Cosa insegna agli europei la guerra con l’Iran

ANSA
Due standing ovation hanno preparato il terreno all’aggressione statunitense e israeliana contro l’Iran. La prima, il 24 luglio 2024, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha tenuto un discorso di 52 minuti al Congresso degli Stati Uniti, consolidando l’alleanza per sconfiggere “l’asse del terrore iraniano”. Ciò ha segnalato che la distruzione di Gaza era soltanto un preludio a qualcosa di più grande — e quel “qualcosa di più grande” non era né Hezbollah né la Siria. La seconda, il 14 febbraio 2026, quando il segretario di Stato americano Marco Rubio ha conquistato la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, ristabilendo il legame emotivo tra Washington e l’establishment della sicurezza dei paesi europei. La prima ovazione ha rafforzato la determinazione dei due aggressori; la seconda ha garantito che la maggioranza dei governi europei sostenesse almeno passivamente la campagna contro l’Iran.
Non vi sono dubbi che l’uso della forza da parte degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, il 28 febbraio, costituisca una palese violazione del diritto internazionale. Non vi era alcuna evidenza di un attacco imminente da parte dell’Iran e, pertanto, non esiste alcuna base giuridica per un attacco preventivo. L’operazione è inoltre illegale anche secondo il diritto statunitense, poiché non è stata approvata dal Congresso. Tutte le giustificazioni fondate sul possibile sviluppo di un’arma nucleare da parte dell’Iran o sull’illegittimità e brutalità del regime risultano quindi invalide alla luce del diritto internazionale. Il principio del rispetto della sovranità è sancito nei primi articoli della Carta delle Nazioni Unite (art. 2.1) per una ragione precisa: è la risposta a secoli di conflitti armati finalizzati all’espansione territoriale, inclusa la brutale dominazione coloniale, e la sua rigorosa osservanza è fondamentale per mantenere la pace e la sicurezza internazionale.
È stato erroneamente sostenuto da alcuni che la legittimità di questa guerra sia giustificata dalle violazioni dei diritti umani da parte del regime iraniano. Sebbene quest’ultimo violi sistematicamente i diritti umani, uccida indiscriminatamente manifestanti e dissidenti politici e opprima le donne, tali atti non giustificano un intervento militare. È difficile credere che, dopo tanti interventi militari falliti giustificati in nome dei diritti umani — e in particolare dei diritti delle donne, dall’Afghanistan alla Libia — qualcuno possa ancora ritenere che i bombardamenti stranieri possano portare alla democrazia o al rispetto dei diritti fondamentali. Questo rinnovato “civilizzazionismo” occidentale, promosso anche da Marco Rubio a Monaco, non è altro che colonialismo riproposto in nuova veste. Esso comporta implicazioni molto pericolose, poiché perpetua la logica dell’“alterizzazione” e rafforza gerarchie di legittimità tra Stati e popoli.
La legalità degli attacchi successivi compiuti da tutte le parti nella regione richiede un attento esame e una piena assunzione di responsabilità. Sono stati documentati crimini di guerra. Il bombardamento da parte degli Stati Uniti di una scuola femminile nel sud dell’Iran e gli attacchi contro impianti petroliferi e di desalinizzazione costituiscono crimini di guerra, così come lo sono gli attacchi iraniani contro obiettivi civili nei paesi del Golfo. È imperativo che tutti i leader mondiali richiamino al rispetto del diritto internazionale umanitario, che limita la condotta delle ostilità e, soprattutto, protegge la vita dei civili e le infrastrutture e gli ecosistemi da cui essa dipende.
In Europa, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez è stato la figura di riferimento nel condannare con fermezza gli attacchi illegali di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e nell’opporvisi chiaramente. L’ipocrisia di alcuni alti rappresentanti dell’UE e di leader europei, nella loro condanna selettiva delle violazioni del diritto internazionale, non sorprende. Già nella guerra dei Dodici giorni dello scorso giugno, il G7 non è riuscito a condannare gli attacchi illegali di Stati Uniti e Israele; e, inutile dirlo, la complicità di molti europei nel genocidio israeliano contro il popolo palestinese non è stata dimenticata. Con il passare dei giorni e l’escalation del conflitto, si sono registrati alcuni allineamenti retorici da parte di altri leader europei, tra cui la presidente del Consiglio Meloni e il presidente Macron, mentre all’interno degli Stati membri emergono segnali di ambivalenza.
