Costruire il Lazio

Dalle aree interne alle province dimenticate: una nuova missione politica per ricostruire diritti, servizi e opportunità oltre Roma.

Ludovico di TragliaIstituzioni dal Basso
RIVRINASCITA_20260612154327280_bc3b54850964d1db21c22726637c1b6c.jpg

ANSA

C'è un Lazio che non si vede. Non perché sia nascosto, ma perché abbiamo smesso di cercarlo in questi anni in cui la destra sta governando la regione. Quando si parla della nostra regione, il pensiero corre quasi automaticamente alla Capitale: i suoi problemi, le sue contraddizioni, le sue possibilità. Roma è tutto, o quasi. Eppure, il Lazio è fatto anche di Rieti e Viterbo, di Frosinone e Latina, di centinaia di comuni che punteggiano la Ciociaria, la Tuscia, la Sabina, il Pontino. Territori con storie, economie e bisogni propri, molto spesso ignorati o lasciati da soli. Questo è quello che ha fatto Francesco Rocca in questi 3 anni: parlare delle altre province, esclusa Roma, come se fosse una cortesia e non come invece un dovere. Roma, invece, deve essere la leva attraverso cui costruire uno sviluppo che arrivi ovunque.

Il centrosinistra nel Lazio ha la fortuna di avere un grande riferimento in termini politici culturali su quale è e può essere la missione della regione. I 10 anni di guida regionale del centrosinistra con Nicola Zingaretti hanno avuto l’importanza, aldilà degli straordinari risultati ottenuti in termini di chiusura del commissariamento della sanità e uscita dalla situazione di indebitamento con i privati, di mettere in campo politiche pubbliche che hanno permesso di costruire veramente il Lazio ovvero uscire fuori dallo stereotipo “Roma e il resto del Lazio” ed entrare in quello che tutt’ora deve essere l’obbiettivo principale del centrosinistra: il Lazio non più solo come entità burocratica-amministrativa, ma come entità politica e sociale. La sfida è questa.

I dati sono impietosi. Secondo il censimento permanente dell’Istat quasi tre quarti della popolazione risiede nella provincia di Roma. Rieti ha meno di 150.000 abitanti, Viterbo poco più di 300.000 ed entrambe sono le province più anziane della nostra regione con una media che supera i 48 anni. Frosinone è la provincia che perde più abitanti in termini relativi: oltre duemila residenti in meno in un solo anno, una dinamica che si ripete con regolarità e che non è spiegabile esclusivamente con il calo delle nascite. È una trasformazione strutturale, silenziosa e progressiva. Uno svuotamento. La gente se ne va, non verso altri paesi europei però, ma verso Roma. E’ il movimento più antico del mondo: dal centro minore al centro maggiore, alla ricerca di quello che il proprio territorio non sa più offrire. Questo è il punto cruciale. Lo spopolamento non è un destino naturale. È la conseguenza di scelte, o di mancante scelte, politiche.

Perdere abitanti significa perdere servizi. E perdere servizi significa perdere altri abitanti. È un effetto che nel Lazio assume dimensioni sempre più preoccupanti. La desertificazione bancaria è un caso emblematico. Il Lazio nel 2025 è stata la regione più colpita dalla chiusura degli sportelli, con una riduzione del’1% dei punti bancari (fonte Consob). Nelle aree interne questo significa che anziani e piccole imprese devono sportarsi di decine di chilometri per compiere operazioni quotidiane come il pagamento di un bollettino o il prelievo di contanti rendendo l’accesso al credito più difficile, più impersonale, più sfavorevole a chi non ha le spalle larghe o vive in un grande centro urbano. E dove l’accesso al credito manca le imprese (specie quelle piccole di cui è ricco il nostro territorio) hanno difficoltà ad investire e restare.

