Cosa resta di Franco Baresi a un trentenne interista

Anche a chi lo ha conosciuto soltanto attraverso le VHS e i racconti, il numero 6 rossonero lascia un’eredità che supera i confini calcistici: i fatti contano più delle parole

Marco ColomboIstituzioni dal Basso
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ANSA

Con Franco Baresi, scomparso a 66 anni dopo una lunga malattia, il calcio italiano perde uno dei suoi migliori interpreti. Nel 2025 era stato operato per un nodulo polmonare e aveva iniziato un percorso di immunoterapia. Anche questa prova l’aveva affrontata lontano dal rumore e dai riflettori. L’ultima apparizione pubblica, a febbraio, era stata a San Siro: tedoforo accanto all’interista Beppe Bergomi durante la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Milano Cortina.

L’annuncio è arrivato dal Milan, l’unico club per il quale abbia giocato: «La Storia del Milan è in lacrime per la scomparsa di Franco Baresi». In Australia, dove la squadra è in tournée, giocatori e staff hanno interrotto l’allenamento per un minuto di silenzio e un lungo applauso. Il cordoglio è stato subito trasversale, oltre ogni rivalità. Tra i primi a ricordarlo un altro storico capitano rossonero, Paolo Maldini: «Mi hai protetto quando ero un bambino, mi hai guidato da ragazzo e mi hai ispirato da uomo». L’Inter, rivale di una vita e squadra del fratello Beppe, ricorda come «ha vissuto ogni confronto tra competizione e rispetto, dentro una sfida che ha scritto pagine indimenticabili del calcio italiano». La grandezza di un giocatore, a volte, si misura anche in questo. Nel tributo, sinceramente commosso, di chi è sempre stato "nemico” in campo.

Baresi era nato a Travagliato, nella campagna bresciana, l’8 maggio 1960. Rimasto orfano a 14 anni e cresciuto in una famiglia contadina, aveva conosciuto presto la disciplina e la perdita. L’Inter, che aveva già selezionato suo fratello Beppe, lo scartò in seguito a un provino perché troppo gracile. Il Milan vide in quel ragazzo minuto qualcosa in più di quel fisico fragile e decise di dargli una possibilità. Esordì in Serie A a 17 anni; un anno dopo era titolare nella squadra del decimo scudetto rossonero. Quello che successe dopo è storia.

Una fedeltà totale, mai scalfita. Nemmeno dalla doppia retrocessione dei rossoneri, nel nel 1980 per il calcioscommesse e nel 1982 sul campo, che costrinse il Milan a due stagioni in Serie B. Quando con Berlusconi il club divenne la potenza mediatica del nuovo calcio italiano, lui fu la continuità tra due mondi: aveva conosciuto il baratro sportivo e avrebbe alzato la Coppa dei Campioni.

Con la Nazionale raccolse 81 presenze. Fu campione del mondo nel 1982, pur senza scendere in campo, terzo a Italia ’90 e capitano negli Stati Uniti quattro anni più tardi. La finale contro il Brasile resta la sua partita più umana e, forse, più grande. Infortunatosi al menisco contro la Norvegia, venticinque giorni dopo l’intervento giocò tutti i 120 minuti, contenendo Romário e Bebeto. Poi sbagliò il primo rigore e pianse. In quelle lacrime c’era tutto il lato umano di un campione.

Chi scrive ha 32 anni e da 32 anni tifa l’altra squadra di Milano. Non posso fingere di avere visto davvero Baresi giocare: quando lasciò il calcio, nel 1997, avevo poco meno di tre anni. L’ho sfiorato soltanto alla fine della sua carriera. Altro non era che una figura che compariva sugli schermi mentre gli adulti pronunciavano il suo nome con un rispetto che un bambino non poteva capire. Per me Franco Baresi è arrivato dopo, attraverso i racconti, le videocassette, le immagini d’archivio e quel gesto del braccio che ordinava a un’intera linea difensiva di muoversi come un solo corpo.

