiego dei reparti. Se una presenza militare giudicata troppo dimostrativa deve diventare più incisiva, occorre spiegare quali poteri si vogliano aggiungere e quale rapporto fra Stato e cittadini ne debba derivare. La parola estetica, apparentemente marginale, conduce al cuore del problema, il modo in cui il potere mostra la forza contribuisce a definire ciò che una società considera normale, necessario, accettabile. Crosetto è cofondatore di Fratelli d’Italia e il suo peso politico amplifica la portata delle sue dichiarazioni. Nell’idea di rendere più incisiva la presenza militare nelle città si può riconoscere l’espressione culturale della destra più conservatrice della compagine di governo, incline a cercare nell’autorità visibile una risposta alla fragilità sociale. È un orientamento che non esaurisce le culture della maggioranza e va discusso apertamente.

L’argomento sull’estetica va rovesciato. Un impiego più massiccio di militari in mimetica, accompagnato da maggiori competenze nel controllo del territorio e, qualora lo si proponesse, da funzioni di polizia giudiziaria, cambierebbe anche l’estetica della libertà, il modo in cui il cittadino percepisce il proprio spazio di autonomia davanti allo Stato. La sorveglianza eccezionale diventerebbe un’esperienza ordinaria. L’immagine muscolare del potere acquisterebbe una consistenza operativa. Il superamento della scenografia potrebbe così consolidarne il messaggio.

Una pattuglia militare può rassicurare chi teme un’aggressione. Altri possono riconoscervi il segno di una normalità sospesa. Le reazioni non sono uniformi e nessuna mimetica, da sola, cancella un diritto. La responsabilità politica comincia quando quella presenza viene proposta come misura ordinaria della protezione. Se per sentirsi sicuri occorre vedere sempre più soldati, si finisce per suggerire che la minaccia sia permanente e che l’apparato civile non basti ad affrontarla. La rassicurazione rischia allora di alimentare la paura dalla quale trae la propria giustificazione.

La storia europea aiuta a comprendere perché questa scelta abbia un peso che nessuna formula sull’efficienza può esaurire. La costruzione delle libertà moderne è passata anche attraverso la limitazione del potere armato. Il Bill of Rights inglese del 1689 subordinò al consenso del Parlamento il mantenimento di un esercito permanente in tempo di pace. Un secolo dopo, l’articolo 12 della Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino legò la necessità della forza pubblica alla garanzia dei diritti e al vantaggio di tutti. Due percorsi diversi e una domanda ancora attuale, a quale libertà serve la forza e chi può disporne?

Nelle società europee segnate da lunghe tradizioni monarchiche, gerarchiche e centralistiche, l’uniforme militare ha rappresentato anche la distanza fra chi comanda e chi obbedisce. Il passaggio dal suddito al cittadino ha richiesto che quella distanza fosse sottoposta alla legge, alla rappresentanza e al controllo pubblico. Il conflitto sociale dell’Ottocento e del Novecento ha reso questa conquista tutt’altro che lineare. Quando la protesta veniva trattata come un’insubordinazione da domare, l’intervento armato rendeva visibile una concezione dell’ordine nella quale la società doveva adattarsi all’autorità.

Da questa storia non discende che ogni impiego interno dei militari prepari una dittatura. Discende però una sensibilità democratica verso il significato politico del loro impiego esteso e durevole. Dove il potere ha a lungo cercato legittimazione nella disciplina e nella deferenza, la promessa di un ordine più muscolare può riattivare un’antica aspettativa, affidarsi a chi comanda in cambio della tranquillità. Il rischio autoritario prende forma anche in questa disponibilità a restringere lo spazio del cittadino prima ancora che una norma lo imponga.

Le democrazie europee hanno costruito faticosamente un’altra relazione fra autorità e società. La libertà comprende la possibilità di contestare il governo, attraversare lo spazio pubblico, organizzarsi e manifestare senza sentirsi per questo oggetto di sospetto. Una piazza resta formalmente aperta anche quando chi la attraversa avverte di essere tollerato anziché riconosciuto. È questa dimensione della cittadinanza che una discussione limitata al numero dei reparti rischia di ignorare.

Le Forze armate della Repubblica appartengono pienamente all’ordine costituzionale. L’articolo 52 ne vuole l’ordinamento informato allo spirito democratico. La distinzione delle missioni ne tutela la dignità e impedisce di trasformarle nella riserva di personale con cui supplire indefinitamente alle carenze di personale della sicurezza pubblica. Anche la polizia a ordinamento civile conosce gerarchia, disciplina e comando. La differenza riguarda il compito per il quale si formano le persone e si organizzano i servizi di polizia, intervenire ogni giorno dentro una società attraversata da conflitti legittimi, riconoscendo i diritti anche di chi viene controllato o è sospettato di un reato.