La desertificazione non riguarda solo l’accesso al credito. Riguarda anche l’accesso alle cure mediche, con le Case della Comunità vuote e senza macchinari e personale per erogare i servizi che dovevano erogare secondo la missione 6 del PNRR. Riguarda le scuole, con lo svuotamento delle classi e gli accorpamenti illogici fatti da Rocca nel 2025-2026 con il dimensionamento scolastico dove sono stati tolti presidi educativi proprio nei comuni più piccoli! Riguarda i presidi più elementari di socialità: edicole, piccoli negozi di vicinato, farmacie, luoghi di aggregazione, che scompaiono uno dopo l’altro lasciando dietro di sé un vuoto umano.

Il paradosso più emblematico di come la destra sta affrontando il problema è il Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne 2021-2027, anziché proporre un'inversione di tendenza, ha evocato apertamente l'idea di "accompagnare nel declino" i territori che "non possono invertire la tendenza". Una resa che la sinistra non può accettare, né a livello nazionale né a livello regionale. A questa visione distorta di Lazio e di utilizzo di soldi pubblici non dobbiamo dire fortemente no. La politica del “lasciar fare” non funziona dove il mercato da solo non arriva.

Dobbiamo tornare a pensare in grande. Con una visione chiara, che ha già contraddistinto il centrosinistra nei 10 anni di governo regionale a guida Zingaretti: nascere a Rieti o a Frosinone non può significare avere meno diritti, opportunità, meno futuro. La Costituzione parla di rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quegli ostacoli esistono, sono misurabili e sono concentrati in quei territori che in questi anni Francesco Rocca e Giorgia Meloni hanno lasciato indietro. La sinistra deve tornare a fare quello che sa fare meglio quando è al meglio di sé: pensare in grande, con strumenti concreti. La programmazione europea 2021-2027 ha messo a disposizione del Lazio risorse significative. Sulla carta ci sono tantissime risorse, ad esempio il programma regionale FESR vale complessivamente un miliardo di euro. A questi si aggiungono fondi per la digitalizzazione, per la transizione energetica e per l’inclusione sociale.

Il problema, tuttavia, e Francesco Rocca lo sta dimostrando pienamente con la gestione inefficiente di queste risorse pubbliche, non è quanto si stanzia ma chi riesce davvero a spendere queste risorse. Qui emerge una delle questioni più delicate e meno discusse del dibattito politico regionale: la capacità amministrativa dei comuni.

L’ANCI ha più volte denunciato che molti comuni, specie quelli più piccoli, non dispongono di adeguato personale qualificato necessario per gestire le complesse procedure dei bandi europei: la redazione dei progetti, il monitoraggio, l’audit, la rendicontazione finanziaria. Un comune qualsiasi di tremila abitanti nella Sabina o nella Ciociaria non ha un ufficio europrogettazione, non ha un responsabile FESR, spesso nemmeno un tecnico informatico stabile. La conseguenza, in assenza di una visione più profonda, è che i fondi esistono sulla carta ma non arrivano dove servirebbero di più.

Il risultato paradossale è che le risorse destinate a ridurre le disuguaglianze territoriali finiscono spesso per amplificarle: i comuni già più strutturati quelli più grandi, quelli con più personale, quelli vicini ai capoluoghi riescono ad accedere ai bandi con maggiore facilità. I comuni più piccoli e più fragili restano fuori, o arrivano tardi, o rinunciano dopo i primi ostacoli burocratici. La Regione non può limitarsi a pubblicare bandi e aspettare che i comuni si arrangino. Deve assumere un ruolo attivo di accompagnamento, di supporto tecnico, di costruzione di capacità istituzionale diffusa. In altri termini: deve smettere di essere solo un erogatore di risorse e diventare un abilitatore di opportunità.

