Cosmismo, l’utopia di Fëdorov: salvare la vita, abolire la guerra
Dalla resurrezione degli antenati alla conquista del Cosmo: il pensatore russo immaginò una scienza al servizio della vita e della pace.

WIKIMEDIA
Nella seconda metà dell’Ottocento, quando la Russia imperiale volgeva al suo tramonto, si affermarono nuove forme di pensiero filosofico e diverse visioni del mondo. Tra queste, distinguendosi dal positivismo per originalità, e accentuando un tratto visionario e spirituale, emerse solenne e immaginifico il “Cosmismo”.
L’artefice dell’origine del pensiero cosmista fu un uomo eccentrico dalla geniale personalità: Nikolaj Fëdorovič Fëdorov (1829-1903). Fëdorov fu prima maestro di storia e geografia nelle campagne russe e successivamente impiegato bibliotecario a Mosca. Conosceva con esattezza la collocazione di ogni volume dell’immensa biblioteca Rumjancev, tanto da raccomandare egli stesso i volumi necessari agli studenti che gli rivolgevano domanda per i loro studi. Spoglio di ogni avere, viveva in una piccola stanza in affitto e dormiva coricato su un baule convesso, poggiando il capo su dei libri utilizzati come cuscino. Rifiutava ogni svago e comodità e scelse volontariamente di vivere in una condizione di indigenza, ripudiando per principio il denaro, fonte, a suo giudizio, di contagiosità e distrazione dalla sua occupazione che fu principalmente il pensiero filosofico e spirituale.
La sua vita si ispirò probabilmente a Diogene di Sinope, filosofo greco del IV secolo a.C., ma egli non cercò come i cinici “l’essere umano” e “la verità” con la sua lanterna, ma volle bensì proiettare l’uomo nel “Cosmo” partendo dalla resurrezione degli antenati.
Le idee di Fëdorov influenzarono profondamente la letteratura e la filosofia russe: da Dostojevskij, soprattutto nei Fratelli Karamazov, a Vladimir Solov’ëv, intento a conciliare fede, ragione e scienza, fino all’età d’argento e al simbolismo di Andrej Belyj e Aleksandr Blok. Anche Lev Tolstoj, che conobbe personalmente Fëdorov, ebbe con lui lunghe discussioni filosofiche che influenzarono il suo pensiero e le sue opere.
Fëdorov raccolse le sue teorie nella “Filosofia dell’opera comune”, un libro di notevoli dimensioni che racchiude la sua visione utopica e millenaristica per la salvezza del genere umano. Nato dall’incontro tra filosofia, scienza e misticismo, il cosmismo trasse la sua ispirazione dagli orizzonti sconfinati delle terre ad oriente, dalle foreste siberiane solcate dai corsi tumultuosi dei grandi fiumi, dal mistero della natura, la physis, e dalla ricerca del principio di tutte le cose l’Archè.
Il cosmismo si sviluppò partendo dalla constatazione che l’animo umano non si poteva limitare ad una rassegnata contemplazione di questi immensi spazi. Neanche il sentimento e il credo religioso cristiano, per quanto forte e presente, era sufficiente a dare una missione all’uomo. Si prefigurarono così per il genere umano degli orizzonti ancora più ampi, volendo oltrepassare la mera accettazione della natura con i suoi grandi e terribili cataclismi, i quali, dopo aver flagellato il mondo, sparivano senza ricordo alcuno, dimenticati nel tempo insieme agli uomini e alle donne che li vissero e li subirono.
Partendo da queste ragioni, tra i principi fondativi del pensiero cosmista vi era niente meno che la resurrezione degli scomparsi, ovvero la necessità morale di unire tutte le forze dell’umanità, attraverso la scienza, per un unico grande obiettivo: l’eliminazione della morte.
Per raggiungere o tendere a questo obiettivo si pensava ad una necessaria fratellanza universale che formasse un’unica grande famiglia del genere umano, con l’obiettivo esplicito di eliminare la guerra, individuata come la più ingiusta causa di morte. La scienza e la tecnica, da sempre impiegate al servizio della guerra, si sarebbero dovute occupare di una più degna e imponente missione, riportare in vita gli antenati, attraverso un processo che avrebbe sancito la vittoria della mente umana sulla materia.
L’essere umano sarebbe arrivato a sfidare le leggi e i limiti della scienza. Per assolvere a questo immane compito, un grande “collettivo umano” avrebbe continuato ad operare per la vita anche oltre il suo termine, custodendo in sé sia la storia sia le ragioni della vita futura.
E dove avrebbero trovato posto tutti questi risorti? Proprio da questa domanda nacque l’idea di viaggiare nello spazio e di popolare il Cosmo: l’umanità si sarebbe lanciata nell’esplorazione dell’universo.
Nella teoria di Fëdorov è evidente un pensiero pienamente ascrivibile ad un futurismo esoterico, siamo quasi in presenza di un’alchimia, siamo nel campo della fantascienza; tuttavia, soffermarsi solo su questo aspetto e rimanendo fedeli alla pura teoria contenuta nel testo dell’Opera Comune, non consentirebbe di cogliere l’essenza profonda del messaggio universale contenuto nel suo pensiero.
Ciò che più colpisce, a mio avviso, è la sempre attuale ed irrisolta questione dell’idea della tutela del “bene supremo della vita”. Questo il messaggio più profondo, niente è più importante della vita, e il compito principale della scienza e del progresso deve essere rivolto a preservarla.
Pur non essendo catastrofisti, appare difficile non constatare come tale messaggio sia stato ampiamente disatteso nel Novecento. Nei fatti, gran parte del progresso tecnico e scientifico è stato destinato alla potenziale distruzione dell’uomo e della natura. È proseguita incessante la corsa agli armamenti, provocando due guerre mondiali portatrici di massacri senza precedenti nella storia dell’umanità. I razzi immaginati dai primi cosmisti per raggiungere la Luna, sono divenuti missili, vettori di micidiali bombe atomiche. Anche nei nostri oramai pericolosi tempi, nubi nerissime foriere di catastrofi si addensano sui cieli, oscurando gli astri e minacciando il genere umano. Si può provare ad invertire questo pernicioso corso degli eventi? Servirebbe innanzitutto la convivenza pacifica tra i popoli: la Pace.
Torna ancora una volta alla memoria Diogene, «l’antenato» di Fëdorov, che al potentissimo Alessandro Magno, chinatosi verso di lui, intimò: «Allontanati un po’ dal mio sole».
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