Cronaca di una spallata fallita

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ANSA

La prima sorpresa è una grande affluenza al voto: circa il 59% dei cittadini ha deciso di far valere le proprie opinioni. Si è trasformata così, nel giro di poche settimane, la contesa, seppur significativa, su alcuni quesiti di merito circa la giustizia, in uno scontro generale tra le forze democratiche di sinistra e la destra che governa. Il NO si attesta a scrutinio ancora non definitivo, ma non ribaltabile, intorno al 54%; circa 2 milioni di voti più del SÌ, soprattutto nelle grandi città.

Vuol dire che il tentativo della premier Giorgia Meloni (che ha invalidato la materia del contendere iniziale) di dare una spallata autoritaria è fallito. C'è stato un moto democratico talmente ampio, che il NO supera in voti quelli ottenuti dalle liste del centro sinistra nelle precedenti elezioni europee e politiche. Avremo modo di indagare con attenzione l’analisi dei flussi e la composizione per collocazione geografica e per età dei cittadini che hanno votato contro la riforma. Si intuisce tuttavia, già da ora, che si è verificata una adesione al NO da parte di molti giovani; usciti, in questa occasione, da una certa apatia e disinteresse verso la vicenda politica italiana. Molti, insomma, hanno avvertito come avventuroso, pericoloso e profondamente ingiusto il contesto nel quale la destra ha voluto collocare la prova referendaria.

Un cambiamento costituzionale tanto importante quanto solitariamente deciso e portato avanti senza alcun confronto parlamentare. Le parole di fuoco, al di là di ogni ragionevole misura, contro i magistrati che rappresentano un potere autonomo della Repubblica. L’approvazione recente di nuovi profili di reato, accompagnati da un’inedita violenza nei confronti di manifestazioni pacifiche. L’occupazione dell’informazione pubblica. L’indifferenza umana sulle morti in mare, anche di molte donne e bambini, conseguenza di un odio diffuso verso tutti gli immigrati e le persone più fragili. Una legge elettorale che darebbe mano libera ai vincitori con un premio di maggioranza del tutto sproporzionato, in grado di eleggere da solo il Presidente della Repubblica. Una difesa di casta, evidente negli ultimi giorni sull’indigeribile caso che riguarda il sottosegretario Delmastro, della propria classe dirigente, priva di qualsiasi deontologia dovuta alle proprie responsabilità: un’idea non di giustizia giusta, ma di vera e propria impunità.

La vicinanza, in particolare della Meloni, con il presidente americano Trump, prepotente, ondivago e ormai considerato dagli stessi americani una vera e propria mina vagante.

Attenzione, non credo abbia funzionato il timore di una sorta di ritorno al fascismo. Sono minoritarie e folcloristiche le manifestazioni con il saluto romano, o gli incontri a Predappio, o qualche marcetta in montagna con i vessilli di un tempo. Il pericolo che ha suscitato una reazione positiva è ben altro. È qui ed è ora.

Riguarda, piuttosto, l’idea di svuotare, impoverire, rendere nelle sue diverse funzioni obsoleta la democrazia italiana.

Di fronte al malessere e ai conflitti restringere il comando. Mortificare il Parlamento. Tagliare i fili della partecipazione popolare. Comandare sull’informazione. Sradicare nei territori la rete democratica, le forme associative, i diversi luoghi dove si esercita il conflitto e la libertà, in particolare tra le nuove generazioni.

Insomma, la democrazia come impaccio, come elemento residuale di un Paese che dovrebbe essere ben inchiavardato attorno a un’élite politica, diretta espressione dei poteri più forti, quelli in grado di conoscere, utilizzare e approfittare della tecnica e la scienza, sempre più veloci. A tutto ciò c’è stata una reazione. Interpretata politicamente dalle forze progressiste, ma anche spontanea, di cuore e di passione. Una reazione a un comando piramidale, che non vuole vedere il Paese reale, le sue sofferenze e i suoi dolori, ma anche le sue possibilità e le risorse che sono in grado di inverarle in positivo.

Ora occorre trarre qualche lezione da questa importantissima vittoria. Una lezione che riguarda innanzitutto il modo di stare insieme delle forze progressiste.

Ogni partito in questa battaglia è stato capace di mettere qualcosa di suo. Eppure, alla fine, ha prevalso uno spirito comune, una solidarietà sulle questioni di fondo, uno sforzo sincero, senza riserve, calcoli particolari e steccati. Il risultato di oggi lo possiamo considerare un punto di partenza. Non, la certezza di vincere la destra alle prossime elezioni politiche. C'è un percorso da fare, per nulla semplice. Se la premier avesse anche una piccola parte dello spirito repubblicano che suggerì a D’Alema di dimettersi dopo un voto non positivo nelle elezioni regionali e che non lo investiva direttamente, si dovrebbe dimettere. Ma dubito che sarà così. Sono abbarbicati al potere, e tanto più diventano invisi agli italiani, tanto più cercheranno di preservarlo fino all’ultimo momento possibile. Per noi, la strada da fare è ancora lunga. Occorre percorrerla con un sentimento (lo stesso sentimento che ci ha portato alla vittoria del referendum) di orgoglio per le proprie bandiere e, allo stesso tempo, di sincera amicizia, rispetto e considerazione tra tutti i partiti democratici e progressisti.

Guai, anche nelle prossime settimane che saranno di opposizione, a opporci solo con i nostri no agli errori, alle provocazioni, all’impunità di chi ci governa. Piuttosto, proprio dai punti dolenti che stanno nel cuore di tutti i cittadini, occorre dare una prospettiva di speranza. Dalla pace alla riduzione delle disuguaglianze sociali e di reddito, dal declino italiano al tentativo di rendere fragili i presidi di democrazia e di dialogo, in primo luogo la rete vitale e indispensabile dei Comuni e delle autonomie locali, a un intervento serio sulla giustizia, con la riduzione delle carcerazioni facili, dei processi interminabili e della condizione medioevale delle carceri, per nulla trattati dalla riforma del governo. Altro che ridurre la democrazia un albero spoglio; piuttosto irrobustirla, allargarla e arricchirla con nuovi contenuti. La nostra deve essere una democrazia in movimento. Come dice la Costituzione Italiana. Una democrazia in grado di slegare tutte le energie sociali, le potenzialità creative, la capacità di lavoro e d’impresa così caratteristiche della nostra Repubblica.