Contro la guerra: per una nuova coesistenza pacifica

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ANSA

Ciò che restava del multilateralismo è stato sepolto sotto le bombe di Teheran. La cooperazione tra gli Stati, anche quelli tra loro più distanti, è la condizione per affrontare i problemi comuni e prevenire o risolvere i conflitti. Questa affermazione, che sino a qualche tempo fa sembrava indiscutibile, almeno nella retorica di facciata delle occasioni pubbliche, non ha più alcun fondamento né credibilità; eppure era risuonata, seppur in forma parodistica, nel grottesco summit convocato a Washington da Trump per avviare verso la Pace la martoriata area del medioriente.

È stata persino la ragione addotta dal nostro ineffabile ministro degli Esteri, imbarazzato e imbarazzante spettatore dell’evento. Il multilateralismo così è stato colpito due volte dalle stesse bombe. La prima perché, come è evidente, la decisione di bombardare l’Iran è stata presa da due o, forse, da un Paese, all’insaputa non solo della comunità internazionale in qualsivoglia modo organizzata, ma anche da quelli che eufemisticamente vengono definiti alleati. Ne sa qualcosa il ministro Crosetto. La seconda perché quell’attacco è avvenuto durante un negoziato.

Sun Tzu dice che la guerra è inganno, ma non c’è soluzione alle crisi senza negoziati. D'ora in poi pensiamo che sarà più difficile trovare qualcuno disponibile a sedersi con Trump per negoziare. E forse in generale disponibile a negoziare. È evidente che chi vuol portare a discutere dell’opportunità o meno di far cadere il regime degli ayatollah è in malafede.

Se in passato anche fior di guerrafondai hanno cercato alternative (compresi i colpi di Stato) alla guerra e all’aggressione come strumento di eliminazione mediante aggressione dei regimi non graditi, non pensiamo che l’opzione sia dovuta ad un impulso etico. Supponiamo sia stato realismo e timore di determinare effetti a catena difficilmente controllabili, proprio come quelli che stiamo misurando in queste ore dal Golfo Persico sino al Mediterraneo.

Un mondo nel quale la guerra diventa l’unico mezzo di risoluzione delle controversie — altro che rifiutarlo come dice la nostra Carta — è un mondo la cui sopravvivenza è incerta e l’imprevedibilità diventa la regola.

Al tempo delle armi di distruzione di massa, alla follia della guerra come parentesi ineluttabile, si sostituisce una follia, se possibile, ancora più grande: quella della guerra, combattuta o minacciata, come unico strumento di definizione di rapporti tra gli stati. Dire che si torna o si giunge alla mera logica del più forte è persino riduttivo.

È evidente, infatti, che gli Stati che stanno sostenendo questa impostazione rischiano di mutare in modo irreversibile la loro fisionomia storica.

Non sono particolari secondari il fatto che al Presidente degli Stati Uniti sia rimproverato di agire prescindendo dall’autorizzazione del Congresso e che il Premier israeliano abbia legato la sua sopravvivenza politica allo stato d’eccezione. La legge del più forte dunque, ma con una forza che cambia le sue forme di legittimazione e quindi la sua natura. Di fronte a tutto questo la prima cosa da fare è dire da che parte si sta.

Poco si può aggiungere alle nitide, nella loro semplicità, parole di Sanchez: "non vogliamo essere complici di questa guerra perché è così che iniziano i disastri".

Persino il cauto ed indubitabilmente atlantista Starmer ha detto di aver appreso dall’Iraq una lezione evidentemente ancora non chiara per chi ci governa, se in queste ore di fronte alle Camere si continua a farfugliare di valutazioni caso per caso riguardo al coinvolgimento più o meno diretto dell’Italia.

La chiarezza della posizione del centrosinistra è la condizione per una battaglia nel Paese contro ogni ambiguità del Governo. Si tratta non solo si dire con forza come italiani che questa guerra è sbagliata, oscura negli scopi e contraria agli interessi del nostro popolo.

Dobbiamo metterci a capo di un movimento che ci sarà e sarà trasversale ed interclassista perché la stragrande maggioranza degli italiani non vuole in generale la guerra e questa in particolare.

È un movimento destinato a crescere man mano che si misureranno le conseguenze concrete del nuovo shock che si sta abbattendo sulle nostre economie e sul potere di acquisto delle famiglie.

Non è il tempo di analisi approfondite, ma bisogna superare alcune reticenze se si vuole unire al rifiuto della guerra qualche passo necessario verso un nuovo assetto. La prima si supera ammettendo che se Trump uccide il multilateralismo in agonia, molto lavoro era già stato fatto, anche da chi era nato per evitare tutto questo.

L’Europa non ha saputo coinvolgere la comunità internazionale in un’azione diplomatica che affiancasse al sostegno militare all’Ucraina la via di una soluzione negoziale. Non ha saputo, cioè, fare l’Europa. Così si è consegnata, al netto della propaganda, ad una irrilevanza politica e ha legittimato l’idea della guerra come unica via di uscita.

Ha molto a che vedere con questa condotta la seconda cosa che ci dobbiamo dire: un altro insormontabile ostacolo alla ricostruzione di qualunque forma di multilateralismo in grado di generare regole condivise è il concetto corrente di Occidente.

Se l’Occidente è un cerchio chiuso dove stiamo noi europei, l’America, il Giappone e poco più, allora dobbiamo riconoscere che in questo cerchio non sta più, con certezza, la maggior parte della ricchezza e della popolazione del mondo. E forse nemmeno l’unico modo di vita desiderabile per il resto dell’umanità.

Non si tratta di idealizzare il resto del mondo né di negare le sue contraddizioni e le sue responsabilità dell’attuale catastrofe, compresa quelle dell’utilitarismo mercantilistico di un grande paese come la Cina; come non si tratta di rimuovere in nome della convivenza tutto ciò che opprime in molte realtà del mondo.

Si tratta di riconoscere che questo mondo esiste, pesa, e con esso è necessario confrontarsi avendo anche l’ambizione di cambiarlo e, al contempo, cooperare con le democrazie emergenti. Perché anche loro fanno parte di quel resto del mondo non incluso nel cerchio concettuale rappresentato da ciò che oggi si definisce Occidente.

Se l’Occidente, insomma, torna ad essere entità aperta ed ambiziosa anche sul terreno culturale e civile allora può tornare un contributo ad una fase di coesistenza pacifica. Da qui discende un ruolo completamente diverso per l’Europa e la sua funzione nel mondo fondato sulla sua autonomia strategica. Non crediamo sia l’Europa di Von der Leyen e della doppia maggioranza.

I passi intermedi tra lo stato angosciante delle cose e gli Stati Uniti d’Europa, che non ci paiono dietro l’angolo, dovrebbero essere l’oggetto della proposta di una rinnovata e plurale Sinistra Europea. Vale la pena ricordare ciò che diceva Machiavelli a proposito dei profeti disarmati. Per farne tesoro.