Crosetto e il rischio di militarizzazione della Repubblica
Serve una Difesa europea forte e democratica, ma senza trasformare il linguaggio militare in modello per governare città, disagio sociale e ordine pubblico.

ANSA
La guerra è tornata a essere una possibilità storica dell’Europa, non più soltanto memoria del Novecento. L’aggressione russa all’Ucraina, la crisi mediorientale e la guerra a Gaza, l’instabilità africana, il nuovo atteggiamento strategico degli Stati Uniti e la competizione globale tra potenze hanno posto il continente davanti a una verità ineludibile.
La pace non si difende con la retorica della pace. Si difende con istituzioni credibili, alleanze solide, autonomia industriale ed energetica, ricerca, tecnologia, produzione e capacità politica. Per questo il tema della Difesa non può essere liquidato con l’antico riflesso del disarmo unilaterale. Un’Europa pacifista deve essere anche capace di proteggere i valori della propria libertà. Non perché ami la forza, ma perché conosce il prezzo della sua debolezza.
Il pacifismo democratico non è farsi trovare disarmati quando il mondo si arma. È costruire un ordine politico in cui la forza sia sottoposta al diritto, al Parlamento, alla responsabilità dei governi, al controllo dei cittadini e non agli automatismi degli interessi economici.
Per questo occorre tenere insieme due verità. Rafforzare la Difesa europea è necessario. Lasciare che la cultura della Difesa diventi linguaggio della sicurezza interna sarebbe invece un errore grave.
In Italia è in atto un processo non più embrionale, ma riconoscibile, di egemonia del linguaggio militare negli affari interni. Non nasce dalle proposte normative. Nasce dalle parole e dai simboli che entrano nel discorso pubblico e cambiano il senso comune.
Difesa integrata del territorio. Guardia nazionale. Quadranti urbani. Aree da bonificare. Zone da rastrellare. Espressioni diverse, ma orientate nella stessa direzione: la città pensata come teatro operativo, il disagio sociale come minaccia da neutralizzare, la sicurezza pubblica come guerra interna.
Gramsci ci ha insegnato che l’egemonia non vive solo nei comandi, ma nella capacità di far apparire naturale un certo modo di pensare il mondo. Il tema è questo: rendere naturale l’idea che il linguaggio militare possa ordinare la vita civile.
La vicenda della Guardia nazionale e la polemica seguita alle osservazioni del Sindacato Italiano Appartenenti Polizia e dell’Associazione Nazionale Funzionari di Polizia sulla cerimonia della Guardia di Finanza mostrano quanto il tema sia delicato.
Nessuno mette in discussione il ruolo delle Forze armate, né il rispetto dovuto al Capo di Stato Maggiore della Difesa. La questione ha un’altra natura. Le funzioni di polizia giudiziaria appartengono al sistema della giustizia e della sicurezza pubblica, sotto la direzione dell’autorità giudiziaria, e non possono essere simbolicamente sovrapposte alla difesa militare dello Stato.
Quando questa distinzione viene posta, non è accettabile rispondere con scomposizione, evocando faziosità o offesa. Una critica culturale e ordinamentale non è un attacco ai militari. È un richiamo valoriale alla Carta da cui non si deve tracimare. La reazione del ministro Crosetto, più emotiva che istituzionale, conferma il rischio che il linguaggio della forza prevalga sul linguaggio del limite.
Anche per questo la sinistra deve ritrovare lucidità storica e rinnovata classe dirigente. Le difficoltà del momento sono evidenti e la ricerca di un equilibrio nel campo largo assorbe energie, leadership e tattiche. Ma proprio mentre si discute di formule politiche, composizioni e primazie, rischiano di sfuggire questioni più profonde, quelle che cambiano la cultura dello Stato prima ancora dei rapporti di governo.
Non basta denunciare in ritardo le derive già diventate costume politico. Occorre vedere il mutamento quando è ancora nel linguaggio, quando appare tecnico, neutro, amministrativo, perfino moderno.
La nuova egemonia comincia così. Prima cambia le parole, poi modifica le istituzioni, infine educa la società ad accettare come normale ciò che normale non dovrebbe essere.
L’Italia conosce bene questa lezione. La sicurezza pubblica, nel nostro ordinamento democratico, non è una funzione militare adattata alla vita civile. È una funzione civile dello Stato liberale e sociale. Ha un fondamento costituzionale, una responsabilità politica definita, un equilibrio istituzionale.
Il modello nato con la legge 121 del 1981 non fu una concessione corporativa, ma una scelta democratica nata dal conflitto sociale e politico tra gli anni Sessanta e i primi anni Ottanta. La Polizia di Stato civile, democratica e sindacalizzata, il ministro dell’Interno quale Autorità nazionale di pubblica sicurezza, il Capo della Polizia-Direttore generale della Pubblica sicurezza, prefetti, questori, dirigenti dei commissariati, coordinamento, prevenzione, controllo del territorio, rapporto con magistratura e Parlamento compongono un’architettura che non va indebolita né confusa attraverso sovrapposizioni.
Un modello che ha retto nei passaggi più drammatici e violenti della storia repubblicana. Fianco a fianco con la magistratura, lo Stato civile e democratico ha sconfitto terrorismo e mafia storica. Lo ha fatto con le investigazioni della polizia criminale, la prevenzione, l’intelligence democratica delle Digos, il sacrificio delle donne e degli uomini in uniforme blu, diretti da Autorità di pubblica sicurezza fedeli ai valori della Costituzione.
Questa memoria dovrebbe bastare a impedire ogni nostalgia per scorciatoie muscolari. Il modello civile del Dipartimento della Pubblica sicurezza non è debolezza, ma affidabilità e trasparenza dell’azione pubblica nell’uso della forza, nei momenti più critici.
Difesa e sicurezza pubblica appartengono entrambe allo Stato, ma non sono la stessa cosa. La Difesa protegge i confini, le alleanze, l’interesse nazionale, la libertà europea. La sicurezza pubblica custodisce lo spazio quotidiano della cittadinanza, dove i diritti diventano vita concreta e la legalità non può trasformarsi in occupazione militare del territorio.
Il soldato è necessario quando serve il soldato. Il poliziotto è necessario ogni giorno, perché vive dentro il conflitto sociale senza trattarlo come un nemico. La sicurezza pubblica è presenza dello Stato tra cittadini liberi.
L’Europa che vogliamo non può essere una potenza disarmata e impotente, ma neppure un continente che scambia la sicurezza con la militarizzazione della società. Una politica progressista e popolare dalle radici cristiane dovrebbe sostenere una difesa comune europea, autonoma, democratica e sottoposta al diritto nazionale e internazionale, opponendosi nello stesso tempo alla colonizzazione militare del linguaggio civile.
La pace nel terzo millennio non è passività, è costruzione politica di potere democratico contro la guerra e l’autoritarismo. Per questo il tema non è scegliere tra pacifismo e Difesa. È impedire che la necessaria difesa dell’Europa diventi il pretesto per cambiare natura alla Repubblica.
Una democrazia si difende anche con gli strumenti militari quando la storia lo impone. Ma resta democrazia solo se non consegna allo spartito militare la vita civile, la città, il disagio sociale, la sicurezza interna, l’ordine pubblico, la libertà dei cittadini e l’iniziativa economica.
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