La forza può essere necessaria e intensa. Deve però restare graduata, motivata e verificabile. Il dissenso non equivale a una minaccia; il disagio di un quartiere non trasforma i suoi abitanti in una popolazione da sorvegliare. La professionalità di polizia comprende la capacità di distinguere, mediare e fermarsi. La formazione necessaria non si acquisisce per attribuzione legislativa, né la disponibilità immediata di un reparto militare assicura la conoscenza del territorio e le relazioni di fiducia che richiedono anni di lavoro.

C’è inoltre un dato che rende debole l’alternativa fra presenza decorativa e nuovi poteri. I militari impiegati in Strade Sicure già svolgono funzioni di agente di pubblica sicurezza. Nei casi e nei limiti stabiliti dalla legge possono procedere a identificazioni e perquisizioni; restano escluse le funzioni di polizia giudiziaria. Il concorso ha dunque una concreta utilità dentro un perimetro definito. Rispettarlo non significa mortificare i reparti. Significa riconoscere che, quando la forza interviene sulla vita delle persone, la delimitazione dei compiti è parte della sua legittimità.

La domanda a Crosetto deve essere altrettanto concreta, quali ulteriori funzioni ritiene necessarie, con quale formazione e sotto quale direzione? E perché quelle esigenze dovrebbero essere soddisfatte ampliando il ruolo militare invece di rafforzare le strutture di polizia e le autorità civili di pubblica sicurezza? L’eventuale attribuzione di compiti investigativi aprirebbe un problema ulteriore, da discutere esplicitamente nelle sue conseguenze e garanzie. Non può essere anticipata come un fatto già deciso né assorbita in un generico invito a rendere più utili i soldati.

L’Italia ha affrontato il rapporto fra sicurezza e libertà in una stagione ben più drammatica di quella di una normale controversia fra ministeri. Nel 1981, mentre il terrorismo aveva colpito duramente la Repubblica, la riforma della pubblica sicurezza affermò l’ordinamento civile della Polizia di Stato. Quella scelta può essere letta come un incontro fra il limite liberale al potere, le culture socialista e socialdemocratica dei diritti e il personalismo cattolico-democratico. La forza delle istituzioni veniva cercata nella loro capacità di restare fedeli alla democrazia durante l’emergenza.

L’architettura della legge 121 affida responsabilità al ministro dell’Interno, ai prefetti e ai questori, distinguendone le funzioni. Vi operano anche forze di polizia a ordinamento militare, come Carabinieri e Guardia di Finanza, con una specifica storia professionale e precisi compiti. Questa realtà dimostra che il criterio è l’organizzazione della funzione, insieme alla formazione e alle responsabilità. Non rende intercambiabili un reparto delle Forze armate e una struttura di polizia. Qualunque revisione deve essere discussa dentro il sistema della pubblica sicurezza, senza diventare un effetto collaterale del riordino della Difesa.

Il rischio si manifesta quando il concorso straordinario diventa una risposta abituale alla carenza di organici e la sua durata viene poi utilizzata per chiedere nuove competenze. L’eccezione costruisce così le ragioni della propria permanenza. Non occorre attribuire disegni nascosti a qualcuno per interrogare questo processo. Basta chiedersi se ogni passaggio aumenti davvero la protezione dei cittadini o renda soltanto più naturale affidarsi a una presenza armata più estesa. È su questa seconda possibilità che la cultura democratica deve esercitare la propria critica.

L’alternativa richiede investimenti e responsabilità politiche definite, organici adeguati, scuole di polizia capaci di ospitare e formare il personale necessario a colmare le carenze, strumenti investigativi, continuità nei quartieri e condizioni di lavoro dignitose. Una Commissione permanente per gli Affari interni in ciascuna Camera darebbe alla sicurezza pubblica una sede specializzata di indirizzo e controllo. Le paure dei cittadini meritano risposte verificabili, non una competizione a chi promette la presenza più imponente.

La destra più conservatrice della compagine di governo deve misurarsi con questo limite. La forza mostrata può produrre consenso immediato; la fiducia nelle istituzioni richiede che il cittadino si senta protetto anche davanti al potere che lo protegge. Perciò la parola estetica, usata da Crosetto, gli ritorna come domanda politica. Più mimetiche con più poteri rischiano di rendere più muscolare lo Stato e più incerta la percezione della libertà. La libertà non è il residuo che rimane dopo aver organizzato la forza. È il criterio che, nella nostra democrazia, deve governarne l’organizzazione.

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