Forse proprio questa distanza dice qualcosa sulla sua eredità. I campioni che abbiamo visto ci appartengono per le emozioni che ci hanno regalato; quelli venuti prima devono invece attraversare il giudizio. Un giudizio ancor più severo se hanno militato nella fazione opposta. Non ho per Franco Baresi la nostalgia di una domenica pomeriggio vissuta sul divano a guardarlo giocare. Ma forse proprio per questo posso riconoscerne il valore senza che un legame affettivo lo influenzi. Una rivalità autentica non nega la grandezza dell’altro, al contrario, la esalta. È una lezione che ho imparato sulla mia pelle, guardando quei derby di Milano dei primi anni 2000 in cui tra i "nemici” vedevo bandiere e giocatori straordinari. Da Paolo Maldini a Gennaro Gattuso, da Kakà a Ševčenko: le sfide eterne nelle notti di San Siro mi hanno insegnato che la grandezza dei giocatori va oltre i colori della maglia. E così, a distanza, ho vissuto anche Franco Baresi.

Ciò che Baresi lascia alla mia generazione non è soltanto l’idea, quasi irripetibile, di un legame totale, viscerale, con la maglia. Una bandiera d’altri tempi, come non ne esistono forse più dal ritiro di Francesco Totti a Roma. Sarebbe facile usare la sua fedeltà contro i calciatori di oggi, che cambiano maglia da un giorno all’altro dentro un sistema di contratti milionari, procuratori e capitali globali. Baresi seppe resistere, come pochi avrebbero fatto, alle buriane di una doppia retrocessione. Rinunciando anche a un trasferimento alla Juventus pur di restare nel "suo” Milan. In pochi, oggi, farebbero lo stesso. Ma il suo insegnamento, appunto, non è questo.

E non è nemmeno il fatto che Franco Baresi lascia il ricordo di un talento cristallino che si fa sempre più fatica a vedere, soprattutto in un difensore. Difendeva, anticipava, copriva l’errore di un compagno: costruiva le condizioni perché altri potessero segnare. Celebre, e virale in questi giorni, è l’immagine di Maradona con la maglia numero 6 del Milan addosso dopo un 3-0 inflitto ai rossoneri. «Questa maglia è un ricordo che mi porterò per tutta la vita – disse Maradona – per me Franco Baresi è il massimo come difensore. È un grandissimo giocatore». E se lo dice il più forte attaccante di tutti i tempi, c’è da credergli.

Il suo insegnamento, per me, è un altro: in un tempo che confonde la leadership con il volume della voce, Baresi ricorda che si può guidare una squadra vincente anche parlando poco. Paolo Maldini lo ha ricordato bene: «Sei stato un vero leader – ha scritto nella sua lettera aperta – che guidava con l’esempio: poche parole e moltissimi fatti». È un insegnamento che supera il calcio. Dare l’esempio, invece di parlare. Guidare i propri compagni, anche stando un passo indietro. È un concetto semplice quanto rivoluzionario: l’autorevolezza non ha bisogno di imporsi, si riconosce nei gesti. Il vero capitano non è chi ordina agli altri di seguirlo, ma chi indica la strada percorrendola per primo, traccinado la via.

Per noi arrivati tardi, e persino per noi interisti, il numero 6 non è soltanto una maglia ritirata. È la prova che la memoria sportiva può sopravvivere al tifo, alla televisione che consuma i suoi idoli e a un calcio che insegue i soldi più che i sogni. Rimane l’immagine di un uomo minuto che governava spazi enormi, di un capitano che proteggeva gli altri e di un avversario al quale era impossibile non riconoscere rispetto. Il Milan piange un pezzo della propria storia. Il calcio italiano perde una delle persone che gli hanno insegnato a stare in piedi. E in questi tempi così bui per l’azzurro nazionale, Dio solo sa quanto servirebbe un altro Franco Baresi.

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