Questo conflitto ha reso ancora più evidente la confusione all’interno della leadership europea. La presidente Ursula von der Leyen è arrivata a sminuire il diritto internazionale, affermando che l’UE non sarebbe più custode dell’ordine fondato sulle regole e invitando l’Europa a “vedere il mondo per quello che è”, salvo poi fare marcia indietro il giorno successivo. Fortunatamente, il presidente del Consiglio europeo António Costa e, in parte, anche l’Alta rappresentante Kaja Kallas hanno riaffermato l’importanza del diritto internazionale e della diplomazia per ottenere una de-escalation. Colpisce come, dopo un grande fallimento — quello di Gaza — von der Leyen abbia nuovamente fatto eco alla posizione più estrema di Berlino, anziché esprimere una visione più autonoma e autenticamente europea.
La marginalizzazione del diritto internazionale, prima da parte del cancelliere Merz e poi della presidente von der Leyen, è profondamente preoccupante e del tutto fuorviante. In primo luogo, è evidente l’urgenza di norme che limitino l’uso della forza. Non è un caso che il corpus più solido del diritto internazionale — in particolare il diritto dei conflitti armati e il diritto penale internazionale — si sia sviluppato dopo due guerre mondiali devastanti e l’esperienza della dominazione coloniale. Ma è anche un errore, perché indebolisce completamente gli argomenti sulla sovranità nei contesti ucraino e groenlandese, nei quali l’UE e i suoi Stati membri hanno finora mantenuto una posizione coerente.
Le risposte divergenti tra gli Stati membri dell’UE e l’Unione stessa alla guerra contro l’Iran rivelano interessi contrastanti e un impegno diseguale nei confronti del diritto internazionale, minando la credibilità dell’UE e i suoi principi fondativi, e sollevando dubbi sul futuro della difesa collettiva europea. Tuttavia, non è sempre stato così. Non va dimenticato il ruolo costruttivo svolto in passato dall’UE nel promuovere soluzioni diplomatiche con l’Iran, in particolare attraverso l’accordo nucleare del 2015 (JCPOA), negoziato dai P5+1 (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Cina, Russia, Germania) insieme all’UE, che limitava il programma nucleare iraniano in cambio dell’alleggerimento delle sanzioni — fino a quando la prima amministrazione Trump non lo ha sabotato ritirandosi dall’accordo.
Gli Stati Uniti trarranno probabilmente insegnamenti dal fallimento di questa avventura militare. Dovranno riconoscere che la loro schiacciante potenza militare non rende superfluo il soft power, ma che quest’ultimo non può essere ricostruito senza riconsiderare il rapporto con Israele. Per l’UE e i suoi Stati membri, invece, questa guerra rappresenta un’opportunità per affermare l’autonomia strategica europea, riducendo la dipendenza dagli Stati Uniti e presentandosi come difensore coerente dell’ordine multilaterale basato sulle regole. A tal fine, l’UE dovrebbe condannare senza ambiguità l’aggressione illegale di Stati Uniti e Israele, astenersi dal partecipare al conflitto e contribuire a una soluzione diplomatica duratura.
L’attacco con droni dell’Iran contro una base britannica a Cipro ha rischiato di trascinare l’Europa nella guerra; tuttavia, la decisione di Cipro di non reagire rappresenta un segnale deliberato della volontà di restarne fuori. Più concretamente, l’UE potrebbe sostenere sforzi di mediazione per raggiungere un accordo diplomatico che istituisca un corridoio umanitario nello Stretto di Hormuz, anziché inviare navi da guerra — come richiesto da Trump — o ampliare l’operazione navale europea “Aspides”, con il rischio di essere coinvolta nel conflitto.
Infine, l’UE deve fornire urgentemente aiuti umanitari alle popolazioni più colpite dalla guerra, in particolare in Iran e in Libano, costrette allo sfollamento e con condizioni di vita in rapido deterioramento. Dovrebbe inoltre coordinarsi per affrontare gli effetti umanitari indiretti del conflitto — tra cui la carenza di fertilizzanti, l’aumento dei prezzi dell’energia e la svalutazione delle valute — che potrebbero avere conseguenze devastanti per i paesi in via di sviluppo dipendenti dalle importazioni energetiche e alimentari. Allo stesso tempo, l’UE deve continuare a sostenere il popolo iraniano affinché possa avanzare, attraverso mezzi pacifici, verso un Iran democratico e sovrano.