Cosa significa concretamente? Significa che la programmazione delle politiche pubbliche regionali deve essere pensata fin dall'inizio in funzione dei territori più deboli, non come aggiustamento successivo. Significa che i bandi FESR devono prevedere percorsi semplificati per i comuni sotto una certa soglia demografica, con criteri di accesso proporzionati alle loro reali capacità. Significa che la Regione deve investire in strutture di assistenza tecnica territoriale sportelli, uffici condivisi tra più comuni, figure professionali itineranti che supportino i sindaci e le loro amministrazioni nella navigazione di procedure che sono diventate oggettivamente troppo complesse per realtà con poche decine di dipendenti.

Significa, soprattutto, che ogni politica regionale all'energia alla mobilità, dalla sanità alla cultura deve avere una risposta esplicita alla domanda: Come funziona questo in un comune di duemila abitanti a cinquanta chilometri da Roma? Se quella risposta non c'è, la politica non c’è e i soldi pubblici vengono solo sprecati. Visto che Rinascita nasce, tra le altre cose, per riportare il pensiero politico in una dimensione non effimera vorrei lasciare qualche spunto concreto di lavoro che sta emergendo dal percorso di costruzione del programma che, come Partito Democratico del Lazio, abbiamo costruito con “Idee in Circolo per costruire il Lazio di domani”:

Zonizzazione fiscale e incentivi territoriali. Chi sceglie di aprire un'impresa, di tornare a vivere o di restare in un comune sotto una certa soglia demografica nelle province di Rieti, Viterbo o nelle aree interne di Frosinone e Latina dovrebbe trovare un quadro fiscale favorevole. Non è una misura assistenzialistica: è un investimento sulla sopravvivenza economica di interi territori. Università e ricerca decentrate. Il Lazio ha una concentrazione enorme di atenei, quasi tutti gravitanti su Roma. Sedi distaccate, poli universitari territoriali, accordi con i comuni per ospitare corsi e laboratori di ricerca potrebbero trattenere i giovani — o portarli — nelle province. L'esperienza di altri paesi europei dimostra che l'università è uno dei motori più efficaci di rigenerazione territoriale. Connettività come diritto. Non esiste sviluppo economico senza banda larga, non esiste smart working senza infrastrutture digitali, non esiste telemedicina senza connessione. Il divario digitale tra Roma e le province laziali è ancora significativo. Colmarlo non è un lusso: è una precondizione per qualsiasi altra politica di sviluppo.

Politiche attive del lavoro su misura. I centri per l'impiego provinciali devono essere rafforzati, non svuotati. Le politiche attive del lavoro non possono essere pensate su scala nazionale e poi applicate indifferentemente in un quartiere di Roma e in un paese della Sabina. Serve una territorializzazione vera delle politiche occupazionali, con risorse e competenze dedicate. Presidio dei servizi essenziali. La Regione deve assumere un ruolo più deciso nel contrattare con i grandi operatori bancari, sanitari, delle telecomunicazioni obbligando il mantenimento di una presenza nei comuni più fragili. Dove il mercato si ritira, l'istituzione deve presidiare non accompagnare allo svuotamento.

Allarme sui fondi FSE+ e FESR. Questi fondi sono destinati alle politiche attive del lavoro devono essere calibrati sui mercati del lavoro locali, che sono molto diversi tra loro. La Ciociaria ha ancora una vocazione manifatturiera che richiede competenze specifiche. La Tuscia e la Sabina hanno un potenziale nell'agroalimentare di qualità e nel turismo lento che richiede investimenti formativi mirati. Una politica del lavoro pensata su scala regionale indifferenziata rischia di non centrare nessun bersaglio.

Infine, chi guarda a Roma come un problema sbaglia. Roma è, o meglio dovrebbe essere, la risorsa principale da cui far partire uno sviluppo che si irradia verso l’esterno. Il punto di partenza è un cambio di politica e di cultura e di visione del Lazio. Non la somma di tanti territori messi insieme tra interessi e carenze strutturali, ma un unico territorio con politiche pubbliche uguali che creano stesse opportunità di vista e di soluzione ai propri bisogni per tutte le cittadine e tutti i cittadini che ci vivono.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati