Contro l'esclusione: la lezione della Biennale

Duccio TrombadoriBattaglia delle Idee
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Archivio Rinascita

Da Pietrangelo Buttafuoco c’era da aspettarselo. È uno di quegli uomini di destra che non sopporta tanto agevolmente la smania di conformismo tipica dei codini o dei forcaioli, né dispone del temperamento oscurantista almeno quanto ne richiede l’attuale multiversa crociata ideologica lanciata contro la Russia del “criminale di guerra” Vladimir Putin.

Presumo nasca da questa apprezzata indole caratteriale la scelta di aprire il padiglione russo alla prossima Biennale di Venezia, che però, invece di essere ben accolta, ha suscitato scandalo d’opinione ed è diventata quasi un caso diplomatico oltre ad accentuare i contrasti e i fattori di crisi già presenti nella stessa maggioranza di governo.

Nel valutare questa vicenda mi sento dalla parte dell’amico Pietrangelo. Come Presidente della Biennale di Venezia egli ha ben poco da rimproverarsi. Sotto il profilo morale ha compiuto una scelta di buon senso che può apparire scandalosa e sconveniente solo alle menti più offuscate dai tamburi della propaganda.

Non si capisce infatti quale risultato potrebbe mai ottenere l’esclusione tanto reclamata della Russia da un incontro internazionale se non quello di arrecare danno grave agli artisti di quel grande Paese e porre un limite alla libertà di giudizio del pubblico una volta privato della loro presenza (non affronto per brevità le ricadute sull’opinione pubblica russa, per l’esito politico opposto a quello desiderato dai nemici di Putin).

Ma la polemica in corso fa perdere di vista anche il paradosso dell’esclusione perché la Russia odierna non coincide con il regime di Putin, è figlia di una lunga e grande storia, non tutto ciò che esprime è riducibile alla politica dominante. Senza contare fino a che punto la cultura europea moderna è imbevuta dello spirito russo emerso nei mutamenti spirituali intervenuti tra ’800 e ’900. È pensabile la musica “occidentale” senza Scriabin o Strawinsky? È pensabile la letteratura senza Dostoewskij? La poesia senza Esenin e Majakovskij? Il cinema senza Dziga Vertov, Eisenstein e Pudovkin? La danza senza Nijinsky e Nureyev? L’architettura senza Tatlin e Lissitzky? Sono solo alcuni esempi. Ma si può continuare in tutti i campi del sapere contemporaneo fino ai tempi più ravvicinati. Dove parli di Russia incontri l’Occidente, e viceversa.

Questo per dire che escludere la presenza del mondo russo a Venezia non serve tanto a “colpire Putin” ma taglia piuttosto il confronto con parte della nostra stessa cultura e ci fa perdere una traccia per conoscere meglio noi stessi. Una sorta di suicidio spirituale procurato, se si vuole, che Buttafuoco con il suo gesto controcorrente ha inteso in qualche modo di fermare. Ed ha così corrisposto a una vocazione propria dell’istituzione che rappresenta.

A confermarlo basta una riflessione sulla natura stessa della Biennale, concepita più di un secolo fa come piattaforma ideale e polimorfa per favorire l’incontro internazionale tra le culture, e che a questo spirito altamente pacifico e pacificante si è sempre tenuta con la sola, infausta, interruzione delle due guerre mondiali del ’900.

L’esperienza vissuta ha col tempo accumulato uno straordinario erario di cultura che impone a tutti coloro che sono incaricati di occuparsene di elevare lo sguardo ben oltre i diversi e anche opposti perimetri politici e di regime vigenti.

Non a caso, del resto un patrimonio prezioso di tal genere non poteva fiorire che tra le quinte di Venezia, città scrigno di mille storie incrociate, volano culturale che irradia e assorbe tratti di civiltà amalgamate in armonica miscela da Oriente a Occidente. Le grandi immigrazioni, i viaggi, i commerci fanno la particolarità di Venezia, proiezione simbolica d’Europa oltre i suoi confini, e motivano l’immagine di uno spazio privilegiato di scambio nella vita dei popoli messi al riparo dai conflitti contingenti.

Da questo punto di vista, a guardare bene, la decisione di Pietrangelo Buttafuoco si inserisce nel solco di una secolare e saggia tradizione – anziché costituire un’accettabile provocazione, come pensano certi amanti del luogo comune – e va apprezzata per avere ricordato l’esigenza primaria del dialogo tra tutti i popoli europei, Russia compresa; e per avere corrisposto alla vocazione della città di Venezia e della sua Biennale, che per definizione non può e non dovrebbe mai immiserire la cultura in versione ancillare della politica ma dovrebbe piuttosto sottolineare il valore trans-politico della cultura in quanto tale.